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5. L’Autostop – Roberto Gianolio

Era una mattina di giugno. Dalla finestra giungevano rumori di carri e auto mentre da lontano si sentivano i galli cantare, mentre in cielo, l’orizzonte si stava pennellando d’oro intenso. Nella mia aia starnazzavano le oche, forse disturbate da qualcosa e un gatto stava giocando con un piccolo topolino bianco appena catturato vicino al fienile. Dalla finestra iniziavano a entrare lance di luce e una mi colse in volto facendomi svegliare completamente. Aprii gli occhi e notai la realtà che mi circondava e non fui entusiasta per nulla. Una vita di duro lavoro senza mai avere la minima soddisfazione. Ero rimasto solo con mia madre, papà era rimasto sotto la scavatrice in un triste incidente dell’anno precedente e lo avevamo accompagnato nell’ultimo viaggio con gli occhi bagnati di lacrime amare. Da quel giorno tutto divenne più difficile e mamma, ormai vedova, aveva perso tutta la sua attrattiva di giovane donna che ancora conservava, vinta da una solitudine difficile da sopportare. Venne a chiamarmi per invitarmi al lavoro nei campi. Guardai l’ora, erano le sei meno dieci di un mattino che forse avrei ricordato a lungo nelle mie giornate di lavoro e di sudore.
Mi alzai e stetti in attesa che cuocesse il pane, abbrustolito da mamma con capacità acquisita in lunghi anni di sacrifici e qualche biscotto ormai indurito nel tempo da intingere nel tè.
«Mamma, dovremmo comprare almeno una capra, appena possibile, così di mattina avremo latte per entrambi.»
«Lo so Mario, ma se continua su questo binario la nostra vita, abbiamo poco da scherzare, il denaro non basta mai e le bollette e le sementi e le prime necessità sono coperte appena dai nostri proventi. Forse sarebbe bene che tu cercassi lavoro da qualche parte, io qui mi arrangerei con la fattoria e potrei anche farmi aiutare da mio fratello, la sera a volte, ha qualche ora libera e mia cognata, forse, ne sarebbe anche felice, pur di non vederlo andare al bar a bere con gli amici.»
«Sai mamma d’estate forse fuori si troverà qualcosa ma credo che dovrei allontanarmi facendo l’autostop, diversamente avrei difficoltà a muovermi dal paese.»
«Basta che ti organizzi bene, il tempo si sta facendo discreto e per la mietitura sarai forse di ritorno.»
«Lo spero mamma, se dovessi trovare qualcosa di stabile, eventualmente potremmo vendere tutto e tu venire a stare con me.»
«Sempre molto altruista, non ti dare pena, io mi arrangerò qui, in qualche modo.»
Passai la giornata e meditare sulle parole di mamma. Non aveva tutti i torti, i soldi non crescevano come l’erba e le bollette arrivavano sempre puntuali come la morte.
Preparai una sacca con qualche mio indumento, non possedevo molto ma la stagione cui andavo incontro non creava problemi. I miei vent’anni stavano per darmi una sonora lezione di vita.
Iniziai a sentire suoni nella mente, erano melodie non inventate da me che risuonavano comunque nella testa. Era il suono della vita, che adesso faceva sentire le sue note con una chiarezza straordinaria. Pochi suoni con intervalli semplici che creavano magia nella mente.
Erano le sette del mattino quando, dopo un abbraccio frettoloso, presi il sentiero che conduceva al centro del paese e, voltandomi, vidi la mano di mamma che mi salutava con la tristezza nel cuore, certamente. Incontrai Gino, che mi chiese dove andavo e gli spiegai le motivazioni del mio allontanamento. Comprese le mie ragioni e mi augurò buona fortuna. La strada impolverata conduceva sino a un bivio, dove transitavano autocarri e automobili dirette verso l’autostrada, forse, con un poco di fortuna, avrei trovato un passaggio.
Mi sedetti su un paracarro osservando il sole che ormai si era svegliato e lanciava i suoi raggi a rischiarare la giornata di tutti i mortali sulla terra. Qualcuno più felice altri meno, ma tutti stavano sotto questo sole che riscaldava gli animi. Alzai il pollice come sapevo di dover fare e quando un’auto si avvicinava, facevo segno con la mano.
Qualcuno si fermò, chiedendomi dove andavo, ma stranamente tutti si dirigevano dalla parte opposta o molto più vicino. Stavo meditando su quanto avveniva mentre i raggi del sole iniziavano a farsi sentire quasi rabbiosi, mai come il mio cuore esacerbato. Alle nove e trenta, ancora mi consumavo il pollice contro la leggera brezza di quel mattino. Da lontano vidi giungere una macchina sportiva, rosso fuoco, non conoscevo le marche ma notai che era molto bella ed elegante. Feci il solito gesto appena mi fu abbastanza vicina e una frenata improvvisa fece slittare le ruote sul sabbiolino della strada. Vidi un finestrino abbassarsi e uno sguardo incantevole, sembravano due stelle dentro l’abitacolo appena ombreggiato.
«Buongiorno, dove va?»
Non riuscivo a capire la sua domanda. Forse voleva prendermi per i fondelli e forse era veramente interessata a me e ai miei bisogni. Quel tempo passato in attesa però qualcosa mi aveva insegnato, dovevo fare in modo di sapere dove si dirigeva il conducente prima di svelare la mia direzione.
«Buongiorno a lei, signorina, dove si sta dirigendo con tanta fretta?»
«Io non ho nessuna fretta, mi sembra che lei piuttosto ne abbia, se sta ancora un poco sotto questo sole, si arrostirà il cervello sicuramente. Entri e poi ne parliamo.»
Mi accomodai al suo fianco, l’auto era veramente comoda e il cavallino che troneggiava sul cruscotto mi ricordò quello di mio padre quando era militare nei cavalleggeri.
«Allora, vuole rimanere muto e venire dove vado io o ha qualche idea di dove andare?»
«In effetti, idee non ne ho, sto andando alla ventura. Cerco lavoro e dovunque lo possa trovare mi fermerò sicuramente.»
«Che bella coincidenza, mio padre sta cercando un ragazzo di fatica, mi sembra che lei abbia un fisico ben piantato, le interesserebbe?»
«Prima dovrei sapere di cosa si tratta, il posto dove lavorare e quanto guadagnerei. Devo aiutare mia madre rimasta vedova e senza proventi.»
«Queste sono cose che deve trattare con mio padre, io ho altro per la testa. Poi in questa stagione impazzisco letteralmente.»
«La capisco, ma almeno, dove andiamo, me lo può indicare?»
«Certo, mi scusi, abitiamo in una villa a circa venti chilometri da qui, tra poco giungeremo e lei potrà parlare con mio padre.»
Il nostro discorso s’interruppe con queste sue ultime parole. Rimasi a osservarla senza dare troppo nell’occhio. Un bell’abito stampato a fiori le fasciava dolcemente un corpicino esile ma niente male e la sua figura emanava una luce affascinante. Il suo sguardo deciso, fisso verso la strada, e le sue mani nervose sul volante davano l’impressione di una donna volitiva e dal carattere deciso e forse autoritario. Correva su un percorso che sicuramente conosceva e affrontava le curve con una
capacità da vero pilota, più di una volta dovetti aggrapparmi al sedile e puntare i piedi per il timore di essere sbalzato fuori.
Nell’ultima curva, affrontata a folle velocità, perse un momento il controllo e l’auto volteggiò sulla ghiaia, girando su se stessa due volte. Lei mi sorrise divertita:«Niente paura, siamo arrivati, questo è il piazzale di casa mia.»
Osservai il cancello finemente lavorato e in fondo ad un viale, attorniato da alberi di alto fusto, dietro a una fontana che zampillava allegramente, una costruzione immensa. Aveva un colonnato che proteggeva l’ingresso e due ali che sicuramente contenevano stanze o saloni.
Rimasi affascinato da quello che si presentava al mio sguardo. Non avevo mai visto niente di simile.
«Venga, non stia lì imbambolato, avrà tutto il tempo di visitare la casa e quanto contiene attorno. Abbiamo cavalli e dietro diverse stalle con mucche di razza che producono latte eccellente. Credo che lei se ne intenda.»
«Un poco, io faccio il contadino ma semino e raccolgo, animali non me ne posso permettere, ho solo qualche gallina e galli e oche e gatti attorno.»
«Vedrà che mio padre saprà valorizzare le sue capacità senza dubbio.»
Entrammo nel salone d’ingresso quando m’intimò di attendere. Stetti in piedi davanti ad una statua che rappresentava Venere, credo, considerando che era nuda e mostrava senza pudore la sua beltà.
Girai attorno alla statua e notai la finezza della scultura, senza capacitarmi di tanta arte.
«È un Bernini, la guardi pure, ne vale veramente la pena.»
Era un uomo di notevole dimensione e anche se non mi superava in altezza, era almeno il doppio in grossezza, ma era vestito da gran signore.
Portava baffetti ben curati, ormai tinti di grigio, ma dimostrava ancora una giovanile età.
«Mia figlia ha detto che cerca lavoro. È vero?»
«Certamente signore e sono pronto a qualsiasi fatica, sono abituato al duro lavoro dei campi.»
«Noto dalla sua muscolatura, mi fa piacere, credo che ci intenderemo. Sto cercando un lavorante per i miei campi rimasti incoltivati a causa di un incidente accorso al precedente uomo che se ne occupava. La paga è sufficiente, credo che bastino cento euro il giorno, potrà soggiornare nella casa dietro la villa, è una costruzione solida sempre abitata dal personale di fatica. Per il mantenimento mangerà con la servitù. Tutto chiaro?»
Per un momento rimasi interdetto, aveva detto cento più il mantenimento, ci mancava solo che mi vestisse e poi avevo fatto bingo.
«Certo signore, chiarissimo. Quando potrò iniziare?»
«Domani andrebbe bene, oggi dovrà aiutare mia figlia in certe cose che vuole. La paga inizierà a correre da oggi stesso, contento?»
Non stavo nella pelle dalla contentezza. Un autostop mi aveva risolto la vita. Se lo avessi raccontato, nessuno dei miei amici vi avrebbe creduto.
«Mi dica dove devo andare e come sistemarmi prima, poi vedrò quanto occorre a sua figlia.»
«Senta giovanotto, lei non la conosce ancora, vada prima da lei e senta che cose le serve, credo che in questo modo andrete meglio d’accordo.»
Lo osservai per capire se le sue parole erano veritiere, ma dal suo sguardo sembrava convinto di quanto asserito.
«Dove la posso trovare per servirla?»
«Senta, prima di tutto mi dica il suo nome, non vorrei chiamarla con un fischio per farmi intendere.»
«Mario. Per servirla.»
«Allora Mario, prenda quella porta, giri a destra, segua il corridoio, lo percorra tutto, in fondo troverà una porta, la apra e dovrebbe trovare mia figlia. Tutto chiaro?»
Ripassai a mente il percorso, la memoria era una qualità che curavo fin da ragazzo, ma dovevo essere sicuro, prima di rispondere.
«Certamente signore.»
Misi in spalla il mio sacco e andai per il percorso indicato.
Seguii attentamente tutte le indicazioni e giunsi davanti ad una porta da dove sentivo scrosciare dell’acqua all’interno.
Preso da una certa timidezza, bussai tre volte a quell’uscio.
«Entra pure Mario, non ti preoccupare, mi devi aiutare un momento anche qui, prima.»
Entrai e la trovai come la statua dell’ingresso, solo che lei grondava acqua. Rimasi un momento imbambolato davanti a tanta bellezza, senza sapere come comportarmi.
«Dai Mario, non fare il tontolone, mai visto una donna nuda? Allungami l’accappatoio e poi esci e attendimi.»
Feci quanto richiesto, poi uscii e rimasi a pensare a quanto avevo notato. Forse da queste parti le usanze erano diverse, o le persone di altra razza, sta di fatto che la sua immaginane mi rimbalzò nella mente come una musica sensuale, lenta e con una dolce armonia.
Uscì radiosa da quella porta, mi osservò in volto e notando un certo rossore, mi disse «Mario, ancora stai pensando a me? Credo di averti fatto colpo a quanto noto?»
«Signorina, non ho queste abitudini e in casa vivo solo con mia madre, al paese la vita è diversa e le usanze sono rispettate da tutti in ogni dettaglio. Una donna si vede nuda dopo il matrimonio la prima notte di nozze.»
«Mario, tu vivi in un mondo retrogrado, la vita si è evoluta e adesso le donne sono libere, figurati se accettassi una simile trafila prima di farmi vedere nuda da un bel ragazzo.»
«Mi scuso per la mia ignoranza e perdoni la mia sincerità, non succederà più, le posso garantire che lei può fare e dire quello che vuole e farsi vedere come desidera, a me serve solo un lavoro, non cerco altro.»
«Bravo Mario, questo volevo sentire da te, sei libero di guardarmi o di voltarti quando mi vedrai così, basta che mi rimani accanto a fai quello che ti chiedo.»
«Al suo servizio, signorina.»
«Mario, ascoltami, quella signorina mi da fastidio, chiamami con il mio nome, lo preferisco e te lo ordino espressamente: Molly.»
«Al suo sevizio, Molly.»
«Adesso va bene. Vammi a prendere la sdraio che sta sul retro e aprila sul prato, voglio prendere un poco di sole e poi andare a fare una passeggiata e tu mi accompagnerai.»
«Allora posso andare?»
«Certo, sei ancora qui?»
Feci quanto richiesto e attesi nuovi ordini. Ancora non mi ero neppure dato una rinfrescata dal viaggio e ne sentivo una necessità impellente.
«Mario, mentre prenderò il sole, ti puoi sistemare e darti una lavata, puzzi come una mucca.»
Arrossii come un melograno, salutai gentilmente e mi ritirai nella residenza assegnata, dietro alla villa.
Era una costruzione solida, bassa nei soffitti ma molto luminosa per via delle ampie finestre che si aprivano sui prati dietro la grande costruzione, davanti, un possente olmo si alzava severo dando ombra piacevole e ricovero a migliaia di passerotti cinguettanti.
Vi era sistemato un bagno di recente costruzione e tutti i servizi costruiti con dovizia di particolari.
Tutto era tranquillo sino al momento che mi infilai sotto la doccia, mentre l’acqua scorreva fresca e
corroborante vidi il volto di Molly che mi osservava divertita.
«Adesso siamo pari.» Scappò via, felice della sua marachella.
Rimasi sconvolto da tanta leggerezza di comportamento, al mio paese nessuna si sarebbe permessa tale confidenza. Se fosse accaduto, avrei dovuto poi sposare la disgraziata che avesse infranto le regole. Molly sembrava che si divertisse, come una ragazzina con il proprio fratellino, solo che non eravamo più bambini noi.
Mi cambiai con quel poco che possedevo, nei loro confronti sembravo uno straccione, ma al
momento non avevo altro. Avrei provveduto appena riscossa la prima paga.
«Mario, sei proprio carino così, almeno non hai più quell’odore addosso. Se vuoi ti posso consigliare un negozio per gli abiti da passeggio, non puoi mica venire in giro con me conciato in questo modo!»
Ci teneva a punzecchiarmi e non capivo dove voleva andare a parere. Presto forse avrei castigato questo suo comportamento, ma avevo necessità della paga e di un lavoro stabile, almeno sino alla fine dell’estate. Pensavo che per il raccolto del grano sarei dovuto rientrare a casa, mancavano ancora diversi mesi e questo mi tranquillizzava.
«Molly, ancora non ho la possibilità di fare acquisti, ma presto, credo, potrò permettermelo e allora, se lo desideri, mi accompagnerai, dove dici.»
«Mario, non c’è bisogno che paghi adesso, parlerò io con il proprietario, è mio zio.»
Mi condusse nel negozio dello zio e mi scelse diversi abiti che mi sarebbero costati la paga di alcune settimane dai conti che feci mentalmente. Quando uscimmo, sorridenti, dal negozio, provai un senso di dolore, pensando a mia madre e a quanto le avrei fatto mancare.
«Dai Mario, non tenere il broncio, mio zio è una persona comprensibile, pagherai appena potrai.»
«Molly, io non sono nella tua condizione e se cercavo lavoro, era per una necessità impellente, se faccio spese simili che cosa manderò a casa a mia madre?»
«Non ti preoccupare Mario, a volte la Provvidenza aiuta i coraggiosi.»
Rientrammo alla villa, depositai i miei abiti e lei volle che ne indossassi uno, subito.
Si piazzò in camera mia, guardandomi mentre mi vestivo e dandomi consigli pratici su come migliorare il mio aspetto.
«Adesso sei presentabile Mario, prima sembravi un buzzurro venuto dalla campagna, adesso sembri un bel ragazzo di città. Vieni, prendo l’auto e andiamo a fare un giro, ti voglio far conoscere alcuni amici.»
Fece manovra e poi l’auto rombò sul viale di accesso e prese la via del mare.
Molly guidava sicura nella luce che stava cambiando lentamente e mentre le ombre si allungavano dietro di noi, giungemmo a un albergo in riva al mare, posto sulla spiaggia e frequentato da molte persone, di cui molti giovani della nostra età.
«Vieni Mario, non temere, sono tutti amici miei.»
Notai lo sguardo delle sue amiche mentre ci avvicinavamo e lei all’orecchio di alcune disse qualcosa. Si voltarono e mi guardarono con altro interesse.
Molly mi condusse da altri amici e mi presentò come suo boy friend. Non comprendendo il significato di quelle parole, rimasi indifferente. Strette di mano e pacche sulle spalle non mancarono e mentre alcuni mi sorridevano felici, altre amiche rimanevano in silenzio.
Molly aveva compreso il loro comportamento e mi disse «Sono gelose, quelle puttanelle.»
«Gelose di cosa?»
«Che stupido, ho detto che sei il mio ragazzo dopo che loro ti avevano già messo gli occhi addosso, ma sono rimaste scornate.»
«Perché hai affermato questo, lo sai che non è vero?»
«Mario, sei proprio un allocco, ancora non hai capito che prendo quello che voglio?»
«Molly forse stai esagerando, mi sembra, ma da come ti comporti, ho l’impressione che vuoi farmi perdere il lavoro.»
«Mamma mia, sempre questo lavoro in mente, non potresti pensare a qualcosa di diverso una volta tanto? Per esempio a me?»
«Molly non voglio pensare a nessuna donna al momento, ti ho detto quali sono i miei scopi e le precedenze nella vita.»
«Guarda Mario che non sono scema. Io so riconoscere un ragazzo che mi piace, e tu mi piaci. Non credi che sarebbe bello avere una storia con la figlia del tuo datore di lavoro?»
«Molly non so che cosa ti passi per la mente ma credo che avere una storia con te sia molto complicato e mi farebbe perdere lavoro e tempo, sicuramente.»
«Mario non la fare difficile, io sono libera di comportarmi come mi aggrada, se non mi vuoi fa niente, un altro lo trovo di sicuro.» Disse questa frase con un atteggiamento che sembrava di sconfitta.
Cercai di addolcire la nostra discussione e su queste sue parole la abbracciai e la baciai davanti a tutti i suoi amici. Un mare di fischi ci avvolse mentre un mondo incantato si apriva davanti ai miei occhi, lei si abbandonò e rimase tra le mie braccia.
Quando riaprì gli occhi, mi guardò con uno sguardo diverso, adesso mi soppesava sotto altro aspetto.
Le sue amiche ci stavano attorno come mosche mentre alcuni ragazzi si avvicinarono per complimentarsi con me. Secondo loro avevo conquistato la ragazza dei loro sogni e la più difficile, sicuramente la più ricca e anche la più carina.
Molly mi afferrò la mano e mi condusse sulla spiaggia, adesso eravamo soli e potevamo parlare tranquillamente.
«Mario, io non ho mai amato nessuno sino a oggi, ma dopo qual bacio mi hai fatto provare un’emozione che non conoscevo, sento che inizio a provare un sentimento diverso nei tuoi confronti, dimmi, tu, che cosa hai provato?»
«Molly, tanta amarezza, so che con questo gesto ho rovinato la mia vita e quella di mia madre, sono convinto che non porterà nulla di buono nel mio prossimo futuro.»
«Mario, tu sei troppo serio. La vita va vissuta quando ti se ne offre la possibilità. Io adesso te la offro, che dovrei fare di più?»
«Non capisco Molly, sono un ragazzo semplice e di campagna, di questi giochi non sono pratico.»
«Sciocco, non voglio giocare ma fare sul serio, basta che tu lo voglia.»
«Se ti spiegassi meglio, forse capirei.»
«Mario, a me occorre un uomo che mi ami e mi sposi, in casa qualcuno dovrà esserci un domani che faccia il padrone forte e deciso per mandare avanti l’azienda di mio padre, tu mi sembri il ragazzo giusto, devi solo dirmi di sì.»
Stavo osservando quegli incredibili occhi nella notte scura e davanti al mare, che rompeva le sue onde su una battigia sabbiosa, risposi di sì.
Il tempo si fermò e noi, in estasi, passammo la più incantevole serata della nostra vita.
Mentre l’oggi diveniva domani, cambiai completamente vita. Un autostop mi aveva portato in paradiso.

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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

1 Comment

  1. avatar sergio ha detto:

    Oddio…racconto carino, con la speranza che tu non abbia piú di 15 anni. Molta strada da fare ti manca, caro Roberto, ma complimenti per l’iniziativa.

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