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Capitolo 10.2 – Palchi e sipari

Sottofondo musicale

“Per di lì non entreremo più, ci terranno d’occhio”, ragiona Peter a bassa voce, mentre ci muoviamo chini sotto il pavimento della stanza. Chissà perché non ci abbiamo pensato prima a passare sotto. Non è molto piacevole, per il naso, ma certamente più sicuro per non essere visti. Lo svantaggio è che probabilmente oltre a Trilli non ci saranno altre luci a filtrare.

“Se troviamo Wendy… se è davvero qui…”

“La seguiamo. E’ meglio parlarle quando siamo a casa sua. Prima o poi si affaccerà dalla finestra, lo fa sempre”, taglia corto Peter, svolazzando stretto fra un pavimento e l’altro.

“Lo fa sempre? – Non la vediamo più da anni, Peter”, cerco di farlo ragionare.

Lui arriccia il naso, Trilli tintinna. Peter la squadra: “Ma che cos’è questa storia del veleno? – Non prendo medicine da un’eternità, Trilli”

Ora realizzo. Non è Trilli che tintinna, è qualcuno sopra le nostre teste. Mi guardo in giro e trovo una fessura nel pavimento, ma non sarà più larga di un’unghia. Mi avvicino ugualmente e resto senza parole: è l’uomo con i capelli rossi, quello che balbetta sempre. Sta suonando un campanellino!

“Peter, non è Trilli!”, lo informo, spostandomi; “Vieni a vedere!”

Trilli tintinna, questa volta credo che sia la vera Trilli a farlo, ma non ne sono sicuro. Lui mi raggiunge e senza una parola incolla il viso al pavimento sopra di noi, mentre io mi rigiro sulla pancia e mi isso sui miei gomiti.

“Conosce la lingua delle fate”, Peter sembra più ferito nell’orgoglio che divertito dal fatto che abbiamo entrambi creduto fosse Trilli. Forse si sente ferito nell’orgoglio perché è un giovane adulto che conosce la lingua delle fate e la imita in un teatro. Peter è sempre stato molto fiero del fatto che fosse il solo al mondo a capire Trilli.

Trilli si avvicina al viso di Peter, per una volta mostra un po’ di curiosità e lui non le nega la cosa, lasciandole spazio al costo di non vedere più lui. Atterra con la schiena e incrocia le braccia. Sta pensando.

“Che cosa sta succedendo?”, bisbiglia, più rivolto a se stesso.

Cerco di capirlo anch’io, vorrei potergli rispondere. Ma è da quando ci conosciamo che trova sempre lui la soluzione a tutti i problemi.

Lui prende una decisione, alla fine: “Ricciolo, so che l’idea non ti piace, ma è un ordine”, mi avverte.

“Sputa il rospo”, gli chiedo. Forse ho già un’idea di cosa mi chiederà.

Lui si prende tempo e origlia sopra di se. Sì, è decisamente il signore che balbetta di continuo, quello con i capelli rossi. Passa qualche secondo, aspetto che Peter dica quello che spero si dimentichi. Alla fine mi guarda negli occhi: “Ricciolo, devo sapere chi è. Perché conosce la lingua delle fate”

“Cosa significa?”

“Tu devi cercare Wendy. Io seguirò questo signore”, mi ordina Peter.

“Non posso lasciarti solo. Tu non stai bene”

“Sciocchezze”, ribadisce lui, irritato; “Io sto benone”

“Ci mancava poco e morivi sotto i miei occhi!”, mi avvicino a lui, sono arrabbiato e lo scuoto; “Io sono venuto per starti vicino!”

“Sei venuto per aiutarmi. E ho bisogno che trovi Wendy per me”, siamo così vicini che potremmo trovarci dentro una cassa. Lui mi stringe le spalle: “Se vuoi che qualcuno sta con me, mi prendo Trilli”

Scuoto la testa. Non mi è d’incoraggiamento, ma capisco che ho poco da contrattare. Abbiamo pochissimo tempo e troppe cose in sospeso. Dall’altro canto, seguire Wendy a piedi mi rallenterà. I rischi di perderla a un incrocio aumentano. Dal cielo basterebbe seguirla di tetto in tetto.

“E sia”, cedo, non mascherando minimamente la rabbia. Lasciarlo solo con la sua salute..! E’ completamente matto, lo so, l’ho sempre saputo, ma speravo che avesse un minimo di amor proprio in più.

“Ci rivediamo qui a mezzanotte. Tu con Wendy e io con il signor balbettante”, mi avvisa ancora Peter.

Peter sussurra qualcosa a Trilli, che mi riempie di polvere, ma non riesco a sollevarmi: “Non sprecare tempo, Trilli. Stai vicina a Peter, d’accordo?”, la prego e mi faccio strada di nuovo fuori da quel sottopalco. E’ inutile che mi riempia di polvere di fata, non riesco a pensare di nulla di felice in questo momento. Devo trovare un posto all’interno della sala dalla quale posso seguire meglio il teatro e chiunque stia lì. Wendy non può essere troppo lontana dalla sua storia. Mi auguro per lei di non essere troppo lontana.

Mi affretto a uscire dal nascondiglio e sgattaiolo attento nel corridoio, nascondendomi dietro a strani oggetti, alcuni anche dorati. Di certo ai pirati potrebbe interessare di fare un bottino da queste parti, se sapessero. Potrebbero finalmente dividere il loro tesoro in due grosse casse e giocheremmo, fra noi bimbi sperduti e i pirati, a chi ha la maggior parte del tesoro. Con una cassetta piccola come quella che ci ritroviamo sull’Isola, è improponibile un gioco simile.

Caccio il pensiero in fretta, per un attimo devo riflettere su cosa devo fare e mi accuccio giusto all’ultimo istante. Stanno portando via qualcosa, dietro una tenda enorme. Li seguo di nascosto e sbircio in un angolo fuori.

Ecco finalmente due donne. Una vestita da adulta, l’altra in camicia da notte e i capelli sciolti, scurissimi. Per quanto l’età e l’abbigliamento siano molto più vicini alla Wendy che ricordo io, mi convinco che non può essere lei Wendy. Ha il naso lungo.

“Cos’è successo, Ricciolo? – Perché non siete tutti?”

“Non è successo niente”, risposi.

Wendy scosse la testa e mi sfiorò con un dito il naso: “Che strano”

“Perché, mammina?”

“Pensavo che il naso è diventato più lungo”

“Il naso non può crescere”

“Oh sì!”, esclamò Wendy, aveva un viso preoccupato; “Ricciolo, non dirmi che non hai mai sentito parlare di Pinocchio?”

Io feci spallucce: “Perché, dovrei?”

“Ma certo che devi!”, rispose lei; “Il naso cresce tutte le volte che si dice una bugia. Pinocchio ne diceva tantissime”

Risi, scuotendo la testa. Poi però mi toccai il naso anch’io e mi preoccupai sul serio. Spesso le storie di Wendy non erano poi solo storie: “Quant’era lungo il naso di Pinocchio?”

“Come tutta l’Isola. Ma poi ha imparato a comportarsi bene”, mi volle rassicurare Wendy, da brava mamma; “E’ diventato un bambino buono e non ha mai più detto bugie”

“Mammina?”, le chiesi. Lei mi incoraggiò con una carezza. “Mammina, abbiamo perso Johnnie e Michael, mentre eravamo a caccia. Non so se riescono a tornare prima di notte”, le confessai; “Ho detto a Jockie e Leprotto di continuare a cercare e di informare gli indiani”

Wendy non può aver detto tutte queste bugie per avere un naso così.

Finalmente la prima si muove. Si lascia cadere a terra e resta lì, immobile. L’altra, quella vestita da adulta, rimane dov’è e assiste alla scena. Dei giovani stanno tutti attorno alla ragazzina con i capelli scuri.

Il primo ad aprire bocca disse: “Perché dici così?”

“Questo non è un uccello, dev’essere una femmina”

“E Tootles l’ha uccisa!”

“Ora capisco, Peter la stava portando da noi”

“Perché così si occupava di noi?”

In coro dicono tutti, tranne il primo: “Oh Tootles!”

Il primo sembrava distrutto, quasi piangeva.

Oh, ma non ha visto come la ragazza si è sdraiata per terra? Sta solo facendo finta, tontolone, vorrei quasi dirgli, ma mi trattengo. Una porta si apre di scatto, entra il signore con i capelli rossi assieme ad un altro uomo che riconosco subito, è Johnnie.

Sento una rabbia incontrollabile, ma rimango dove sono.

“Wendy?”, chiama Johnnie.

Quello dai capelli rossi vorrebbe fulminare Johnnie, ma nonostante si siano girate a guardarlo entrambe le femmine, solo una gli va incontro – è quella bionda con il naso più corto. L’altra si sdraia di nuovo. Io inizio ad applicare quello che ho imparato dagli indiani e mi muovo lentamente, nell’ombra, fino a raggiungere finalmente la prima serie di sedie. Ora potrò seguire i due fratelli appena escono.

I tre scambiano qualche parola a bassa voce, non presto attenzione, alla fine quello con i capelli rossi si allontana. Ho l’impressione di vedere Trilli, ma potrebbe essere di nuovo quell’uomo con il campanellino.

Wendy, deve essere lei quindi per forza, riceve dall’uomo con i capelli rossi un mantello e una borsa, Johnnie le porge il braccio e inizia a farle strada fra le file.

Escono, io dietro di loro, mentre gli altri signori stanno tutti addosso alla donna in camicia da notte. È il peggior facciamo-finta che io abbia mai visto.

Seguo i due a una distanza sicura per non avere problemi con Johnnie, ma questo mi impedisce di sentire che cosa dice Wendy. Perché sta così calma a braccetto con il fratello. Avrei scommesso che se ne fosse andata di casa per colpa di Johnnie, invece eccola qui, a chiacchierarci assieme.

Mi chiedo se davvero Peter vuole rivederla, dopo tutto quello che ha fatto. E’ imperdonabile, anche che stiamo qui per colpa sua, a cercarla per tutta Londra e invece bastava restare ad aspettare dietro quella dannata finestra. Camminiamo per mezz’ora fra una strada e l’altra, alla fine siamo di nuovo alla casa dalla quale tutto è iniziato. Mi sporgo oltre il parapetto.

Accidenti, il cane è lì in giardino e sta già venendo verso di me, superando i suoi padroni che lo seguono con lo sguardo.

Vedo Wendy fra le tavole di legno che si avvicina: “Cosa vedi, Nana?”

Ormai si sporge oltre la staccionata. Mi riconosce, ma Johnnie reagisce prima: “Non vogliamo mendicanti!”

Wendy lo fulmina con lo sguardo e mi porge la mano, guardandosi in giro, credo si aspetti di vedere Peter. Ma mi rivolge subito la parola, aprendo la porta: “Come ti chiami?”

Mi sento il cuore pesante, come se piombasse a terra d’un botto. Mi libero della sua stretta. Lei fa di nuovo un passo verso di me: “Non vuoi una mamma?”, mi sussurra quasi.

Ora capisco. Non vuole che Johnnie si opponga e riuscirà a farmi entrare solo facendogli credere che io non vengo dall’Isola-che-non-c’è. Dico il primo nome che mi viene in mente: “Mi chiamo Raymond…”

“E di cognome?”, esige Johnnie, più serio.

“Non lo vuoi accogliere un bambino? – Certamente si è perso, guarda, non ha neppure una giacca rispettabile”, insiste Wendy.

Nana mi annusa circospetta, non è entusiasta di vedermi, posso solo pensare che è un sentimento reciproco. Johnnie non molla: “Avrà un cognome, non posso saperlo?”

“Young”, improvviso io, poi scuoto la testa; “No, non è vero, è Woodglass”

Wendy mi abbraccia e mi porta dentro, ci seguono Johnnie e Nana. È come essere trafitto dai loro sguardi, ma l’abbraccio di Wendy mi fa sentire protetto e benaccetto. Non mi aspettavo un sentimento simile da parte mia, non per lei. Cerco di ripetermi che ha tradito Peter, che ha tradito anche me e gli altri Bimbi Sperduti, che se n’è andata senza salutare.

Ma la rabbia svanisce, sostituita da affetto e tensione.

Lei di certo non sa cosa aspettarsi da me. Io invece sono così confuso che ho bisogno di un attimo per riprendermi.

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Capitolo 10.1 - Palchi e sipari
Capitolo 11 - Tutti a tavola
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SaraIE

Passa il tempo libero fra libri, carte e penna, suona in una piccola orchestra e ama tenersi impegnata giorno e notte. Studentessa sognatrice, 18enne, vive in Svizzera con la sua famiglia, le piace interpretare le voci quando legge e non ha mai abbandonato le storie di fantasia, anzi, semmai si è irrevocabilmente persa fra i boschi degli elfi, le caverne dei nani, i cieli delle fate e gli abissi delle sirene. Ma, secondo la sua filosofia, prima di fare ordine ci deve essere il caos e prima del sapersi orientare non si può fare a meno di perdersi. Non preoccupatevi se vi sembra strano quello che scrive... Proseguite che alla fine vi ritroverete 😉
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