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Capitolo 11 – Tutti a tavola

Sottofondo musicale

Wendy mi fa strada sotto il suo braccio protettore, supero la soglia di casa sua convinto di essere sulla soglia fra un sogno e un incubo, perché reale questa situazione non mi pare proprio che lo sia.
Michael Jason DarlingMi nascondo quasi quando entra in una stanza, dove un ragazzino biondo mette in ordine dei libri, porta gli occhiali proprio come quelli di Johnnie. Quando si gira a guardare Wendy mi nota e mi osserva un attimo. Sembra che stia cercando di ricordare qualcosa.
“Hai già finito la lezione?”
“Sì”, non è entusiasta della domanda; “Il bambino ha una paura matta del padre e questo lo blocca negli studi. Ma farò del mio meglio”, spiega subito, immagino che altrimenti Wendy avrebbe continuato a bombardarlo di domande, è una sua caratteristica, parlare a lungo. A questi punti mi scruta di nuovo e appena sbarra gli occhi, tondi e grigi come quelli di Wendy, sussultiamo entrambi. Lui è Michael! Aveva l’età di Morbido quando l’ho visto l’ultima volta e adesso fa il maestro? – Ha perso anche lui qualche rotella, proprio come il fratello.
Peter l’ha detto che le femmine sono più intelligenti dei maschi.
Wendy interviene prima che suo fratello più giovane possa pronunciarsi: “Si chiama Raymond e si è perso”
“Possiamo riaccompagnarlo a casa?”
Faccio spallucce: “E’ lontano”, osservo.
“Vivi a Londra?”, mi incalza Wendy.
Scuoto la testa e mi trattengo dal lanciarle uno sguardo che le dice: lo sai benissimo che vivo sulla seconda stella a destra, e poi dritto, fino al mattino. L’Isola-che-non-c’è.
“Quindi sei della campagna?”, chiede una donna che compare dietro di noi. Stiamo in una specie di salotto, la donna arriva da una stanza dall’altro lato del corridoio; “Bentornati, Johnnie e Wendy”, aggiunge, poi si rivolge di nuovo verso me; “Dove sono mamma e papà, bambino?”
“Non ce li ho”, mi sfugge subito.
“Sei fuggito dall’orfanotrofio?”, domanda Johnnie. Io non rispondo. Lui sospira: “C’era da aspettarselo. – Senti, l’orfanotrofio non è così male. C’è qualcuno che si occupa di te e hai altri bambini con cui giocare”
“Johnnie”, lo riprende Michael. Ancora faccio davvero fatica a riconoscerlo, non può essere così grande, è già difficile sopportare una Wendy adulta.
La mamma dei tre sorride, ha gli occhi stanchi: “Se vuoi, puoi restare a dormire qui. Poi, se ti piace, vedremo avanti. Ti iscriveremo a scuola e tutto il resto”
“Mai”, ribadisco di scatto. Wendy mi stringe la mano, come per dirmi che ho detto qualcosa di sbagliato.
Michael ride. Lui sa chi sono, o almeno penso che lo sa, così mi tira d’impiccio: “Non hai mai avuto un vero insegnante – ci penso io, ne riparliamo quando avrai qualcosa di caldo nello stomaco e un bel riposo alle spalle”, mi fa l’occhiolino; “Aspetta ancora per dire di no. Mai è un periodo bello lungo”
“Mai troppo lungo”, replico.
Michael posa gli ultimi libri e fa cenno al cane: “Vieni Nana, diamo una mano alla mamma”
“Non c’è bisogno”, obietta la sua mamma.
“Sì invece, aggiungiamo un posto a tavola”, osserva Michael, prendendo la madre per le spalle e facendola girare, trovandosi così lui con le spalle rivolte al corridoio; “Farò attenzione a non bruciare niente”, aggiunse.
La mamma scuote la testa e lo segue: “Non mi fido neanche se mi paghi”
Johnnie ride, si è tolto il cappello e il mantello: “E sia… Wendy, riesci a lavarlo prima di cena?”
“Mancano cinque minuti, John, non fa in tempo neppure a riempire la vasca”, ribadisce la mamma dalla cucina.
Io inarco un sopracciglio, perplesso e guardo Wendy. Spero che non insista – Peter non mi riconoscerà mai se faccio un bagno. Lei mi stringe di nuovo a se e si rivolge a Johnnie: “Ci penseremo dopo la cena. Lo porto in camera”
Johnnie sembra pronto a ribattere qualcosa, ma poi annuisce: “D’accordo. Dove dorme?”
“Io posso dormire sul cassettone davanti alla finestra”, risponde Wendy prontamente; “Lo porto con me, prepariamo il letto”
Lui non trova nulla da ribattere, io mi ritrovo in pochi istanti nella camera rosa che ho già visto con Peter. Non mi piace nemmeno un pochino, nemmeno entrando dalla porta.
Lei chiude la porta bianca e mi sorride, poggiandosi con la schiena: “Non è vero che ti sei perso”
Confermo: “Ti ho seguita”
“Avevi detto che non avresti mai lasciato Peter Pan”
Non rispondo.
Lei inclina la testa: “Lui… è venuto anche lui?”
Faccio silenzio.
“Ricciolo… Ricciolo, perché non mi parli?”, mi domanda ancora.
Io non ne posso più, sono troppo confuso, sono arrabbiato, non con lei, o forse sì. No, sono arrabbiato con me stesso, perché non riesco a tenere gli occhi sulla palla come Peter, perché continuo a non accettare che lei ci ha traditi, che ha consegnato Peter al capitano dei pirati. Sbotto: “Chiedilo a Peter! E’ lui che ci tiene tanto!” Mi butto sul letto e incrocio le braccia.
Lei si siede accanto a me: “Sei ancora arrabbiato con me?” Sospira.
“Facciamo finta che lo sia”, mi sono appena promesso di non rivolgerle più la parola, ma è impossibile, non ce la faccio; “Facciamo finta che io sono molto arrabbiato”, aggiungo.
Lei scuote leggermente la testa, fissando davanti a se, verso il basso. Respira a fondo: “Il capitano aveva preso i miei fratelli… non potevo abbandonarli, Ricciolo…”, lei torna a guardarmi; “Anche tu non abbandoneresti mai Peter”, forse è un briciolo di speranza, quella che leggo nei suoi occhi. Spera che io la capisca.
Ma per ora sono più furioso che comprensivo: “Non puoi abbandonare i tuoi fratelli, ma tradire i tuoi bambini, quello sì, vero?”
Lungo la guancia di Wendy rotola una lacrima. “Perché sei qui, Ricciolo? Volevi solo ricordarmi che sono una persona cattiva?” – Non lo dice per accusarmi che sono stato troppo duro, lo dice perché lo pensa davvero. E’ leggerle questo negli occhi che mi fa soffrire a tal punto da far svanire la rabbia. Prima che lei si alzi, le prendo la mano e l’abbraccio subito dopo. “Io ci ho provato a contare le stelle”, le confesso con un filo di voce; “Prima di venire ho preparato i letti per te, Johnnie e Michael come mi avevi insegnato tu”
Wendy si sgancia con dolcezza, ma è molto confusa: “Tu… tu vuoi che torno?”
Io respiro a fondo e mi fisso le scarpette che mi ha regalato Piccolo Fiume. Lei sa già.
“Oh Ricciolo!”, esclama Wendy e stavolta mi abbraccia lei, con tutto il cuore e mi dà un bacio sulla testa.

Io le sorrido, rincuorato da tutto l’affetto che sento. In questo non è cambiato nulla da quella notte in cui lei mi ha chiesto di contare le stelle. “Vieni?”
“Prima la cena”, replica Wendy e si alza, con un largo sorriso si avvicina all’armadio ed estrae delle coperte; “Aiutami, così Johnnie non avrà nulla da dire”
“Peter ci aspetta a mezzanotte, dentro al teatro”, le rivelo.
“Al teatro? Mi avete seguito al Duke?”, Wendy ragiona, è tesa ma annuisce; “Forse riesco a organizzare la cosa…”
Io la scruto un attimo, mentre metto il cuscino nella federa: “Sì, ti ho seguita”, rispondo alla sua domanda e chiedo un’altra cosa; “Cosa vuoi organizzare?”
“Devo fare in modo che nessun altro muoia di preoccupazione mentre non sarò qui”, risponde lei, fa assolutamente sul serio. Per quanto assurda la sua frase, sono fin troppo abituato a sentire cose bizzarre per contraddirla.
Io scuoto la testa: “Non abbiamo molto tempo, Wendy”
“Che cosa succede sull’Isola, Ricciolo?”

In questo istante bussa qualcuno alla porta, compare Michael con gli occhiali grossi e il suo aspetto così cresciuto: “Tutto a posto?”, chiede, cauto. E’ quasi un sussurro: “Io… non mi ricordo il nome, ma sono contento di rivederti”, poi si gira a guardare il corridoio e apre di più la porta, parla di nuovo con voce normale; “Mamma mi ha mandato a chiamarvi, vado a prendere Johnnie”
“D’accordo”, annuisce Wendy e gli si avvicina prima che imbocchi il corridoio, sussurrandogli; “Devo parlarti”
“Più tardi”, accorda Michael e bussa alla porta accanto con un sorriso divertito sul viso; “Smesso di fare conteggi, signor banchiere? – Sarebbe l’ora della cena”
“Per informazione, signor maestro”, risponde Johnnie uscendo dalla sua stanza; “Un banchiere deve tenere la mente in allenamento con calcoli molto complessi”
“Cosa che il signor maestro approva”, osserva Michael divertito.
Io scuoto la testa, un po’ confuso, mentre Nana azzanna un polsino di Wendy tirandola verso le scale. Lei ride: “E la migliore tata del mondo ci dice che è ora di scendere”, regala una carezza e un abbraccio al vecchio cane e mi fa segno di seguirla. In fila indiana: il cane davanti, poi Wendy, io, Michael e Johnnie in coda. Si possono dire molte cose: sto perdendo tempo, non so cosa sto facendo, non ho gli occhi fissi sull’obiettivo perché mi lascio coinvolgere da Wendy e i suoi fratelli. Ma non posso fare a meno di sentirmi felice e di desiderare che fossimo sull’Isola, in questo momento.

Arrivato di sotto, entro nella cucina e Johnnie mi indica di sedermi in un posto che prendo senza esitare. Anche per non contraddirlo troppo presto, lui sa chi sono e con chi sono venuto. Sa soprattutto per chi sono venuto. Meglio fare finta di niente, così lui abbassa la guardia.
La sua mamma mi sorride con dolcezza: “Allora, Raymond, hai fame?”
“Molta”, confermo ed è la verità.
Michael sorride: “La sera noi facciamo solo un po’ di pane e la zuppa”
“Va benissimo”, rispondo di getto.
Wendy si avvicinò alla sua mamma e mise in tavola i primi due piatti: “Prima i più giovani”
Michael mi fa l’occhiolino: “Finalmente c’è qualcuno di più piccolo”
“Ci sarà sempre qualcuno di più piccolo”, osservo io.
Michael inclina la testa: “Sempre è un tempo molto lungo”
“Sarebbe peccato se durasse di meno”, osserva Wendy e ora che ha finito di servire in tavola si siede assieme alla sua mamma.
Ricordando che Wendy ci tiene che si aspetta tutti e si fa una preghiera, prima di mangiare, attendo. Mi accorgo però che nessuno inizia a fare la preghiera e guardo i tre fratelli un po’ spaesato mentre prendono tutti i loro cucchiai.
Mamma Darling mi osserva incerta: “Non ti piace, Raymond?”
Scuoto la testa: “No, ha un ottimo profumo, solo… signora, non si fa più la preghiera?”
Wendy tossisce. Deve esserle andato di traverso qualcosa.

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Capitolo 10.2 - Palchi e sipari
Capitolo 12 - Identità
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SaraIE

Passa il tempo libero fra libri, carte e penna, suona in una piccola orchestra e ama tenersi impegnata giorno e notte. Studentessa sognatrice, 18enne, vive in Svizzera con la sua famiglia, le piace interpretare le voci quando legge e non ha mai abbandonato le storie di fantasia, anzi, semmai si è irrevocabilmente persa fra i boschi degli elfi, le caverne dei nani, i cieli delle fate e gli abissi delle sirene. Ma, secondo la sua filosofia, prima di fare ordine ci deve essere il caos e prima del sapersi orientare non si può fare a meno di perdersi. Non preoccupatevi se vi sembra strano quello che scrive... Proseguite che alla fine vi ritroverete 😉
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