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L’assenza di corpi – Parte I

Era la prima volta che decideva di vedere la Svezia, l’emozione era palpabile sul suo viso. Sentì il braccio che le circondava le spalle e si lasciò andare nell’abbraccio familiare di Phil.
Chiuse gli occhi inspirando il profumo di salsedine che le riempì i polmoni, avevano risparmiato a lungo per potersi permettere quel viaggio, e lei si augurava che sarebbe stato stupendo.
Vista la bella stagione avevano deciso di fare il viaggio, Copenaghen – Oslo, in traghetto, ci avrebbero messo molto di più, per esattezza diciassette ore, ma si sarebbero potuti godere un po’ di mare, quasi fosse una crociera. Avevano prenotato una cabina matrimoniale e la cena sarebbe stata servita per le diciannove. La partenza a metà del pomeriggio le avrebbe dato la possibilità di poter viaggiare per quattro ore con la luce, e quindi godersi il panorama, Kirya non chiedeva altro.
Aveva notato che non c’erano molti passeggeri, nonostante l’alta stagione, probabilmente perché pochi erano disposti a barattare tutte quelle ore sul mare invece che visitare la terraferma. Per lei era inconcepibile.
Seduta al tavolo con la cena davanti, ancora non poteva credere che era riuscita a vedere un panorama così bello. In particolare le era piaciuta Landskrona e l’isolotto di Ven.
Stava ripercorrendo le sensazioni di quel pomeriggio quando le luci si spensero completamente. Rimasero seduti qualche minuto, sentendo lo sconcerto dei tavoli vicini prima che un urlo di donna le facesse accapponare la pelle. Sentì Phil alzarsi talmente veloce da far cadere la sedia, per poi prenderla da un braccio e guidarla verso il corridoio che portava alla loro stanza, debolmente illuminato dalle luci di emergenza verdi che si trovavano lungo il battiscopa.
Erano arrivati a metà corridoio quando le urla cominciarono a sentirsi per tutto il traghetto, il cuore le rombava nelle orecchie coprendo tutti gli altri suoni, mentre il panico si impossessava di lei.
Venne sbattuta nella cabina da Phil con l’intimazione di stare lì e chiudersi a chiave, mentre lui cercava di capire cosa stesse succedendo. Non voleva rimanere da sola, ma non riuscì ad emettere un fiato prima che Phil sbattesse la porta.
Dopo qualche minuto di shock, in cui era rimasta in piedi, si accasciò sulla porta chiudendola a doppia mandata. Scivolò seduta a terra con le spalle ad essa, mentre fuori continuavano le urla e i passi pesanti delle persone che correvano nei corridoi per salvarsi da chissà che cosa.
Sperava che, qualsiasi cosa fosse successa, qualcuno fosse riuscito a mandare la richiesta di soccorso alle autorità portuali.
Dopo quelle che le parvero ore, il silenzio fu assoluto.
Non si sentiva nulla, neanche un passo, un lamento. Kirya era in pensiero per Phil quindi decise di andare a controllare.
Aprì la porta cercando di fare meno rumore possibile e si affacciò sul corridoio che, anche nella penombra, era visibilmente deserto.
Decise di fare la strada a ritroso fino al ristorante dove stavano cenando.
I corridoio erano deserti ed il silenzio assordante, quando arrivò nell’enorme sala cominciò ad aggirarsi con circospezione tra i tavoli. Molti di essi erano caduti a terra, e il pavimento era pieno di piatti e bicchieri in frantumi e di roba da mangiare, ma neanche una persona.
Controllò l’ora accorgendosi che erano passate due ore dall’inizio della cena, decise, quindi, che era meglio cercare il personale di bordo. Aveva visto le targhette che indicavano che le cabine di comando erano sul ponte superiore, quindi si diresse da quella parte.
Nonostante facesse attenzione, in tutto quel silenzio, era possibile sentire i suoi passi lievi come se facessero l’eco nei lunghi corridoio in ombra. Il silenzio era opprimente, come una coperta calda d’Estate, le levava il respiro dandole la sensazione di essere rimasta l’unica sulla faccia della terra. Il sudore gelido le copriva la schiena, mentre osservava ogni ombra nella speranza, ma anche nel terrore che ci fosse qualcuno. Trovò la cabina di comando aperta, e anch’essa deserta, nessun rumore neanche quello dei motori, si accorse con raccapriccio che la nave stava andando alla deriva.
Cercò con lo sguardo quella che poteva riconoscere come una radio, in modo da lanciare un S.O.S. e la trovò accanto alla porta. Provò per diversi minuti, invano, di mettersi in comunicazione con qualcuno, fino ad arrendersi.
Era disperata.
Si mise in un angolino prendendosi la testa tra le mani, era terrorizzata e non aveva idea di cosa fare. Phil non si trovava, magari era scomparso con il resto dell’equipaggio e degli ospiti del traghetto, la nave andava alla deriva e non era possibile chiedere aiuto, cosa le restava da fare? Cercare una scialuppa e buttarsi a mare?
Era ancora in preda a questi pensieri quando sentì il primo rumore, qualcosa che veniva trascinato. Smise di respirare per paura che qualcuno potesse sentirla e strisciando si avvicinò alla porta per guardare fuori dal corridoio.
Quello che vide nella penombra riuscì a terrorizzarla ancora di più. Qualcuno stava trascinando un corpo ed aveva appena svoltato l’angolo. Tremando strisciò fuori nel corridoio e seguì la sagoma del corpo trascinato. Non era in grado di distinguere chi o cosa fosse la figura che la precedeva, ma una cosa era certa, era l’unica creatura che si muoveva in tutta la nave. Per non farsi scoprire restò parecchio indietro, talmente tanto che ad un certo punto li perse di vista.
Erano scesi di un ponte, e davanti a lei c’erano tre corridoi che si incrociavano. Stava rimuginando su quale fosse la strada da prendere quando una mano le tappò la bocca mentre l’altra la bloccava in un abbraccio da dietro. Il cuore mancò alcuni battiti per poi ripartire impazzito.
“Shhh, non voglio farti del male, ma non devono scoprirci altrimenti ci uccideranno. Rimani in silenzio” le sussurrò una voce maschile all’orecchio.
Quindi qualcuno c’era ed era vivo, almeno sperava che fosse un altro superstite e non un assassino, ma aveva poca scelta su cosa fare. Non avrebbe gridato comunque, non aveva nessuna intenzione di attirare l’attenzione di qualsiasi cosa ci fosse su quella nave. Con colpi precisi della testa annuì e venne liberata.
Si volse piano e nella penombra non poté vedere bene i lineamenti dell’uomo, ma dalla corporatura massiccia si sarebbe detto un lottatore o qualcosa del genere.
Lui le fece cenno di seguirlo e si addentrarono in uno dei corridoi. Svoltarono parecchie volte fino a quando con un cenno la fermò e la fece accucciare. Kirya sbirciò da sopra la sua spalla e non vide niente, era molto perplessa. L’uomo dovette accorgersi del suo nervosismo perché le indicò un punto preciso, ma anche così non vide niente, se non un atrio vuoto in cui confluivano due corridoi oltre a quello in cui stavano loro.
Lo sentì sospirare e lo vide allungare la mano con cui tracciò al centro della sua fronte, con dita leggere che le fecero scorrere un brivido lungo la schiena, alcuni segni sussurrando parole che lei non riusciva a capire. Sentì un lieve bruciore lì dove le sue dita erano passate e poi successe una cosa straordinaria, vedeva. Nel senso che stava vedendo come se fosse tutto illuminato, ma non era neanche questa la definizione adatta. Vedeva come in un caleidoscopio di colori, si guardò attorno sorpresa e rimase di sasso.
Dalla gola un urlo lottava per uscire alla vista di quelle cose, subito la mano dell’uomo fu sulla sua bocca, mentre con l’altra le toccava la spalla come a calmarla.
Davanti ai suoi occhi, in quello che doveva essere un atrio deserto, c’erano delle creature umanoidi che stavano divorando alcuni cadaveri. Con terrore si rese conto, che nel mucchio di corpi ai loro piedi c’era anche Phil.
Le lacrime le scesero calde sulle guance, mentre il cervello lottava per rimanere lucido. In realtà lei voleva solo scivolare nell’oblio, sicuramente era un sogno, non stava accadendo realmente, si sarebbe svegliata nel letto accanto a Phil e gli avrebbe raccontato quel sogno assurdo e ne avrebbero riso.
Evidentemente l’uomo comprese che si stava lasciando andare alla pazzia, perché la sollevò di peso e la portò lontana da quella macabra scoperta.
Kirya non sapeva per quanto avessero camminato, ma solo che ora si trovava in una cabina, adagiata sul letto.
L’uomo era seduto accanto a lei e fissava intensamente la porta, dove erano stati disegnati alcuni strani simboli.
“Non sta succedendo davvero” sussurrò lei.
“Purtroppo si. Ed io che volevo farmi una vacanza tranquilla” rispose l’uomo sospirando.
“Cos’erano quelle cose? E perché prima non le vedevo?” chiese Kirya sempre più agitata.
“Non le vedevi perché erano su un altro piano, che gli umani non possono vedere. A meno che non utilizzino qualche espediente. Hanno diversi nomi in base alle culture, c’è chi li chiama Ponaturi, chi Ahuizotl o Rusalki. Io li chiamo Pirasmi, un incrocio tra fantasmi e pirati perché prediligono sfamarsi sulle navi. E’ da loro che nasce il mito delle navi fantasma.”
Kirya lo guardava terrorizzata, mentre lui spiegava con un aria di sufficienza e un sorrisetto dipinto sul volto. Come faceva a essere così rilassato parlando di mostri?
“Immagino che questo sia un po’ troppo per te. Facciamo così, non ha importanza per te sapere, anzi” agitò la mano in aria “meno sai di tutto questo e meglio starai”
Kirya non ne era sicura, ma in quel momento il suo cervello era in pappa. Continuava a vedere quei mostri umanoidi che mangiavano i cadaveri e Phil tra quei corpi.
Fantasmi, pirati, mostri, non poteva essere vero!
“Ascoltami, ora devi calmarti. Non ne uscirà niente di buono se ti agiti o se svieni.”
Kirya annuì con riluttanza.
“Cerca di rimanere lucida, dobbiamo evitare di farci prendere. Ci sono due possibilità, o prendiamo una scialuppa, oppure ci nascondiamo fino al mattino, quando rimarranno segregati nel loro piano.”
Kirya corrugò la fronte.
“Di giorno non possono farci del male”
L’uomo fece di no con la testa.
“Possiamo rimanere in questa cabina?”
L’uomo guardò l’orologio.
“Mancano otto ore all’alba, loro setacceranno la nave per non lasciare superstiti. Potendo attraversare le pareti sul loro piano, non è sicuro rimanere fermi. Dobbiamo continuare a spostarci. La buona notizia è che con l’incantesimo che ti ho fatto sei in grado di vederli.”
“Ma cosa sei tu?”
L’uomo sorrise.
“Piacere mi chiamo Mark e sono uno stregone.” Tese la mano.

to be continued …..

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La Chiesa delle Tre Croci - Parte II
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Oceanografa a tempo perso, grande lettrice che non disdegna dai classici agli ingredienti dei succhi di frutta. Nutre una grande passione per il Fantasy e in questo periodo, in particolare per il Weird. Avendo personalità multiple adora i GDR e sopratutto i GRV. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 2008, ma è ancora in cerca di un editore che la sopporti.
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