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Capitolo 14 – Venti di Vendetta – Parte II

L’immagine della guardia che rantolava ai suoi piedi era ancora vivida nella sua mente. Aveva ucciso un uomo… d’altronde, se al suo posto ci fosse stato Vincent, non avrebbe comunque fatto la differenza.
Si deve essere sempre responsabili delle proprie scelte e pronti ad accettare le loro conseguenze. E Rose, lo era.
Cercò di scacciare il senso di colpa e le considerazioni per un momento più opportuno, in quel frangente doveva trovare le armerie, o qualunque cosa potesse far esplodere, e svolgere la sua parte del piano.
Dalle informazioni che le avevano fornito prima di fingere la sua cattura, aveva inteso che il suo obiettivo era situato nel primo piano sotterraneo della villa, quello dove si trovava lei. I corridoi tutti uguali, spogli e senza riferimenti, però non l’aiutavano a capire da che parte dovesse cercare. Era evidente che i piani sotterranei si estendevano per una superficie molto maggiore rispetto al corpo principale della villa. Scelse a caso per due incroci consecutivi, attraversando a passo svelto corridoi sui quali si affacciavano pesanti porte di legno, tutte chiuse. Individuò anche parecchi lucernai che probabilmente si aprivano nel cortile della villa e che potevano costituire un’ottima via di fuga quando avrebbe scatenato il suo diversivo.
Raggiunse un altro bivio e sentì le voci di due uomini che provenivano dal corridoio alla sua destra. Magari avrebbe potuto fare due chiacchiere con loro.
Altre guardie. Altro sangue.
Inspirò a fondo, cercando di liberare la mente da tutto quello che non era collegato allo scopo imminente. Strinse con più forza il nuovo manganello ricavato come il precedente e si preparò ad assumere una maschera convincente.
Agì con velocità, nonostante la stanchezza di quella assurda giornata. Silenziosa si portò alle spalle dei due uomini.
Colpì il primo sul collo, mentre l’altro ebbe il tempo di reagire sfoderando la spada.
– Mettila via è inutile – ordinò Rose con la voce tagliente e gli occhi ridotti a due strette fessure.
– Ragazzina, non pensare di farmi paura – sentenziò l’uomo, mentre già si protendeva in un affondo.
Rose si mostrò calma, quasi come se la situazione non le riguardasse. Poi con noncuranza osservò la spada che si muoveva dritta verso di lei.
Alzò la mano ed indietreggiò di un passo, poi un altro, mentre la lama rallentava la sua corsa, come se stesse attraversando strati di gelatina sempre più densa.
Lo sguardo sconcertato dell’uomo passò più volte dalla ragazza alla spada che non riusciva più ad avanzare, bloccata da una barriera invisibile.
Rose avvicinò lentamente l’indice alla punta dell’arma e la toccò sul piatto. La lama prese ad arrugginire dal punto in cui c’era stato il contatto e nel giro di cinque secondi era completamente ossidata.
L’uomo ritrasse la spada e con occhi sgranati la vide sgretolarsi, lasciandolo con in mano un mozzicone di metallo inutilizzabile.
– Ti avevo detto che non sarebbe servita.
– Cosa vuoi, puttanella? – sputò la guardia gettando quello che rimaneva della sua arma.
– Se fossi in te, eviterei di apostrofarmi a quel modo – la voce era bassa e modulata, quasi un ringhio – Sappi che quello che ho fatto alla tua spada, posso farlo anche al tuo collo, per esempio.
L’uomo deglutì una volta, ma dal suo sguardo Rose capi che doveva spingersi oltre.
– Allora le buone maniere? – ingiunse con finta cortesia e iniziò a far brillare un puntino luminoso nella mano libera.
La guardia sgranò ancora un po’ gli occhi.
– Cosa vuoi? – chiese poi, il tono più conciliante
– È semplice:indicazioni – sorrise maliziosa – dov’è l’armeria?
– Non lo so..
– Non mentirmi, potrei spazientirmi – e così dicendo si concentrò per ingrandire il punto luminoso. Divenne un piccolo globo, come quelli che Vincent creava anche solamente per accendere una lampada.
Rose si rese conto di non essere in grado di tenere sotto controllo una sfera del genere per troppo tempo, quindi agì direttamente. La inviò versò l’uomo facendola esplodere a mezz’aria. Un gran numero di scintille investirono la guardia scottandolo sulla pelle scoperta e appiccando piccole fiammelle ai suoi vestiti.
Rose sollevò entrambe le mani, lasciando cadere il manganello per poter controllare le fiamme ed evitare che avvolgessero completamente l’uomo. Riuscì a modulare l’ossigeno affinché il fuoco fosse confinato solo a parte dei calzoni e ad una manica della camicia ma lui urlò comunque quando le fiamme gli punzecchiarono braccia e gambe.
– Sai che se voglio posso spegnerlo…- disse Rose mielosamente.
L’uomo la guardò con odio, anche se i lineamenti erano stravolti dal dolore.
Nell’aria i primi odori di carne bruciata.
I due si fissarono senza voler lasciare prevalere l’altro. Alla fine fu l’uomo a cedere.
– Va bene, puttanella! – poi con una nota più stridula aggiunse – Spegnilo!
Rose lo guardò muta e indecifrabile poi chiuse i pugni e permise al fuoco di spegnersi in ampie volute di fumo che presto avrebbero saturato l’ambiente. L’improvvisa estrazione dell’ossigeno dall’aria colpì anche la guardia che cadde in ginocchio e boccheggiò un paio di volte, prima di riuscire a respirare di nuovo correttamente.
– Ebbene? – chiese Rose fissando l’uomo.
– Ti trovi vicino, percorri tutto il corridoio e svolta a destra. Alla fine ci sono delle scale. L’armeria è la porta più vicina ad esse. – sputò le informazioni con velocità e disprezzo, senza guardarla.
La ragazza lo lasciò lì, a contemplarsi le bruciature, ma consapevole di avere con sé ancora la sua vita. Continuò la sua corsa con nuovo vigore sapendo che era vicina alla meta.
Seguì le indicazioni e trovò una porta presidiata proprio dove l’uomo le aveva detto.
Da subito aveva avuto qualche dubbio, ma nell’impossibilità di confermare l’informazione senza verificare di persona si era fidata. In fondo chi ha paura di morire tende ad essere sincero, soprattuto con chi può aiutarlo.
La guardia in piedi accanto ad un tavolino fuori della porta sembrava confermare che quella stanza fosse davvero un’armeria. Una sorta di registro era poggiato sul legno del tavolo, probabilmente veniva usato per annotare cosa veniva preso o depositato, tenendo un inventario organizzato.
Rose nascosta nel suo angolino in penombra osservò la situazione per un po’ prima di decidere la nuova linea di azione. L’uomo era guardingo ed era visibilmente combattuto. Probabilmente aveva sentito i rumori dell’ultimo scontro della ragazza ed era indeciso se lasciare il suo posto di guardia o meno.
Rose si appiattì contro il muro incerta sul da farsi.
– So che sei lì, vuoi venire fuori e affrontarmi da uomo?
La voce della guardia la sorprese, ma trasparì solo sicurezza dal suo tono quando parlò.
– Se sono una donna va bene lo stesso?
– Le donne muoiono come gli uomini…
– E sia! – gridò Rose uscendo allo scoperto e coprendo di corsa i cinque o sei metri che la separavano dall’uomo.
La lama della spada cozzò contro il manganello con grande impeto e Rose lasciò cadere la sua arma finendo malamente a terra, incapace di tener testa alla forza del uomo.
Schivò i primi fendenti rotolandosi malamente e goffamente.
Era sporca e stanca, il prossimo colpo non lo avrebbe schivato o quello dopo ancora… doveva pensare in fretta.
Fu più per fortuna che per destrezza che la ragazza, scalciando furiosamente, colpi il ginocchio dell’uomo e lui si sbilanciò. Rose ebbe così il tempo di rialzarsi.
La ragazza ansava ed emetteva un piccolo sibilo, era allo stremo.
-Ti vuoi riposare bambolina?
Rose lo fissò determinata e caricò contro l’uomo, sperando di riconoscere la giusta risonanza in tempo. Ne trovò una e la sollecitò senza modularne l’intensità.
Un vuoto d’aria si creò tra lei e la guardia ed una scarica di energia, ronzante e abbagliante si sprigionò investendo l’uomo.
Rose fu spinta indietro dal contraccolpo finendo di nuovo per terra. Il suo rivale fu meno fortunato, andando a fracassare con il suo corpo il tavolino.
Dopo un attimo di stordimento, la ragazza si rialzò e non volle controllare se l’uomo fosse morto o solo svenuto, aveva poco tempo. Aprì e chiuse le porte dell’armeria il più velocemente che poté, non sarebbe stata in grado di affrontare nessun altro.
Una volta all’interno tirò un lungo sospirò, si sedette in terra a riprendere fiato e si diede un’occhiata intorno. Vincent le aveva spiegato che doveva cercare le batterie alchemiche delle armi per poter contare su un’esplosione abbastanza potente. Le individuò in alcune casse contrassegnate dal simbolo dell’accademia: ce n’erano anche più di quanto non avessero immaginato.
Si avvicinò ai contenitori di legno e da uno dei coperchi strappò un’assicella. Ne saggiò lo spessore, poi la conficcò verticalmente nella cassa centrale in modo che ne sporgesse un buon mezzo metro. Osservò soddisfatta la sua candela improvvisata.
Avvicinò le mani all’assicella, chiuse gli occhi e isolò il resto del mondo, i suoi pensieri, quell’uomo a cui aveva tolto la vita e il cuore vicino allo spasmo: tutto dipendeva da come avrebbe creato quella sfera di fuoco.
Rose era orma immersa nel fluttuare vuoto del nulla, quando carpì la giusta risonanza.
Molto lentamente una palla di fuoco prese a formarsi nell’aria, molto piccola poi sempre un po’ più ampia. La posizionò proprio sopra l’assicella, a mo’ di fiamma su una candela. Avrebbe fluttuato per una decina di minuti scarsi, prima che la barriera d’aria più densa che la conteneva sarebbe venuta meno, appiccando il fuoco al legno. Nel giro di altri due minuti le fiamme avrebbero finalmente raggiunto le batterie.
La ragazza che ormai aveva terminato il suo compito sospirò esausta, ma si costrinse ad abbandonare l’armeria. Tornò indietro per la strada che aveva già fatto. L’uomo cui aveva dato fuoco non c’era più, ma non se ne preoccupò. Si fermò sotto un lucernaio toccò la parete per modellare una scala a pioli con l’ultimo briciolo d’energia che l’era rimasta. Quella sarebbe stata l’ultima trasformazione alchemica della giornata. Si acquattò in una rientranza della parete. Doveva solo rimanere nascosta per qualche minuto, poi, dopo la deflagrazione, avrebbe sfondato il vetro sopra di lei e sarebbe fuggita.

Feal’d se ne stava con le braccia dietro la schiena ad osservare quegli inutili convenevoli. Ormai erano entrati e non era più necessario mantenere la facciata, ma il piano era di Vincent e sarebbe stato lui a condurre il gioco.
– Prima di vedere la ragazza, avremmo bisogno dei resoconti delle attività dell’ultimo periodo – disse Rojer con tono serio a Morel – ad Hotan vogliono sapere nei dettagli come vengono spesi i loro fondi.
– Certamente! Spostiamoci nel mio studio. – il consigliere fece cenno agli alchimisti di uscire dalla stanza e Callin rimase fermo, visibilmente indeciso sul da farsi.
– Vieni giovane – gli ordinò Rojer – Potremmo avere bisogno di te quando andremo dalla ragazza.
Feal’d scosse la testa.
Seguì la carovana che saliva le scale per raggiungere il piano superiore senza cambiare postura, mentre Morel e Rojer facevano cordialmente conversazione. Tunal, accanto a lui, cercò di rivolgergli la parola allo stesso modo, ma si limitò a guardarlo in tralice, forte dei suoi 30 centimetri di altezza in più. L’alchimista in verde scosse la testa e Callin, dietro di loro ridacchiò un po’ troppo rumorosamente, tanto da meritarsi lui stesso un’occhiataccia.
Morel li fece accomodare tutti in un ampio studio ben arredato. La scrivania a centro ricordava molto il tavolo della sala da pranzo, viste le rifiniture in oro che correvano tutto intorno al bordo e lungo i piedi. Lo stesso tema era riproposto sulle due sedie imbottite che vi si trovavano davanti e sulla sontuosa poltrona sulla parte posteriore.
– Accomodatevi – disse mieloso Morel – Faccio portare altre due sedie.
Fece per prendere un campanellino dalla scrivania ma Feal’d lo fermò.
– Non serve.
La voce cupa e decisa dell’uomo spiazzò il politico che ritirò la mano e si sedette fissandolo. L’alchimista in rosso si posizionò dietro la sedia di Rojer, sempre con le braccia conserte dietro la schiena, fissando Morel.
Tunal prese posto sull’altra sedia e Callin si poggiò con la schiena alla parete, accanto alla porta.
Il politico si sforzò di distogliere lo sguardo da Feal’d, aprì un cassetto ed estrasse dei documenti. Li allungò a Rojer che ringraziò con un cenno del capo. Li studiò a lungo, leggendo tutte le pagine e lanciando occhiate di tanto in tanto a Morel che attendeva il responso con crescente trepidazione. Il politico aveva preso a stringere il bordo della scrivania così forte da farsi sbiancare le nocche.
Dopo un sospiro plateale, Rojer poggiò con malagrazia i documenti sulla scrivania e scosse la testa.
– Sono deluso Morel. – disse – Credi davvero che questa roba possa fregare quelli nella capitale?
Morel sbiancò sentendo il tone di voce completamente diverso dell’uomo.
Feal’d si spostò con un passo dietro Tunal e gli assestò un pugno ben piazzato tra capo e collo con un guanto di metallo. Il maestro alchimista in verde svenne finendo riverso sulla scrivania.
– Finalmente! – esclamò Callin abbandonando la sua posizione – non ne potevo più.
Rojer si alzò in piedi, un repentino spostamento d’aria investì tutti i presenti rovesciando la sua sedia e facendo volar via fogli e libri dagli scaffali. L’alchimista si toccò i capelli e mentre si accorciavano, con il biondo che lasciava il posto al nero appena brizzolato, gli si formò in mano un cubo color ocra delle dimensioni di un pugno. Con l’altra mano passò al viso. La pelle, liscia chiara, si ritirò scoprendo quella più abbronzata e meno perfetta che vi era sotto. Alla fine del processo unì in uno solo i due cubi che aveva ottenuto e lo poggiò sulla scrivania.
Morel, che evidentemente aveva già compreso tutto dal cambio di voce, cercò di controllarsi e tenere un profilo sicuro di sé.
– Tutta questa sceneggiata, Vincent, non è da te. – gli disse sprezzante – Se volevi uccidermi, perché non lo hai fatto subito?
– Perché quei documenti ci servono davvero – rispose con semplicità, sorridendo – quindi, saresti così gentile da darci quelli veri e non quelli appositamente ritoccati per essere presentati all’accademia?
– Non so di cosa parli. – Morel afferrò il campanellino e cominciò a suonarlo.
– Non serve – gli spiegò Callin che intanto aveva fatto il giro della scrivania – quello spostamento d’aria di prima era la formazione di una barriera. Nessun suono entra o esce.
– E tu! Traditore! Cosa ti ha promesso in cambio quel bastardo? – gli urlò contro Morel senza distogliere lo sguardo da Vincent.
Callin si affacciò da sopra lo schienale della poltrona del politico, avvicinandosi al suo orecchio.
– Io non rubo le persone! – sibilò, poi gli afferrò la mano che ancora scuoteva il campanellino – E basta con questo.
Appena lo lasciò il campanello di ottone si fuse ricoprendo la mano di Morel con una colata bollente. Il politico urlò cercando di scrollarsi di dosso il metallo liquido.
Un enorme vibrazione scosse tutta la stanza, una libreria crollò mentre i presenti dovettero aggrapparsi a qualcosa per rimanere in piedi.
– E questa deve essere Rose che porta a termine la sua parte – intuì Vincent, mentre sollievo e orgoglio si alternavano nei suoi lineamenti.
– Peccato che la barriera non ci abbia fatto sentire il botto, ma credo che si sia portato via una buona metà della villa. – aggiunse poi, fintamente sovrappensiero.
– Non abbiamo più tempo – disse Feal’d – ci servono quei documenti.
– Tranquillo gran maestro – gli fece eco Callin in tono ilare – credo di averli trovati da solo.
Il ragazzo stringeva tra le mani una cassetta di metallo con una porticina chiusa a chiave. Con un rapido gesto, ne fuse la parte superiore e la aprì.
– Toh, guarda che altro c’è – disse porgendo tutto il contenuto a Feal’d – se non sbaglio sono i documenti che ho rubato al consigliere dei Gigli tempo fa.
L’alchimista sfogliò velocemente il fascicolo che gli aveva allungato il ladro.
– C’è tutto. Fornitori, bolle di trasporto, associati. – poi ruppe il sigillo dell’altra pergamena. – E questo è invece un insperato trofeo. Il consigliere dei Gigli è il prossimo della lista.
– Perfetto. Se abbiamo finito qui, io me ne vado e questi li porto giù
Così dicendo Callin prese nuovamente i fogli dalle mani dell’alchimista e spalancò la finestra per poi saltare giù.
– E adesso c’è l’ultima cosa da fare – disse Vincent girando intorno alla scrivania, avvinandosi a Morel.
Feal’d che osserva il suo ex collega, capì solo in quel momento quanto quest’ultimo era cambiato dai tempi dell’accademia. Non aveva mai visto prima la ferocia che gli lesse nello sguardo.
Il consigliere cercò di indietreggiare finché non finì con le spalle al muro. Vincent stese una mano e la pressione esercitata dall’aria lo inchiodò alla parete. L’alchimista raccolse il cubo di cheratina dal tavolo e se lo rigirò tra le mani.
– Ucciderti non riporterà indietro tutte le persone che hai fatto eliminare – gli disse con tono calmo – Lo so benissimo che quel che è fatto è fatto. Ma il perdono non è nel mio stile.
Staccò un pezzo dal cubo e glielo poggiò sulla bocca, sigillandola.
– Questo per tutto il male che hanno fatto le tue parole.
Morel sgranò gli occhi quando capì come sarebbe finita quella storia. Vincent staccò un altro pezzo dal cubo.
– Questo per tutto quello che hai costretto a vedere ad occhi innocenti. – ed un velo calò dalla fronte del politico sugli occhi, chiudendoglieli.
– Ed infine questo, affinché tu muoia.
E Vincent gli piazzò il resto del cubo sul naso, fondendolo e occludendogli le vie respiratorie. Poi fece cessare la pressione dell’aria, lasciando Morel libero di tentare disperatamente di strapparsi la cheratina dal naso e dalla bocca.
L’uomo cadde in ginocchio mentre si graffiava a sangue il viso senza successo. Dopo qualche interminabile secondo, quello che rimaneva del volto di Morel divenne cianotico e le convulsioni ebbero la meglio. Cadde riverso al suolo, impossibilitato perfino a rantolare nei suoi ultimi istanti di vita.
Vincent rimase lì a guardarlo fisso finché non si spense del tutto.
Feal’d si avvicinò all’amico poggiandogli la mano rivestita di metallo sulla spalla.
– Andiamo – e lo condusse alla finestra.
Vincent creò una scala a pioli per scendere e cominciò a calarsi.
Quando fu il turno di Feal’d, però si scontrò contro una barriera verdognola.
– Perché? – la voce impastata e sofferente di Tunal lo raggiunse alle spalle.
L’uomo si voltò e lo vide in piedi che si teneva la testa, debole, ma in grado di alimentare la barriera.
Vincent risalì per aiutare l’amico ma la sua voce che gli giunse cupa ed ovattata dall’interno della stanza lo fermò.
– Non preoccuparti. È meglio così.
– Fai in fretta – gli intimò solamente Vincent, prima di andare via.
– Perché? – chiese di nuovo Tunal.
– Perché io sono fedele al Decano Recro. Perché l’accademia che servi è corrotta. E perché quest’uomo – indicò il cadavere di Morel – ha fatto uccidere decine di alchimisti.
Tunal scosse la testa.
– La spia perfetta. Nessuno avrebbe mai sospettato di te, sempre silenzioso, sempre integerrimo. Eppure un traditore.
L’alchimista in verde si voltò e fuggì attraverso la porta. Feal’d scagliò un dardo di luce che si infranse contro un’altra barriera verdognola sulla soglia della stanza.
– Sono cosciente di essere meno bravo di te, ma posso sopravvivere abbastanza per chiedere aiuto. – disse Tunal prima di mettersi a correre verso l’uscita.
Feal’d si avvicinò lentamente alla barriera, vi poggiò la mano guantata e ne studiò per un attimo i bagliori. Notò come le scariche verdi fossero omogenee verso destra e sinistra, indice che il muro di energia copriva anche le pareti laterali. In basso ed in alto, invece le onde si dissipavano in fretta.
Sorrise tra sé, quindi salì in piedi sulla scrivania. Permise al metallo del guanto di ricoprirgli tutto il corpo, come una seconda pelle.
Saltò giù raggruppandosi su se stesso. Sfondò il pavimento di due piani e si ritrovò in una stanza accanto all’atrio della villa.
Si rialzò mentre il metallo si ritirava lasciandogli solo gli avambracci ricoperti. Sfondò la porta con un pugno e fece irruzione nell’atrio tra una decina di guardie che correvano in tutte le direzioni per domare l’incendio provocato da Rose.
Dovette pensare in fretta per rispondere agli sguardi interrogativi che gli uomini gli rivolgevano.
– Siamo stati traditi. Il consigliere è morto!
Le guardie si scambiarono sguardi perplessi.
– Salvatevi! – urlò loro e questi si riscossero, fuggendo attraverso l’ingresso principale.
Feal’d si guardò intorno e vide Tunal sbucare di corsa sugli ultimi scalini della rampa. Lo attese a braccia conserte, con il metallo liquido che si agitava sulle braccia.
L’altro strabuzzò gli occhi quando lo vide. Non senza difficoltà approntò una serie di globi di fuoco e glieli lanciò contro. Qualcuno non colpì il bersaglio, mentre gli altri furono spazzati via da un paio di manate metalliche.
L’alchimista in verde fece per tornare sui suoi passi e risalire la scala, ma Feal’d fu più rapido. Scattò e lo raggiunse a metà della gradinata. Gli afferrò una caviglia ed il metallo dalle sue mani risalì fino al ginocchio di Tunal, bloccandolo. L’uomo cadde e rotolò all’indietro per tutte le scale.
Quando riuscì a rimettersi seduto trovò la tunica rossa del gigante a torreggiare su di lui. Con l’altra mano metallica Feal’d lo prese per il collo e lo sollevò finché non toccò più con i piedi per terra.
Tunal si dimenò senza successo, cercando di allentare la solida morsa del rivale poi, riconoscendo la sconfitta, si fermò.
– Avanti, uccidimi. – un filo di voce soffocato.
– No, non lo farò.
Tenne la stretta soffocante finché Tunal non svenne, poi se lo caricò in spalla ed uscì dalla porta principale.

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Capitolo 13 - Venti di Vendetta - Parte I
Capitolo 15 - Navigare in acque basse
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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

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