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Capitolo 10.1 – Palchi e sipari

Sottofondo musicale

Fermo di nuovo Peter: “Stiamo facendo finta di essere bambini di Londra o no?”

“Certo, che pensi?”, sbuffa lui e si libera della mia presa; “Stai facendo troppo il serio”
“E tu troppo poco”, lo rimbotto; “Ne va dell’Isola, ricordi?”
Peter incrocia le braccia e sbuffa di nuovo.
Trilli tintinna.
No, fermi. Trilli è nella mia tasca. Il tintinnio viene da… da dietro Peter?
Lui si gira prima di me, si solleva per aria: “Che dici?”
Ancora un tintinnio.
Peter mi guarda: “Trilli dov’è?”
Io apro la mia taschina e faccio segno a Trilli di uscire. Lei fa per estrarre anche i batuffoli di nuvola nelle sue orecchie, ma Peter scuote la testa, così lei si ferma prima di aver iniziato il gesto. Io le porgo il palmo della mia mano e lei capisce da sola di dover rientrare nel mio taschino. Non si fa ripetere neppure questo invito.
A questi punti mi avvicino a Peter e bisbiglio: “Chi era?”
“Qualcuno che mi ha chiamato per nome. Mi ha detto di non bere la medicina di Wendy, perché il capitano l’ha avvelenata”, riassume lui. Strano che mi abbia spiegato davvero tutto. Dubito che in quei pochi tintinnii possano esserci state molte altre parole.
Peter trova una fessura, guarda dentro, il suo viso viene illuminato da una luce giallastra. Mi avvicino.
“Sei sicuro che tenga, questa volta?”
Robin Elder - L'ombra e la tempesta - Lande IncantateUn giovane sta andando avanti e indietro con delle stoffe. Dovevano essere dei vestiti. “Ce-certo, si-signora Titheradge”
“E’ stato a dir poco imbarazzante… non è che sia un personaggio impegnativo, con o senza una parte del vestito, resta tranquillo e ride, ma per un istante ho pensato che se fossi stata davvero lui e se il signor Clark fosse stato davvero Hook, non avrei avuto scampo, sarei morta”
“M-ma… ma i-il be-bene vi-vince se-sempre, ne-nelle stori-storie pe-per bambi-bambini”, risponde il ragazzo dai capelli rossi e le porge un cappello; “L-la si-signora Treve-Trevelyan è… è arri-arrivata…”
“Oggi non ha prove”, osserva l’attrice e si alza; “Viene a vedere, o voleva parlare con qualcuno?”
“Ve-veniva p-per i-il signor Barrie”, spiega il giovane.
La donna respira a fondo: “D’accordo. Mi sembrava strano che non passasse il suo tempo libero con il marito, al suo posto l’avrei fatto”, afferma.
Il signore ha una battuta pronta sulla punta della lingua, gliela leggo in volto e anche Peter aspetta, pronto a spanciarsi dalle risate. Io mi preparo di conseguenza a tappargli la bocca prima che ci scoprano qua dentro. “Pe-Peter Pa-n n-non può po-portare u-una Wendy adulta a… all’Isola”
Non è il genere di battuta che ci siamo aspettati noi, per niente, ma la signora ride di gusto e si alza, facendo un inchino maschile nei suoi abiti corti e verdi: “Campanellino potrebbe sempre essere così generosa e cospargere Wendy Darling di polvere fatata”
Il ragazzo fa spallucce: “Cre-credo che… che questo non si-sia un… un se-sentimento po-possibile, pe-per una fa-fata de… dell’Isola-che-non-c’è”
“E perché no? – Le fate sono fantasia, perché restringere la loro descrizione in quel modo? Non può neppure essere interpretata da una persona in carne ed ossa”
“I-il co-copione no-non prevede mu-mutamenti ne-nella na-natura di… di Campanellino”
“Il giorno che sarà interpretata da una persona vera, voglio vederti sul palco, Robin Elder”
Il balbettante signore scuote la testa divertito: “U-una fata i-interpretata da… da u-un uomo?”, osserva e apre la porta per uscire dallo stanzino; “M-mi fa-faccia ri-ridere”
Lei si sgancia da lui e fa una piroetta: “E Peter Pan interpretato da una donna, non è assurdo anche questo?”
Robin, questo apparentemente il nome del signore, scuote di nuovo la testa e la invita ad uscire. Stavolta lei non se lo fa ripetere e la porta si chiude.
Peter inizia subito a dare leggeri colpetti alla parete, sta chiaramente cercando un’entrata nella stanza: “Conosce Wendy”, dichiara, sussurrando.
Io lo scruto un attimo, chinandomi e bussando più in basso di Peter. Non so chi dei due, ma alla fine la parete si apre. “Dove c’è una finestrella c’è anche un passaggio”, sorride Peter, spavaldo e mi guarda; “Che ti avevo detto?”
“Le sai proprio tutte, Peter Pan”, gli sorrido e mi avvicino alla porta, guardo fuori dal lucchetto. C’è un corridoio, è abbastanza buio, non vedo altro. “Ci vuole un orecchio indiano, qui, o non sapremo mai in tempo che dobbiamo nasconderci”
“John aveva l’orecchio buono”, sospira Peter; “Dovremmo recuperare anche lui, quando avremo trovato Wendy”
Inarco un sopracciglio: “Ma, Peter… Johnnie ci ha cacciati di casa”
Lui scuote la testa, divertito: “Davvero?”
Scuoto la testa e lascio cascare l’argomento.
“Ricciolo, mi dai una mano? – Ci sarà un qualcosa… una foto… conosce Wendy!”, Peter sposta tutto quello che gli capita in mano e lo butta nel centro della stanza.
Io estraggo Trilli dalla tasca della giacca. Lei si tira via i batuffoli di nuvola: “Trilli, devi controllare qui fuori. Se senti arrivare qualcuno tintinni a più non posso e torni nella tasca della mia giacca”, le ordino.
Lei inclina la testa e dice qualcosa.
Peter le risponde: “Fai come ti ha detto Ricciolo. E rimettiti i batuffoli nelle orecchie”
Lei tintinna di nuovo.
Lui ride di gusto: “Fai la guardia e mettiti un po’ di nuvola nelle orecchie!”, si piega per le risate; “Come fai a sentire con i batuffoli nelle orecchie… Ohioi! Non ce ne sono brillanti come me! Mettersi i batuffoli nelle orecchie e avvertire se si sente il pericolo..!”
Io respiro a fondo, afferro la fatina e me la metto in tasca, prendo la rincorsa, afferro Peter per la vita e ci catapulto di nuovo nel passaggio segreto, chiudo immediatamente e tappo la bocca al mio amico, mi sento sibilare: “Vuoi che ci scoprono? – Dimmelo tu quando smette il nostro facciamo-finta, ma per ora nessuno deve sapere che siamo a Londra, ricordi? Me lo hai detto tu!”
Peter respira a fondo. Impallidisce.
Non l’ho mai visto così. O forse sono i miei ricordi a confondersi?
Non respira più. Non respira più.
“Peter! PETER!”, lo scuoto.
Trilli si allarma ed esce dalla mia tasca, si avvicina a Peter e non sa che fare, finalmente sembra se stessa, si preoccupa per lui, io le ordino di nascondersi nell’istante in cui si apre il passaggio, una donna grassoccia mi afferra per il colletto e mi tira di nuovo sotto la luce. In un primo istante mi dice diecimila cose che nemmeno sto a sentire, io torno dentro e afferro Peter, che ora sta a terra e fissa solo dritto davanti a se.
“PETER!”
La donna vede finalmente che Peter sta male e si guarda in giro, poi tappa la bocca al mio amico.
Io cerco di spostarla, ma non c’è verso: “Che cosa fate? Non respira!”
“Deve regolarizzare, con il naso”, cerca di spiegare lei e fissa il mio amico; “Forza, bambino, calmati. Ce la puoi fare”, lo mette a sedere e gli stringe le ginocchia verso il torace, abbracciandolo forte.
Io trattengo il respiro, in apprensione. Non so più che pensare. Cosa vuole fare a Peter quella donna è un mistero. E non so più dove si trova Trilli. Sono solo. “Peter, Peter, devi salvare l’Isola, non mollare ora!”, esclamo, fuori di me; “Non lasciarmi!”
Lui sembra più calmo, d’un tratto. Dalla porta, quella vera, sono entrate altre persone, fra cui anche l’uomo balbettante di nome Robin: “Che… che cosa è… è su-successo, si-signora Ma-Marge?”
Lei si rialza e fa un breve inchino: “Non ho idea di come siano entrati e chi siano, ma il bambino ha avuto un attacco di asma. Ha bisogno almeno di una tazza di caffè”, dichiara; “Quando starà meglio, gli chiederemo come e perché sono entrati”, dichiara la donna.
Io respiro a fondo e abbraccio Peter: “Cos’è successo?”, bisbiglio.
Lui ha lo sguardo basso, scuote la testa: “Io… Dobbiamo andarcene da qui”, sussurra e mi guarda. Nei suoi occhi scuri vedo un dolore profondo.

Ora ricordo.

A Londra Peter stava sempre molto male, tossiva e quando non tossiva rischiava di morire soffocato. Io cercavo di nasconderlo dietro gli angoli e facevo il suo e il mio lavoro, non volevo vedere il suo sorriso spegnersi. Non me ne capacitavo, anche se mia mamma mi ripeteva che dovevo lasciarlo perdere, che non ne valeva la pena. Non aveva capito un bel niente di quanto prezioso fosse Peter.
Un tempo lui abitava vicino a Kensington Gardens con sua madre, che però morì di una brutta malattia. Lui rimase solo nei giardini per molti anni. Raccontava di fate e di uccelli che gli raccontavano storie di un’isola lontana.
E poi una sera guardavo le stelle, con lui. Eravamo entrambi sgusciati fuori e saliti sul tetto. “Non mi fa bene l’aria di città”, mi disse lui dopo un po’ che parlavamo; “Crescendo il problema sarà solo più grave. Secondo papà è meglio se mollo”
“Non puoi arrenderti”, replicai e lo abbracciai, forse per la prima volta.
Lui scosse la testa e si sganciò da me: “E perché no?”
“Perché io non ce la faccio senza di te”
“Anche se ti faccio lavorare il doppio?”
“Non ce ne sono di bambini più speciali di te. E se devi lasciare Londra per stare bene, verrò con te”, gli promisi.

Qualche notte dopo Peter scomparve, letteralmente.
Mi preoccupai, chiesi a suo padre cosa fosse successo, lui non sapeva niente. Neppure se ne era accorto, che il figlio non fosse rientrato a casa.

Qualche settimana dopo Peter tornò. Ero sul tetto e guardavo le stelle, chiedendomi quando avevo chiuso gli occhi troppo presto per non vedere Peter e poterlo seguire.
“Ho deciso che non crescerò mai”, mi disse.
Io scattai in piedi e lo abbracciai: “Sei qui! Sei tornato!”
“Me ne vado in un posto dove non dovrò mai più crescere, così non starò mai più male”, mi spiega lui, con un largo sorriso sul viso; “Potrò vivere avventure e fare ciò che mi pare”
“Lasciami venire con te”, gli chiesi.
Lui mi squadrò: “Non dici niente che sto volando?”
“Posso imparare anch’io, vero?”
Peter rise: “E sia – ma hai un nome troppo da adulto. Ti chiamerò Ricciolo”
Il mio viso credo che si sia illuminato di gioia. Ho sempre detestato il nome che mi aveva imposto la mamma, era davvero troppo da adulto. “Mi insegni a volare?”
“Trilli?”, disse Peter. Fu la prima volta che vidi la fatina tintinnante. Mi volò tutt’intorno e una polvere dorata si poggiò su di me.
Stavo volando.

“Al mio tre?”, sussurro quindi nell’orecchio del mio amico.
Sono passati solo pochi secondi da quando la signora ha spiegato la situazione al rosso.
Lui scuote la testa: “Al mio via”, decide; “Via!”, grida e ci catapultiamo nel passaggio da noi scoperto, nel buio. Trilli ci vola subito incontro e io l’afferro. Mi ricopro di polvere magica.
Il corridoio fra le pareti giunge al fine e noi ci libriamo in volo. Non serve che usciamo dal teatro. Basta che smettano di seguirci. Gli adulti non credono che i bambini sanno volare.
“È stato più facile che sfuggire ai pirati”, ride Peter e si tappa la bocca. I suoi occhi brillano nel buio.
Sotto i nostri piedi, al buio, gli adulti ci cercano toccando a destra e sinistra, non vedono.
Non ci credono.
Sorrido anch’io con la fatina in tasca. Siamo ancora tutti e siamo sani e salvi. Basta solo accelerare i tempi per ritrovare Wendy.

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Capitolo 9 - Banche e Teatri
Capitolo 10.2 - Palchi e sipari
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SaraIE

Passa il tempo libero fra libri, carte e penna, suona in una piccola orchestra e ama tenersi impegnata giorno e notte. Studentessa sognatrice, 18enne, vive in Svizzera con la sua famiglia, le piace interpretare le voci quando legge e non ha mai abbandonato le storie di fantasia, anzi, semmai si è irrevocabilmente persa fra i boschi degli elfi, le caverne dei nani, i cieli delle fate e gli abissi delle sirene. Ma, secondo la sua filosofia, prima di fare ordine ci deve essere il caos e prima del sapersi orientare non si può fare a meno di perdersi. Non preoccupatevi se vi sembra strano quello che scrive... Proseguite che alla fine vi ritroverete 😉
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