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Capitolo 17 – L’Isola-che-non-c’è

Sottofondo musicale
Sto volando, sto volando davvero! Il vento mi accarezza e mi scivola addosso, la sua freschezza mi fa sentire più viva che mai.

Peter invece dorme fra le mie braccia.

Non era così che sognavo di ritornare all’Isola, ma non devo pensarci o mi ritroverò a terra in meno tempo di quanto non desidero. Se va bene, Ricciolo prenderebbe al volo Peter e Trilli… non so cosa pensare di quella fatina. Vola dritta filata, non gesticola. Non mi ha neppure fatto la linguaccia.

Ricciolo l’ha detto che è tutto strano.

Peter sorride nel sonno, tossendo. Neanche quando sta male gli va via quel sorriso da birichino.

Ad un tratto il mondo cui appartengo è distante e minuscolo, sotto di me si apre un mare, sotto a sfere e luci che splendono nel buio. All’orizzonte, dietro una piccola e magnifica isola, si affacciano i raggi rossi e aranci dell’alba, come una mano sventolata per dare un saluto a qualcuno che arriva.

Il pensiero mi fa sorridere, Ricciolo in questo momento mi prende per il gomito e mi tira: “Per di qui”, sussurra e scatta in coperta, dietro una nuvola.

All’inizio esito, poi vedo il vascello dei pirati e scatto anch’io, nascondendomi dietro la stessa nuvola. Per un istante mi torna in mente Johnnie con i suoi baffi di nuvola. E l’istante dopo c’erano stati i cannoni dei pirati a darci il benvenuto.

Sbircio assieme a Ricciolo e mi sento un po’ di paura: “Che facciamo?”

“Prima di tutto, finta di niente”, mi risponde.

“Come?”, mi scandalizzo. Peter si muove, ma resta con gli occhi chiusi.

Ricciolo gli lancia un’occhiata: “Guai a te se gli dici che lo hai portato in braccio”

Guai a me davvero, ho pensato di rispondergli e non solo riferito a Peter, ma ho la mente fissa sul vascello: “Non devono scoprire che Peter sta male”

“Siamo d’accordo”, afferma Ricciolo con mezzo sorriso e sospira. Mi sembra un po’ perduto: “Potrei distrarli mentre tu lo porti all’Albero dell’Impiccato”

“Non se ne parla”, replico decisa; “Non sono più sull’Isola da anni. E’ tutto cambiato, l’hai detto tu. Se succede qualcosa mentre vado al nascondiglio, secondo te chi lo protegge Peter?”, gli domando e ho l’impressione di farmi più pesante; “Ricciolo, non ho la medicina per Peter”

Ricciolo riflette ancora, poi annuisce: “D’accordo, lo porto io dalle fate, ma devo per forza portarmi dietro Trilli, sennò le fate non mi ascolteranno nemmeno se è per Peter”, vuole spiegarmi e il suo sguardo si fa più serio; “Sarai sola”, mi fa notare.

Sospiro. Non c’è altro modo, uno di noi deve pur distrarre i pirati se ci vedono.

“Se non ricordi come arrivare all’Albero, vai dagli indiani”, mi consiglia Ricciolo, prendendo Peter in spalla come un sacco di patate; “Chiedi subito di Leprotto, ora è uno di loro”, aggiunge, e sembra avere a cuore che io segua il suo consiglio.

Leprotto un indiano? – Bè, potevo immaginarmelo, l’unico nome che ricordava era quello che gli avevano dato gli indiani. Peter non bada mai se i suoi Bimbi Sperduti hanno un nome o no.

Per ridare quota a Ricciolo, gli sorrido e gli scompiglio i suoi bei boccoli scuri: “Ti aspetto a pranzo con il papà, a casa. D’accordo?”

“Sarà fatto”, conferma lui, più tranquillo davvero. Fa per schizzare avanti, poi guarda Trilli; “Riempi la mamma di polvere”, le ordina.

Trilli non fa una piega ed esegue.

Ricciolo sembra capire la mia perplessità sulla fatina: “Questo è solo un assaggio di quello che succede sull’Isola”

“Ti aspetterò per il piatto forte”, scherzo, ma non trovo in me alcuna ilarità.

Lui sorride: “Ti ho detto che a pranzo ci vediamo”, afferma, non cogliendo apparentemente l’ironia nella mia frase; “Ci dividiamo solo se i pirati ci avvistano”, mi incoraggia; “Ricordati di chiedere di Leprotto”

Annuisco e gli do una gomitata, lo supero: “Acchiappami!”, lo sfido. Peter aveva ragione: niente ti solleva più in alto di un gioco.

Di lì a poco parte il primo cannone, noi comunque siamo senza dubbio abbastanza lontani per non essere riconoscibili. Peter Pan potrebbe essere Ricciolo, ai loro occhi. E io potrei essere i Gemelli quando si mettono uno sulla schiena dell’altra.

“Ehi, guarda qui!”, mi piazzo davanti a Ricciolo e Peter e faccio una pernacchia al vascello; “Ci hai mancati di nuovo, stoccafisso!”, grido. Trilli mi si affianca e imita il mio gesto.

Per lo meno non ha perso l’antipatia per i pirati, penso sorridendo.

Ricciolo capisce al volo e se ne va, chiamando Trilli: “Con me!”, l’apostrofa.

***

Inizia una danza fra nuvole e bombe che dopo un po’ si tuffano in mare. Ad un certo punto mi ci tuffo anch’io, però non ho colpito niente, non sento male. Perdo quota semplicemente così.

Mi porto faticosamente a riva, non ho mai nuotato prima. Probabilmente è vero che la paura sa essere maestra: non potevo restare in acqua troppo a lungo, o avrei attirato il coccodrillo. O peggio, le sirene.

La nave vascello deve essere per forza di cose dall’altro lato della spiaggia, oltre il mio orizzonte a destra. Se non sfidano i Denti di Pietra con l’intera nave, ho all’incirca un’ora o due di vantaggio.

Inizio a riflettere su cosa fare. Sarebbe stato comodo atterrare all’accampamento indiano e basta, come suggerito da Ricciolo. Adesso però non riprenderò quota di certo, non senza la polvere di fata.

Se tengo il mare sulla mia sinistra e proseguo nel bosco, posso raggiungere gli indiani. Ma l’Albero dell’Impiccato entro mezzogiorno? Improbabile.

Le scarpe mi sembrano viscide e scomode per colpa dell’acqua, ma le tengo per precauzione finché non ho superato la riva piena di pietre e scogli. Tagliarmi un piede su quella piastra grigia non rientra nelle mie intenzioni, Mike e mamma mi hanno regalato quelle scarpe proprio per questo.

Finalmente raggiungo il terreno più soffice del bosco e mi slaccio le scarpe, alla fine faccio due nodi sulla borsetta che ho completamente dimenticato di aver portato con me. Ovviamente non potevo andare a teatro senza la mia borsetta.

Contemplo la spiaggia, sorprendendo me stessa a ricordare una delle prime volte che ero stata ai Denti di Pietra.

Avevo seguito Peter e gli avevo fatto una sfuriata di quelle epiche, per gelosia.

Si era incontrato con una sirena.

Mi aveva detto che si chiamava Acquabella e che era stata bandita dalle acque, solo che logicamente poteva uscire dall’acqua solo per morire e lei quell’avventura non voleva ancora affrontarla.

Io fui troppo gelosa per provare dispiacere.

Ripensandoci, mi comportai proprio come una fata.

Ci sono due mezzi di trasporto, sull’Isola: il mare per chi sa con cosa cavalcarlo e il cielo per chi è abbastanza felice per volare.

Appoggio una mano su un albero, crolla all’improvviso, scatto all’indietro per lo spavento e inizio a correre, ma non per molto.

Qualcuno mi blocca la strada, stendendo all’ultimo momento una rete.

Ora sì che sono prigioniera, penso e indietreggio, sapendo che alle spalle mi attende una sciabola puntata e un uncino che si sistema un cappello a piuma sulla testa.

Nel girarmi però non è una ciurma di pirati a puntarmi contro tutte le sue armi.

Sono gli indiani.

Scruto quello più alto incerta. Mi ricorda qualcuno. E’ quando parla che realizzo il perché. Infatti conosce la mia lingua: “Tu nuovo pirata?”

“Io amica”, ribadisco; “Cerco Leprott…”, mi correggo subito, Leprotto era un soprannome; “Lepre-che-corre”, dico, un po’ intimidita da tutte le frecce puntatemi addosso e guardo l’indiano negli occhi; “Tu sei Che-vola-con-il-pensiero?”, chiedo a mezza voce.

Lui mi scruta un attimo ancora. E’ cresciuto poco, aveva ad occhio una cinquina di anni in più di me quando ci siamo conosciuti, e non è stato per molto tempo.

“Perché tu abbatte albero, viso pallido?”, mi domanda lui, senza abbassare la freccia.

Scuoto la testa: “Non sono stata io”, affermo.

 Giglio Tigrato - L'ombra e la tempesta - Lande Incantate“Belle parole, tu”, sbuffa una ragazzina, comparendo fra le ombre.

La riconosco subito. Giglio Tigrato no, per tutti i sette mari!, esclamo nella mia testa. Quella ragazzina non mi ha mai sopportato.

“Cerco Lepre-che-corre”, ripeto; “Sono amica sua”

“Lepre-che-corre non ha donna pirata amica”

“Non sono un pirata”, ribatto con fermezza.

Il suo viso si fa ancora più duro: “Pensare io no ricorda, Jackie Manorossa?”

Un sussurro sembra serpeggiare fra gli indiani. In me serpeggia l’orrore. So bene cos’ho fatto nascondendomi dietro quel nome. Il nome che Johnnie aveva sognato di usare come pirata prima di venire sull’Isola.

“Tu con noi”, decide la principessa indiana e inizia a camminare. Non ha detto prigioniera, cerco di incoraggiarmi, tuttavia non do per scontato che le sue intenzioni siano a mio favore.

Vogliono legarmi, ma io scuoto la testa: “Non scappo, promesso”, guardo il guerriero Che-vola-con-il-pensiero; “Sei cresciuto”

Non vedo il suo viso, ma sento la sua voce e per quanto non vi è alcuna sfumatura, la cosa mi rassicura. Qualcuno sa chi sono e forse lo dirà davvero a Leprotto.

“Anche tu, Cantastorie Dorata”

“Leprotto sta bene?”

“Più forte ogni luna”, lui capisce che la mia domanda ne nasconde un’altra; “Lui ora fare guardia”

Questo significa che è al villaggio. Mi vedrà arrivare, il pensiero dovrebbe incoraggiarmi, invece un brivido mi percuote; Mi riconoscerà anche lui?

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Capitolo 16 - Mezzanotte
Capitolo 18 - Lepre-che-corre
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SaraIE

Passa il tempo libero fra libri, carte e penna, suona in una piccola orchestra e ama tenersi impegnata giorno e notte. Studentessa sognatrice, 18enne, vive in Svizzera con la sua famiglia, le piace interpretare le voci quando legge e non ha mai abbandonato le storie di fantasia, anzi, semmai si è irrevocabilmente persa fra i boschi degli elfi, le caverne dei nani, i cieli delle fate e gli abissi delle sirene. Ma, secondo la sua filosofia, prima di fare ordine ci deve essere il caos e prima del sapersi orientare non si può fare a meno di perdersi. Non preoccupatevi se vi sembra strano quello che scrive... Proseguite che alla fine vi ritroverete 😉
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