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Capitolo 3 – L’altare dei poeti e dei pazzi

Un giovane correva per avere salva la vita. Correva veloce, del resto lo era sempre stato, scartando questo o quell’ostacolo con grazia e agilità. Pochi di quelli che si fermavano a guardarlo riuscivano a vederlo e lo ammiravano incantati, molti distinguevano solo una macchia di colori vivaci.
Il ragazzo di colpo si fermò. Era ad un bivio in una parte della cittadina che non conosceva. A fargli compagnia il fiato grosso e il rombo del sangue nelle orecchie, più lontano i passi del suo inseguitore. Aveva pochi secondi e scelse il vicolo più stretto coi lastroni a terra e le bancarelle colorate di blu e di bianco, almeno credeva che lo fossero perché gli occhi già da un po’ non distinguevano più bene. Imprecò nuovamente, tra sé, per quell’inconveniente. Alcune volte gli succedeva, le sue iridi mutavano diventando trasparenti e brillanti, cerchietti avorio e oro. Callin dagli occhi liquidi. Così lo chiamavano quei pochi che lo conoscevano da abbastanza tempo per poter assistere a quel cambiamento: molto pochi in realtà, poiché lui lo nascondeva. Ma come fare in una stanza buia dove l’altra persona era molto vicina e molto concentrata su di te?
Con un nuovo scatto lasciò la polvere e quei pensieri alle spalle, ma non riuscì a distanziare colui che con passo pesante ed una scure poggiata sulla spalla continuava l’inseguimento senza demordere. Tuttavia Callin non si arrendeva mai, impresse nuova forza nelle gambe e ce l’avrebbe fatta se il destino non avesse deciso per lui quella partita. La stradina che imboccò a tutta velocità era un vicolo cieco. Davanti a lui, infatti, si stagliavano le rocce, inconfondibili e celebri, che nel tempo avevano sempre avuto un solo nome: l’altare dei pazzi e dei poeti.
Le rocce avevano sfumature argentee, verdi e indaco, un pezzo di cielo sulla terra o un pezzo di mare sulla terra? Nessuno lo aveva mai capito poiché guardandole da lontano sembrava un punto di unione con gli stessi colori di entrambi. L’altare ricopriva tutto il piccolo promontorio a picco sul mare e molto tempo prima, quando non se ne conosceva la fama, sarebbe parso il posto dove il mondo finiva. Una barriera che univa cielo e mare. Proprio per questo era ispiratore dei più bei versi e tomba dei più folli, chi altri avrebbe compiuto quel salto nel mare a tanti metri da esso?
Tuttavia Callin non era né un poeta né un suicida, eppure era giunto all’altare. Si fermò sulla roccia più alta quella quasi tutta argentea respirando a pieni polmoni l’odore di salvia e della salsedine, il vento forte e impetuoso le portava sino alle sue narici.
Si voltò indeciso ma, come pensava, scorse la tunica rossa del suo inseguitore. Ancora un ripensamento e sarebbe stato troppo vicino… Callin saltò.

                                                            ~~~~~

Rose era seduta su di una sedia di pietra che Vincent aveva creato al momento nel suo piccolo giardino sul retro della casa. Le aveva dato altre dimostrazioni dell’utilizzo dell’alchimia in rapida successione da lasciarla completamente senza parole. Prima due sedie, una difronte all’altra, bianchissime e levigate, poi un tavolino si era letteralmente formato al centro, dal terreno e dello stesso materiale. Il tutto era accaduto in pochi instanti. A Vincent era bastato accovacciarsi e toccare con una mano il suolo ed il mobilio di pietra era semplicemente cresciuto, modellandosi nelle forme che l’alchimista desiderava.
L’aveva invitata a sedersi ed era sparito nella piccola porta sul retro della sua casetta, prontamente seguito dalla sua gatta.
Rose non era riuscita a dare un senso a quel sorriso, la discussione non aveva preso la piega che la ragazza aveva preventivato e riflettendoci onestamente, era a corto di idee. La sua determinazione nell’apprendere l’alchimia era ancora forte, ma aveva anche capito che dinanzi a quell’uomo, la sola forza di volontà non l’avrebbe aiutata a convincerlo a farle da maestro. Per non parlare del fatto che avrebbe potuto trasformarla in una lucertola solo toccandola, risolvendo tutto in un batter d’occhio. A ben vedere però non c’erano lucertole in giro, forse Vincent non poteva trasformare la gente in piccoli rettili o forse quella sua gatta, Kimi l’aveva chiamata, le mangiava subito dopo la trasformazione.
Rose pensò più volte a fuggire da dove si era intrufolata, arrampicandosi sul muro di cinta del giardino, ma, mentre ragionava su quanto sarebbe stato comunque inutile, fu interrotta da un baccano proveniente dall’interno della casa. Porcellana che va in frantumi, seguita da miagoli isterici e la prevedibile imprecazione.
– Kimi, dannazione! Mai una volta che fai attenzione, guarda che disastro!
Una piccola macchia bianca filò a tutta velocità fuori dalla casetta ed andò a piazzarsi sotto la sedia di Rose, miagolando sommessamente. Qualche secondo dopo Vincent la seguì con in mano un vassoio pieno di cocci di porcellana.
– È inutile che chiedi scusa! La prossima volta ti trasformo in una lucertola!
La gatta miagolò preoccupata e Rose sbiancò.
– Cos’è quella faccia? Non crederai mica che lo faccia davvero? – chiese Vincent alla ragazza.
– Ma puoi farlo veramente? – si informò Rose, mentre le guance, con suo enorme fastidio, assumevano un colorito tendente al rosso.
– Certo che no! Sono un alchimista, non sono un dio! – rispose l’uomo – E non sono sicuro che un dio ci riesca, sempre ammesso che ne esista uno.
La ragazza si rilassò leggermente e così poté notare che Kimi era ritornata completamente bianca e che Vincent era di nuovo invecchiato.
– Dai, aiutami, dobbiamo dividere i cocci prima che io possa aggiustarli. Erano due tazze ed una teiera prima che Kimi decidesse di farmi cadere il vassoio di mano.
Mentre i due si dedicarono alla separazione dei vari pezzi di porcellana, la gatta saltò sul tavolo per osservare il loro lavoro da vicino.
– Come mai sei di nuovo vecchio? Le… – Rose non trovò la parola esatta – cose che sai fare non durano nel tempo?
– Oh no, mentre ero dentro ho ripristinato il travestimento. Il nostro vero aspetto è quello che ti abbiamo mostrato prima.
– Perché ti travesti?
– Perché non dovrei? – Vincent alzò lo sguardo dai cocci per fissarla.
– Perché non ne vedo il senso – rispose Rose ricambiando lo sguardo.
Occhi distanti e freddi incontrarono quelli fieri di lei, eco di ciò che, in un tempo diverso, erano stati i suoi.
– E cosa sai tu per poterne vedere il senso? – l’alchimista si sporse verso la ragazza.
– Nulla! Altrimenti non avrei chiesto – la ragazza cominciò a preoccuparsi di nuovo.
– Definisci “nulla”! – la incalzò l’uomo.
– MIAO! – si intromise Kimi, frapponendosi tra i due e attirando tutta l’attenzione del suo imprevedibile padrone.
Vincent si allontanò dalla ragazza per un attimo, mentre la gatta continuava a miagolare in maniera più tranquilla.
– Quindi tu pensi che davvero non sappia nulla?
Un solo miagolio di assenso chiuse la conversazione.
Rose era spiazzata. Aveva avuto già l’impressione che l’animale comprendesse quello che le veniva detto, ma vedere Vincent discorrere con lei come se fosse una persona non aveva senso. Cominciò a dubitare della sanità mentale dell’uomo.
L’alchimista si rivolse di nuovo alla figlia di Rosh.
– Perdona i miei modi, sono costretto ad essere sospettoso. Mi travesto perché sono ciò che sono e spero che un giorno smettano di cercarmi, nel frattempo mi nascondo. Per ora non ti dirò altro.
Rose capì che doveva farsi bastare quella risposta. Guardò Kimi ed i riflessi nei suoi occhi le placarono il senso d’inquietudine che continuava ad assalirla. La ragazza sorrise e poi indicò a Vincent i cocci.
– Penso di aver trovato tutti i pezzi di una tazza!
– Fa vedere! – l’uomo studiò qualche secondo la porcellana e poi toccò con un dito il frammento più grande. Tutti quelli intorno furono attratti da esso: si allinearono e si saldarono ricostruendo la tazza originaria, senza lasciare alcun segno del danno.
L’alchimista poi fece la stessa operazione sul suo mucchietto di cocci, riformando la teiera ed infine sul resto, ripristinando la seconda tazza.
– Kimi, vai a prendere il mio infuso speciale. – ordinò l’alchimista alla gatta, mentre una microscopica nuvoletta appena creatasi da una delle sue dita faceva piovere dell’acqua nella teiera.
Kimi non si mosse. Vincent sbuffò.
– Kimi, per favore, potresti andare a prendere il mio infuso speciale?
La gatta miagolò soddisfatta e con un balzo sparì in casa.
– Alcune volte è così rigida – commentò l’uomo e sorrise a Rose – Allora, ragazza mia. Abbiamo tergiversato abbastanza! Tu sei qui perché vuoi che ti insegni l’arte dell’alchimia.
Il cambio di tono fu repentino, dall’allegro al serio. La ragazza venne spiazzata nuovamente e l’inquietudine salì di nuovo.
– Sì – rispose laconicamente la giovane.
– Perché? E bada di essere completamente sincera.
Era un ordine e lei l’ho accettò per come si presentava.
– Perché mi affascina, perché voglio poter usarla per aiutare mia madre, così che lei non debba più lavorare. Con l’alchimia potrei in un attimo compiere il lavoro di una giornata! – fece una pausa durante la quale abbassò lo sguardo – E perché sento che è la cosa giusta da fare.
Vincent la squadrò per qualche secondo, poi fu interrotto dal tintinnio del contenitore metallico che Kimi stava riportando tenendolo in bocca per un manico. L’alchimista lo prese quando la gatta glielo porse.
– Grazie!
Kimi miagolò cortesemente e si acciambellò ai piedi della sedia dell’uomo.
Vincent estrasse un po’ di foglie tritate dal contenitore e le inserì nella teiera, poi poggiando le mani sul corpo principale di porcellana, fece bollire l’acqua. Versò infine l’infuso nelle tazze e ne porse una alla sua ospite.
– La via dell’alchimia non è semplice – prese a spiegare alla ragazza – L’accademia non permette che la si insegni al di fuori del suo controllo. Se ti faccio da maestro ti condanno alla segretezza. Se faccio di te un alchimista illegale e l’accademia di trova, ti arresteranno.
– Potresti insegnarmi e poi, un giorno, quando ne avrò la possibilità, potrei farmi autorizzare dall’accademia di Saroh.
– In condizioni normali si potrebbe fare, ma vorrano sapere chi ti ha insegnato ed io, come ti ho detto, sono un ricercato: la mia licenza per l’uso dell’alchimia è stata ritirata tanti anni fa. – l’uomo parve sconsolato ed un lampo di tristezza attraversò i suoi occhi – Mi dispiace Rose, non ho intenzione di metterti in una situazione del genere.
La voce monocorde, però, la pacatezza nei movimenti e lo scetticismo nello sguardo testimoniavano quanto poco in realtà gli interessassero le regole dell’accademia e tutte le conseguenze che portava una qualunque infrazione. La ragazza non lo notò, persa in quel rifiuto. Non rispose e sorseggiò il suo infuso senza sentirne il sapore.
La sua mente era alla deriva tra sogni infranti e pensieri tristi. Alcune lacrime le luccicarono negli occhi, ma non caddero. Con la mano cercò il ciondolo di suo padre sotto la camicietta. Lo tirò fuori e lo strinse. L’ancora del suo mare era il ricordo di Rosh, l’unica certezza di sempre, il bene che le aveva voluto.
Kimi balzò sul tavolo e si avvicinò alla ragazza. Strusciò la testa contro la sua mano e fece le fusa.
– Te lo ha dato tuo padre quello? – chiese all’improvviso Vincent, rompendo il silenzio che si era creato. Un nuovo cambiamento che Rose poté osservare, questa versione di lui era ancora, se possibile, più remota e negli occhi faceva capolino una strana espressione.
– Sai, fui io a darlo a lui, prima che tu nascessi, quando mi portò qui con il suo peschereccio. – lo sguardo di Vincent inseguì ricordi lontani e tristi – Era l’oggetto più prezioso che avevo e glielo cedetti per riconoscenza. Gli dissi anche che se un giorno avesse avuto bisogno di aiuto ed io avessi dimenticato quello che aveva fatto per me, avrebbe dovuto mostrarmelo. Ed ora è qui, appeso al collo di una persona che mi sta chiedendo aiuto.
L’ultima frase fu più che altro un pensiero a voce alta. Rose poté leggergli negli occhi emozioni contrastanti originate da ricordi che nascevano e morivano nelle sue iridi. Valutazioni, preoccupazioni, obblighi, si susseguivano, accavallandosi, in quello sguardo profondo, ma un unico filo, che Rose non riusciva a scorgere, legava il tutto: il senso di perdita, conosciuto da lui in molteplici modi.
– Ah, che situazione! Dai andiamo. – l’uomo si alzò di scatto, prese la ragazza per mano e la trascinò dentro casa. Attraversarono la cucina e puntarono direttamente ad una grossa porta di legno. Lasciò la mano di Rose, che non sapeva cosa pensare, per armeggiare con delle chiavi. Finalmente riuscì ad aprire.
– Vieni Rose, vieni! Kimi, dai il benvenuto alla nostra nuova apprendista! – disse allegramente Vincent mentre entrava, seguito da una timorosa Rose, che non aveva mai messo piede nella casa di un alchimista, figuriamoci nel sul laboratorio.
Un miagolio distratto provenì dal buio più completo di quella stanza. In qualche modo la gatta era entrata prima di loro.
– Le piace l’oscurità, passa ore qui dentro quando non ci sono e non ho ancora capito come fa ad entrare con la porta chiusa. – spiegò Vincent mentre creava una piccola sfera luminosa in una mano.
La ragazza era ammutolita, da un momento all’altro aveva ottenuto quello che cercava. Il vecchio tutto fare, l’uomo che aggiustava tutto per gli abitanti del posto, che aveva conosciuto fino al giorno prima, si era trasformato: era passato dall’essere un eccentrico solitario che parla al suo gatto ad un eccentrico alchimista a cui il suo gatto risponde. Di colpo i suoi discorsi acquisivano più senso, sapeva cambiare aspetto ed accendere sfere luminose con le mani.
Vincent guidò la sferetta verso la parete a colpire un paio di lanterne appese che, a contatto con la “bolla di fuoco” si accesero rischiarando la stanza. Soddisfatto, l’uomo raggiunse la sferetta che ancora fluttuava e con la punta del dito la dissolse, poi si voltò verso la ragazza.
– Che te ne pare? – chiese gioviale. L’ennesimo cambiamento. Era un dado dalle molte facce, tuttavia la ragazza non le aveva ancora viste tutte quel giorno e così sarebbe stato almeno per un bel po’.
Rose, però, era troppo impegnata nella contemplazione di quella stanza, con gli occhi sgranati e la bocca semi aperta. Non rispose, ma la sua espressione fu per l’alchimista il chiaro segnale di averla impressionata. Vincent sorrise ed infilò la testa in un armadietto per cercare chissà cosa.
Le pareti erano cariche di mensole traboccanti di ingredienti e strumenti alchemici. Ampolle, alambicchi, pestelli e fornellini spuntavano ovunque misti ad attrezzi che Rose non aveva mai visto e di cui non conosceva il nome. Il tutto era in disordine, accanto alle foglie di cardo essiccate sul ripiano a destra c’erano dei cubetti di metallo, forse rame, e lì vicino un barattolo con degli scarafaggi vivi all’interno. Sulla mensola inferiore invece vi erano riposti in malo modo dei libri, alcuni dei quali ingrigiti dalla polvere.
Rose si avvicinò all’enorme banco da lavoro al centro della stanza che non era da meno. Non vi era un centimetro quadrato di spazio libero affollato com’era da reagenti alchemici. La ragazza fu attratta da una serie di ampolle contenenti liquidi di colori diversi e stranamente poste in ordine. Ne prese una rosa fosforescente per vederla più da vicino e notò che se capovolta, quel colore lasciava il posto ad un verde acido molto minaccioso, mentre quando veniva rimessa dritta, ritornava di quel bel rosa. La ripose e ne prese un’altra di colore blu elettrico che però se capovolta non reagiva come la precedente.
– Dovresti stare attenta con quella. – disse Vincent avvicinandosi e prendendole l’ampolla dalle mani – se la scuoti troppo potrebbe esplodere!
Rose lo guardò spaventata, ma capì dal suo sorriso che la stava prendendo in giro. Sorrise a sua volta e continuò ad aggirarsi per il laboratorio passando davanti ad una collezione di barattoli pieni di parti di insetti ed uno scaffale con tanti cristalli di colore e taglia diversa. Prese quello che le sembrava un diamante grosso quanto un pugno.
– Non ci pensare nemmeno – la interruppe Vincent – non vale nulla, l’ho creato io e non è un vero diamante. –
– Oh! – esclamò delusa la ragazza riponendo la gemma.
– Allora, sei ancora sicura di voler diventare un’alchimista? Dovrai studiare duramente ed imparare ad usare tutti gli strumenti che vedi in questa stanza, per non parlare della conoscenza perfetta di tutti i reagenti e di come è composta la materia. Impiegherai anni. –
– Sì! Certo, che voglio diventare un’alchimista – rispose Rose determinata. Non le interessava perché l’uomo aveva cambiato idea così repentinamente, l’importante era l’essere stata accettata.
– E allora, fossi in te, comincerei a mettere in ordine questo posto – rispose sorridente Vincent estraendo da dietro la schiena una scopa ed uno straccio per lavare i pavimenti e porgendoli alla ragazza. – In cortile troverai una fontana con un secchio per l’acqua e sempre se fossi in te non proverei a scoprire cosa c’è sotto quel telo nell’angolo, potresti vomitare.
Così dicendo l’alchimista uscì dal laboratorio, seguito dalla sua gatta, lasciando Rose sorpresa, un tantino delusa e senza parole.

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Capitolo 2 - Il Mutamento
Capitolo 4 - Il ladro e i Gigli
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Lissa

secondo nome Stachanov, non riesce a stare con le mani in mano, ogni minuto in cui non si è impegnati in qualche attività è un minuto perso! Le piace dialogare con le persone e cerca di avere pochi pregiudizi, non sempre le riesce… soprattutto quando le demoliscono i suoi libri fantasy preferiti. Passione e hobby unico lettura di libri, ovviamente, fantasy, ha provato anche altri generi con scarso risultato, sempre alla ricerca di qualche nuova bella saga da scoprire, insomma, leggere è l’unica cosa che non si stancherebbe mai di fare.

1 Comment

  1. avatar RossellaS ha detto:

    La ben nota vecchia regola della gavetta!
    Mi piace l’idea dell’acqua che si condensa per entrare nella teiera!

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