Il Cacciatore

La vista del suo appartamento non gli dava più la sensazione di un nido sicuro in cui rifugiarsi ormai da tre settimane, ma non aveva altro posto dove andare. La missione per l’Organizzazione era terminata, e doveva aspettare ulteriori ordini dalla divisione centrale.
Era proprio dalla fine della missione che aveva quella sensazione di essere costantemente seguito ed osservato. Ogni momento della giornata era dolorosamente consapevole di essere osservato, di avere una presenza accanto. Si era spesso girato all’improvviso dopo aver sentito il formicolio sulla nuca, ma aveva trovato solo la sua ombra ad attenderlo.
All’inizio aveva pensato di essere seguito, che qualche creatura avesse scoperto la sua copertura, ma era stato addestrato a tirarsi fuori da queste situazioni in tanti modi, e li aveva provati tutti senza risultati.
Era come se la presenza fosse costantemente adagiata sulle sue spalle.
La seconda ipotesi era che lo stress del lavoro che faceva lo aveva fatto definitivamente impazzire.
Nico si passò la mano nei capelli neri con un gesto di frustrazione. Si, magari era diventato pazzo. Percorse nuovamente con lo sguardo il suo appartamento vuoto.
Niente.
“Maledizione!” sbottò.
Non riusciva a capacitarsi di cosa stesse succedendo, forse chiamare uno dei suoi superiori era la cosa giusta da fare, vedere se avevano qualche soluzione, ma non aveva nessuna voglia di finire nelle mani di uno strizzacervelli e di essere sollevato dagli incarichi.
Gli piaceva il suo lavoro.
Questo la diceva lunga sulla sua sanità mentale, come si fa a farsi piacere un lavoro come il suo?
Sorrise mestamente, mentre pensava alla faccia che avrebbe fatto sua madre se le avesse detto “Sai mamma, faccio il cacciatore di teste, ma non umane, di creature mostruose che tu pensi siano solo fantasie”.
Questo si che l’avrebbe spinta a farlo ricoverare d’urgenza in una clinica psichiatrica. Ma la verità era che gli piaceva davvero dare la caccia alle creature. C’era quella certa dose di adrenalina che lo mandava su di giri, e poi l’idea che fosse un eroe come quelli dei fumetti, dove nessuno conosceva la sua identità, ma erano al sicuro grazie a lui. Certo, nei fumetti le persone erano a conoscenza dei mostri che li circondavano, mentre nel suo caso solo pochi sapevano che non erano gli umani a detenere il monopolio sulla Terra.
Decise di fare una doccia calda, ma ormai aveva perso le speranze che rilassando i nervi la sensazione sarebbe scomparsa. Cosa ancora più sconcertante era che, in questa situazione, avrebbe dovuto avere l’umore pessimo, come minimo scontroso, ma non era così. Da quando era rientrato non faceva altro che sentirsi apatico e stanco. Normalmente avrebbe ripreso ad allenarsi sia in palestra che al tiro a segno, invece aveva passato le ultime settimane a dormire. Si era convinto che lo stress dovuto all’ultima missione era stato troppo anche per lui. Per la miseria, era comunque umano, al contrario delle cose a cui dava la caccia.
Aveva appena levato la maglia quando bussarono alla porta, senza preoccuparsi di rivestirsi andò ad aprire a torso nudo.
“Ehi” disse Antony quando ebbe aperto la porta.
“Ciao, che ci fai da queste parti?” chiese al collega lasciandola aperta e tornando verso la sua stanza.
Antony entrò e chiuse la porta dietro di lui prima di seguirlo per l’appartamento.
“Ti ho sentito strano al telefono, quindi ho deciso di fare un salto. Non ho missioni per ora.” Disse dopo essersi poggiato allo stipite con la spalla destra.
Nico annuì lentamente mentre si levava il resto dei vestiti ed entrava nel bagno.
“Faccio una doccia, prenditi da bere” gli disse prima di aprire i rubinetti.
Quando uscì lo trovò seduto comodamente sul divano che sorseggiava una birra.
“C’è qualcosa che non va in questa casa” gli disse come se parlasse del tempo.
Nico sospirò.
“Allora non sono pazzo.”
“Che sta succedendo?” chiese il collega dopo aver posato uno sguardo preoccupato su di lui.
“Non ne ho idea. Non ci sono cimici o telecamere, ma ho la continua sensazione che ci sia qualcuno.”
“Un fantasma?” chiese l’amico alzando un lato della bocca in un ghigno.
“Magari!” rispose Nico dopo essersi abbandonato nella poltrona di fronte a lui “Ho provato anche quello, niente.”
Antony ci pensò su qualche minuto continuando a sorseggiare.
“Qual è stata la tua ultima missione?” chiese guardando fuori dalla finestra.
“Serra de Roncado. Il nido di vampiri di Fernandez.”
Antony annuì lentamente.
“Siete stati nelle grotte” era un’affermazione non una domanda.
Nico rabbrividì al ricordo di quello che aveva visto, e soprattutto non visto, nella Gruta dos Pezinos. Le leggende parlavano di un popolo di umani separatosi millenni fa, gli intratterresti, che vivrebbero nelle grotte della Serra de Roncado. Alcune di queste, nei millenni, furono utilizzate dagli indigeni come luoghi di culto e di sacrifici. Ad alimentare le leggende, oltre queste immense grotte inesplorate, c’è la presenza del Lagoa Santa, uno specchio d’acqua completamente sterile, senza nessuna forma di vita, sacro per queste tribù.
L’Organizzazione era a conoscenza del fatto che, in realtà, è un luogo in cui si rifugiano da secoli le creature perché, insieme al massiccio del Chimantá, appartiene ai luoghi più inesplorati della Terra.
Nella grotta avevano trovato impronte inquietanti e l’estensione dei cunicoli gli avevano reso impossibile riuscire a individuare altro oltre al nido di vampiri. Ma aveva avvertito chiaramente che quel luogo era abitato da ben altre creature. I brividi freddi sulla schiena non accennarono a diminuire anche quando spostò lo sguardo sul panorama che era possibile vedere dalla sua finestra.
Antony lo fece riemergere dai suoi ricordi con un’affermazione che gli fece gelare il sangue.
“E se ti fossi portato qualcosa appresso?”
Nico voltò di scatto lo sguardo sul collega che continuava ad ammirare il paesaggio.
“Pensi che sia possibile?”
Un lieve cenno del capo gli diede la risposta che lo fece sprofondare ancora di più nella poltrona.
“Parlami di come ti senti.”
“Mi sento osservato, sempre” rispose con voce atona mentre osservava il soffitto e corrugava la fronte “inoltre, ho la sensazione di essere sempre svuotato, apatico, senza forze.”
Antony voltò, finalmente, lo sguardo verso di lui.
“Un mangia emozioni” disse in un sussurro.
Nico abbassò lo sguardo ad incontrare quello del collega, mentre la pelle d’oca gli faceva alzare i peli delle braccia.
“Come me ne tiro fuori?”
Antony fece spallucce.
“Non lo so, ma ti aiuterò”
Si alzò e dopo aver posato la birra sul basso tavolino di fronte la poltrona, si diresse alla porta.
“Ti chiamo dopo”
Nico non si alzò, ma lo seguì con lo sguardo fino a quando non fu uscito.
Appena il collega se ne fu andato, la sensazione di essere osservato tornò con prepotenza. Sentiva un lieve tremito freddo dietro la nuca e si voltò a cercare la fonte della sensazione più per istinto. Ovviamente non c’era nessuno, solo le ombre che si allungavano nella luce del tramonto. Sospirò e si passò una mano sulla nuca per cercare di eliminare quella sensazione, che rimase.
Il fuoco della rabbia cominciò a bruciargli le vene, ma dopo poco tutto scomparve, come se qualcuno avesse tolto il tappo da un lavandino, lasciando che la rabbia fluisse via. Si stese sul divano e posando un braccio sugli occhi si addormentò senza poter vedere le ombre che, contro qualsiasi legge della rifrazione, cominciavano ad agitarsi intorno a lui, muovendosi fino a formare delle forme vagamente umane.

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La Preda
Il Patto
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Oceanografa a tempo perso, grande lettrice che non disdegna dai classici agli ingredienti dei succhi di frutta. Nutre una grande passione per il Fantasy e in questo periodo, in particolare per il Weird. Avendo personalità multiple adora i GDR e sopratutto i GRV. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 2008, ma è ancora in cerca di un editore che la sopporti.
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