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8. Armònia – Ser Stefano

Prologo

Mattia Barberin chiuse la porta e inspirò l’aria fredda della notte. L’anonimo edificio alle sue spalle era poco lontano dal paese, isolato. Nessuno avrebbe fatto caso a quel basso stabile con l’insegna del reparto uffici di una ditta inesistente dedita a costruire ruote per criceti. Nessuno avrebbe sospettato che era il centro autorizzazioni per l’Europa degli autostoppisti galattici. L’umanità era ancora all’oscuro dell’esistenza di un brulicante universo, là fuori. Non che non fosse pronta. Era l’universo a non essere pronto per gli umani. Quindi si era deciso di permettere il dilagare della pazzia umana in moderate dosi, solo per i pochi che ne venivano a conoscenza. E Mattia era uno di loro. Aveva decifrato i messaggi in codice nascosti nei cruciverba, si era insospettito del continuo confabulare dei topi, ma la certezza di un qualcosa più vasto intorno a lui era venuta con la presa di coscienza del numero quarantadue. Da allora non si era dato pace. Era entrato in contatto con individui simili a lui, gruppi di folli, fanatici, aveva posto le domande giuste e, alla fine, aveva trovato quel luogo. Era stato istruito, un colloquio di dieci minuti con una strana signora anziana (dubitava fortemente che fosse umana) e dotato di tutto ciò che gli serviva.
Strinse forte il video-libro che lo avrebbe aiutato e accompagnato in quell’avventura. Le dita passarono inconsciamente sulla scritta in rilievo DON’T PANIC traendone inaspettato sollievo. Mattia si incamminò verso i colli poco distanti orgoglioso di essere uscito dal gregge di pecore che erano i terrestri. Ce l’aveva fatta, era il primo Italiano a diventare autostoppista galattico. Il capostipite di una nuova stirpe. Un eroe che sarebbe passato alla storia, ovviamente quando l’umanità fosse stata messa al corrente.
Un sentiero conduceva sulla vetta della collina. Lo affrontò cautamente perché era buio e temeva, sbadato com’era, di inciampare. Doveva trovare un posto appartato, non rompersi una gamba.
Mentre camminava tastò la tasca della sgualcita giacca: l’asciugamano era accortamente ripiegato, nell’altra tasca aveva la capsula del traduttore universale. Altro non aveva, altro non gli serviva.
Giungendo in una piccola radura sulla sommità della collinetta si fermò. Estrasse la capsula e l’aprì. Gli avevano detto che il traduttore era una sorta di brutto pesce giallo da inserire nell’orecchio. Questo somigliava piuttosto a una grande e lunga supposta.
Aprì la Guida e chiese istruzioni. Il libro rispose immediatamente, con voce bassa e leggermente seccata. Immagini iniziarono a scorrere per semplificare la comprensione anche ai meno intelligenti.
Il traduttore universale è stato modificato perché faceva male e, diciamolo pure, anche un po’ schifo. Il nuovo traduttore risulta meno doloroso. Per il concetto di “schifo” sono in corso alcune diatribe. Se avete subito pensato che fosse un supposta, avete già capito come va applicato.
Mattia chiuse il video-libro pensando che forse avrebbe preferito il pesce giallo. Sudando freddo si accucciò dietro a un cespuglio.

Si riportò al centro della radura massaggiandosi i glutei. Alzò gli occhi al cielo stellato. Cosa lo aspettava la fuori? Quante cose avrebbe visto? Le sette meraviglie della Terra erano pulviscolo in confronto all’infinito che lo aspettava. Straordinari viaggi, nuove forme di vita, nuove civiltà. Si trovò a canticchiare il motivetto di Star trek. Sorrise.
Ora doveva decidere la destinazione. Una qualsiasi poteva andare bene per un autostoppista, ma per il suo primo viaggio voleva togliersi qualche sassolino.
Era vero che sotto la dura crosta di Venere c’era una razza aliena? Ai confini dell’universo c’era un cantiere di lavori in corso? Esisteva davvero un gabinetto al centro dell’universo dove si poteva ammirare il punto di origine del Big Bang?
Si grattò le orecchie, indeciso.
Aprì la Guida e disse – Il miglior luogo di piacere dell’universo.
Armònia è il pianeta abitabile più vicino alla nebulosa Armònia. Le onde, dette in maniera fantasiosa “armoniche”, lambiscono il mondo donando effetti piacevoli che possono essere riassunti in perenne eccitazione e disponibilità immediata verso il prossimo. I nativi del pianeta, 82 miliardi di individui, sono esclusivamente di genere femminile e sono considerati universalmente, le più graziose e intriganti creature del conosciuto. Si è imposto subito come punto di riferimento per la lussuria e il relax. Alcune cose che potrete fare su Armònia…
Mattia sgranò gli occhi. Poi li sgranò di più. Poi chiuse il libro altrimenti i bulbi gli sarebbero esplosi rendendolo cieco!
– Armònia – sussurrò dolcemente.
Alzò il viso verso il cielo, poi tese il braccio. Il pollice puntato verso un gruppo di stelle invisibili. Tra loro c’era anche il suo nuovo oggetto del desiderio. Dall’anello scaturì un piccolissimo raggio viola. Trapassò la volta stellata come carta e corse a folle velocità nello spazio alla disperata ricerca del primo passaggio.

1. Attacco alla Terra

Quando un autostoppista viene raccolto, non è piacevole come dicono. È un po’ come quando frequentavi le elementari e giocavi a pallacanestro contro quel ragazzo che, nonostante avesse la tua stessa età, era alto il doppio e grosso il triplo. Immagina ora che quel bullo ti avesse scagliato contro il pallone con tutta la forza che disponeva e ti avesse colpite nelle parti basse. Ottenere un passaggio è un po’ così!
Mattia promise a se stesso di annotare tutte queste osservazioni nella Guida, non appena avesse ripreso fiato.
Si guardò intorno, sembrava un’astronave da trasporto di notevoli dimensioni a giudicare dai grandi macchinari sparsi in giro e dal soffitto posto a parecchie decine di metri sopra la testa.
Doveva essere una stiva, o una sorta di ripostiglio gigantesco, pieno di congegni di cui ignorava totalmente l’utilizzo.
Probabilmente non si erano nemmeno accorti della sua presenza. Non è necessario che il pilota sia a conoscenza dell’autostoppista. Semmai è più importante il contrario.
Un vociare ovattato lo attirò verso la parete più vicina. Vi si appoggiò schiacciando l’orecchio, testando per la prima volta il traduttore universale.
– Saremo sulla Terra tra pochi 298457#. Sbarcheremo a gruppi di ventimila, ovviamente in località separate. Ci vorrà del tempo per disporre tutte le armate al loro posto, ma presto avremo il loro sangue.
L’altro interlocutore rise. – Siamo in anticipo sulla tabella di marcia. Meglio così. Li coglieremo di sorpresa. Non riusciranno a organizzare le difese.
Mattia si ritrasse dalla parete, spaventato.
Si accucciò sul pavimento e aprì la guida. – Attacco imminente alla Terra – disse con voce appena udibile.
La risposta della Guida non tardò ad arrivare, anche se stavolta sembrava stanca e annoiata:
Il prossimo attacco è previsto nel 2112 da parte dei Coniualbi. La conquista del pianeta sarà effettuata per non sbugiardare le credenze Maya, e con questo non intendiamo un mobile di un’ape!
Chiuse il libro e pensò. La Guida si sbagliava? Impossibile. Più probabile che non sapesse, il che era già abbastanza debilitante come idea. Forse lui era l’unico a sapere di questa invasione. Avrebbero distrutto la Terra? Un’altra volta?
Estrasse l’asciugamano dal taschino e si avvicinò di nuovo alla parete. Non pensava che l’asciugamano potesse servire a qualcosa, ma gli avevano caldamente consigliato di averlo sempre a portata di mano e lui preferiva seguire un consiglio che pentirsene.
Le voci si erano spostate più avanti. Le seguì circumnavigando un grosso cubo e riaccostandosi alla parete. Ora ricominciava a sentirle più chiare. Iniziava a distinguere le parole quando una paratia che non aveva notato, si alzò di colpo lasciandolo impietrito e in bella vista a chiunque si fosse trovato nell’altra stanza. Il locale davanti a se era più piccolo e, fortunatamente, deserto.
Poi una voce tuonò – Chi è costui?
Un’altra la seguì a ruota: – E cosa ci fa nella nostra astronave?
Centinaia di voci parlarono tutte insieme poi una disse: – È un umano! – e tutte zittirono.
– Fatevi vedere – intimò Mattia con un raglio di coraggio. Tirò le estremità dell’asciugamano come fosse una fionda e lo puntò a caso.
Grida e mugolii terrorizzati seguirono quel gesto, con grande disappunto di Mattia.
– Calma figliolo – disse la prima voce che aveva parlato, forse il leader. – Abbassa quell’asciugamano. Non vogliamo che nessuno si faccia male, né muoia.
– Bugiardo – urlò Mattia al nulla, rinfrancato dal fatto che sembravano, per qualche oscuro motivo, temere l’asciugamano. – Vi ho sentiti prima. State per attaccare la Terra, vigliacchi.
Seguì un borbottio sommesso.
– Dove siete? Siete invisibili? – chiese Mattia.
– Sono qui, davanti a te, umano!
Aguzzò la vista cercando una sagoma, un’ombra, qualsiasi cosa, ma non vide nulla. Poi sentì l’inconfondibile ronzio delle ali.
– Zanzare! – esclamò forse ancor più spaventato di quando aveva appreso dell’attacco imminente la Terra.
– Vampiriani prego – rispose irritata la voce di prima. Si librava in aria a una decina di centimetri dal naso del terrestre. – Odio quel nome. È dispregiativo e razzista.
Mattia sorrise rinfrancato dal fatto che l’umanità non era in pericolo, perlomeno non più in pericolo del solito. – Ahi – gemette e si diede una sberla sul braccio mancando la zanzara di un soffio.
– (/)(7776*, non infastidire l’umano! – tuonò la voce.
– Mi scusi Responsabile. Non ho resistito al delizioso sudore.
– È un ospite, un po’ di riguardo!
Mattia si grattò e il prurito aumentò. – Ma, ma… – riuscì solo a balbettare.
La zanzara iniziò a spiegare pazientemente. – Sei novizio dei viaggi a quanto vedo. Permettimi di presentarmi. 239$55£ responsabile della nave da crociera superlusso 65)9° in rotta verso la Terra per le annuali vacanze estive. Se ti sei mai chiesto dove cavolo spariscano i Vampiriani una volta finita l’estate, beh, ora lo sai.
– Non ci posso credeHAI!
– Scusami umano! Ma la tua pelle è così morbida e invitante.
Mattia iniziò a schiumare rabbia – Succhiami un’altra volta e ti uccido a piastrine in testa!
– Emani un così bel sudore quando ti arrabbi…
– (/)(7776* fatti da parte o ti prometto che il tuo luogo di villeggiatura sarà un fiordo in Norvegia.
Mattia sentì un ronzio allontanarsi, ma non riuscì a vederla, si grattò contemporaneamente il braccio e il dorso della mano. – Ma quanti siete?
– Quest’anno solo qualche miliardo. C’è crisi e non tutti possono permettersi una vacanza sulla Terra. Contiamo però di riprodurci notevolmente una volta atterrati.
– Tutto questo è orribile.
– Capisco – asserì la zanzara-leader. – E ti ringrazio per la comprensione e il cordoglio per quanti di noi moriranno. Ma per ognuno di noi che uccidete, otteniamo un bonus di dieci moltiplicazioni. Non capisco perché vi ostiniate a darci la caccia, non avete ancora capito che è inutile? E poi, mica vi uccidiamo noi.
– Ma siete fastidiose.
– Anche i vostri spray lo sono, ma non ci siamo mai lamentati.
Mattia capì subito che la conversazione non sarebbe mai andata a buon fine e prima di rimanere incastrato in un dialogo surreale inventò una scusa credibile per allontanarsi, talmente credibile che pure lui ne fu sorpreso: – Potrei andare un attimo in bagno per rinfrescarmi, così da non indurre troppe di voi a saltarmi addosso.
– Sensato. Anche se poi potresti concederci la gentilezza di far assaggiare ad alcuni di noi l’annata che ci aspetta una volta giunti sulla Terra.
Mattia sfoderò il suo miglior sorriso – Certamente! Ora… con permesso.
Rientrò nella stiva e, a grandi falcate, mise più distanza possibile tra lui e i succhia-sangue.
Dalla stanza appena lasciata sentì (/)(7776* dire: – Il sudore dell’umano è aumentato Responsabile. Secondo me ci nasconde qualcosa.
Mattia aveva già il pollice alzato e puntato verso la paratia opposta. Il sottile fascio luminoso trapassò il metallo lanciando il segnale nello spazio profondo. Che sfortuna, pensò, non solo sto ritornando verso la Terra, ma mi trovo a bordo di una nave piena di zanzare. Miliardi di zanzare.
Dietro di lui qualcuno disse: – Visto? Quello sta cercando di svignarsela senza neanche concederci un assaggio.
Fortuna volle che proprio in quel momento sentì una grossa palla da pallacanestro conficcarsi nel basso addome.

2. Sleale fato

La visione lo pietrificò. Erano umanoidi, perlomeno sembravano esserlo.
Era stato trasportato al centro di un ponte di comando, una sala ellittica piena di postazioni su ognuna delle quali sedeva un umanoide, ne contò almeno venti. Erano del tutto simili ai terrestri a parte un colorito verdastro e sembravano usciti dalla peggior guerra che si potesse immaginare. Molti erano mutilati o comunque riportavano vistose fasciature, altri erano senza un occhio, o entrambi, o senza orecchie o senza naso. Uno vomitava, un altro si grattava un gigantesco eritema sul viso, un altro ancora piangeva e si teneva la bocca. E via così in un sequenza di menomazioni, contusioni e malanni vari.
Uno schianto alla sua sinistra lo distolse dall’osservare altri spiacevoli particolari. Alte fiamme si propagarono da un pannello. Un umanoide, con una gamba evidentemente rotta, si avvicinò con quello che doveva essere un estintore, ma appena spruzzò il liquido schiumoso sulle fiamme provocò un incendio di maggiore entità. Lui stesso prese fuoco e cominciò a correre e urlare per il ponte.
– Buongiorno viaggiatore – parlò qualcuno alle sue spalle.
Si girò di scatto. L’essere che aveva di fronte sembrava quasi del tutto umano, anche il colorito era più simile al suo. Poteva benissimo essere un cinese con la sifilide. Appariva in migliori condizioni rispetto al resto dell’equipaggio, aveva solo una strana capigliatura, sembrava che i suoi capelli fossero stati impiastricciati da anni con una gomma da masticare. Alla fragola se doveva dar credito all’odore.
– Buongiorno – rispose cercando di rimanere calmo ed educato. – Mi vuole per cortesia dire chi siete e voi e qual è la vostra destinazione?
– Certamente – esclamò l’uomo con pacatezza. Si passò una mano sui capelli, ma si stizzì quando questa vi rimase attaccata. – Siamo Urtiani. Del pianeta Urta. Sicuramente lo avrai sentito chiamare in altri modi, come Sfigantia o Ielloria.
Mattia scosse la testa, non riusciva a staccare lo sguardo dalla mano impiastricciata dell’Urtiano. Lui sembrava non farci minimamente caso, prendendo il tutto con una filosofia che avrebbe fatto impazzire un santone Zen.
– Siamo tristemente noti perché siamo i più sfortunati dell’universo.
Mentre Mattia cominciava a capire. Una sedia lì vicino si ruppe e l’Urtiano che vi prendeva posto cadde sul pavimento lanciando un grido. Nonostante l’urlo, Mattia avvertì chiaramente il crack dell’osso sacro (o del suo equivalente) rompersi. Poco distante l’Urtiano in fiamme stava rotolando su se stesso per spegnere l’incendio che divampava sui vestiti. Nessuno lo aiutava anzi, cercavano di starsene in disparte forse timorosi di prendere anch’essi fuoco.
– E per rispondere alla tua seconda domanda, – proseguì il suo interlocutore, per nulla infastidito da quello che stava succedendo sul ponte di comando – quella è la nostra destinazione – puntò l’indice della mano libera verso la vetrata che dava sull’esterno.
Mattia socchiuse gli occhi perché il sole lo stava accecando. Cercò di vedere un pianeta vicino, ma non ce n’erano e il sole si ingrandiva gradualmente.
– È un sole! – disse cominciando ad allarmarsi.
– Ottima osservazione – rispose noncurante l’Urtiano.
– Moriremo! – asserì ora piuttosto allarmato.
– Se la nostra proverbiale sfortuna ci da un attimo di tregua, sì. Ma non è detto. È già la seconda volta che proviamo a schiantarci e farla finita, ma per qualche intoppo, non ce la facciamo.
– … – Mattia aveva oltrepassato la soglia dell’allarmismo e si era gettato a capofitto dentro una piscina di cupo terrore.
Inconsciamente aveva già alzato il pollice sicuro che, in quel frangente, avrebbe accolto con gran piacere una pallonata tra le gambe.
– Sbaglio o sta facendo caldo? – disse cercando di apparire a proprio agio, calmo e rilassato. Finora aveva funzionato. La stessa Guida consigliava come cosa principale DON’T PANIC, perché non seguirla?
L’Urtiano annuì. – Sembra che questa volta ce la faremo. Un gran colpo di fortuna infine!
A Mattia si dilatarono le pupille e scosse violentemente il pollice in cerca di un miracoloso passaggio. Iniziò a pregare tutte le divinità conosciute, poi iniziò a inventarle.
L’immagine di un pappagallo gigantesco apparve al centro del ponte di comando. Per un attimo Mattia pensò che una delle divinità da lui nominate avesse preso forme e gli apparisse come Dio a Mosè. In realtà era evidente che era solo un ologramma e anche di cattiva fattura: – Nave sconosciuta, sono Johnny Sparrow. Il nostro raggio traente vi sposterà dalla rotta attuale e vi immobilizzerà in un posto sicuro. Preparate ad essere abbordati e derubati.
L’Urtiano ricadde sulla sedia, sfinito. – No, un altro fallimento!
– Sì – esultò Mattia. Iniziò a ringraziare tutte le divinità pregate, ma si detestò quando non riuscì a ricordare tutte quelle inventate, temeva di suscitare l’ira di qualcuna di loro.
Il sole cominciò a uscire dal campo visivo e la temperatura tornò a livelli normali, tranne per l’Urtiano che continuava a rotolarsi sul pavimento. La sua battaglia con le fiamme era in pareggio: ogni volta che spegneva una fiamma se ne accendeva un’altra. Poteva benissimo continuare così all’infinito.
L’immagine del gigantesco pappagallo scomparve e al suo posto si materializzò un’imponente figura. Apparve tra colorati sfarfallii e un effetto sonoro familiare. Il nuovo venuto era reale e si serviva di un teletrasporto, quindi poteva benissimo chiedere un passaggio a lui. Lo osservò: una benda in un occhio e l’abbigliamento di un pirata del Settecento. Mattia capì: Johnny Sparrow non era altro che l’unione di Johnny Deep e del personaggio da lui interpretato nel celebre film.
– Sei un terrestre? – chiese animatamente correndogli incontro, felice come una ragazzina a un concerto di Bieber.
Nonostante i lunghi capelli e i ridicoli baffi (sembravano disegnati), doveva avere pochi anni più di lui. – Ovviamente – rispose cercando di avere sia il tono che la postura del Jack Sparrow dei Caraibi.
– Anch’io – disse Mattia. – Vengo dall’Italia.
– Ah. Pizza, spaghetti e mandolino.
A Mattia caddero le braccia di fronte alla banalità, ma non si perse d’animo e chiese: – Mi potresti dare un passaggio e tirarmi fuori da questo impiccio?
– Nonostante sia sempre incline aiutare i fratelli terrestri, temo di non poter soddisfare la tua richiesta, mio giovane amico.
– E perché?
– Per prima cosa, a bordo della mia nave non c’è nessuno. In secondo luogo, quel dannato teletrasporto mi ha dato dei problemi fin dall’inizio!
Mattia non capiva, poi guardò i piedi di Sparrow e intuì il problema: erano immersi fino alle caviglie nel pavimento, probabilmente fusi insieme al materiale.
– Ehm – disse ad alta voce il pirata. – Dichiaro questa nave di mia proprietà. Ne assumo il comando e sarà la mia nuova nave pirata.
– Come vuole – rispose annoiato l’Urtiano.

3. Solitudine
Mattia era di fronte a due alternative: chiamare un passaggio dalla nave pirata e tentare la sorte oppure rimanere in un’astronave che stava cadendo a pezzi, alla deriva verso un gigantesco sole e con un nuovo capitano che aveva i piedi fusi nel pavimento.
Inventò anche dieci divinità malvagie prima di avere il coraggio di chiedere il teletrasporto. Il ponte di comando Urtiano scomparve e istantaneamente si trovò in una piccola cabina con una poltrona al centro e pannelli luminosi ovunque. C’era un odore di sudore e ormoni maschili. Si guardò subito i piedi, poi le mani. Sospirò profondamente quando vide che era tutto integro.
Si avvicinò alla poltrona e vi prese posto. C’era sporcizia diffusa, come se vi avesse abitato un cavernicolo per diversi mesi. Perfino il tessuto della poltrona era appiccicoso.
La voce del computer lo colse di sorpresa. – Buongiorno mio nuovo capitano.
Era un timbro decisamente femminile, accaldato a dir poco, ma tutt’altro che spiacevole all’udito.
– Buongiorno – rispose Mattia con un sorriso. – Impostare la rotta verso il pianeta Armònia.
– Wow – disse la voce con fare malizioso. – Ottima destinazione. Ci divertiremo un sacco laggiù.
Mattia si accigliò. – Io mi divertirò. Non vedo come tu possa farlo.
– NON CONTRADDIRMI! – urlò la nave.
Mattia incassò la testa nelle spalle. In quella piccola cabina, le urla rimbombavano ovunque ed erano dannatamente dolorose.
– Stai calma – disse conciliante. – Vedremo una volta arrivati là.
– Sono calma tesoro. Non è colpa mia se mi hanno programmata così emotiva. Metti quel tuo bel ditino sul mio tasto verde e partiremo subito.
– Perfetto – disse Mattia, temendo che più che di emotività, si dovesse parlare di isteria. Appuntò mentalmente di non contraddirla e, una volta arrivati su Armònia, abbandonarla a se stessa. Si sporse sulla consolle davanti a lui e attivò il tasto luminoso verdastro. La nave emise un gridolino soddisfatto. Quando se ne staccò, una sorta di muco gli rimase appiccicato all’indice. Se lo pulì sui pantaloni.
– Durante il viaggio, – iniziò la voce con un timbro eccitato – ho in mente diversi giochi per passare il tempo.
– Più tardi magari – disse Mattia alzandosi dalla poltrona. Per un secondo temette di non riuscire a staccarsi, tanto era sudicia. In mezzo tutto quello sporco iniziava a sentirsi sporco anche lui. – Ho avuto una giornata incredibile e faticosa. Vorrei farmi una doccia e riposare un po’. Dopodiché non mi dispiacerà giocare con te con tutto quello che vorrai.
Pensava realmente che sarebbe stato un piacevole aperitivo fino all’arrivo su Armònia. Dopotutto un periodo di tranquillità dopo il susseguirsi di eventi a cui era sfuggito era l’ideale.
Si stava avviando verso la porta posta sul retro della cabina quando la nave lo interruppe: – Non ci sono docce né tantomeno letti. Ma la poltrona è comodissima.
Mattia rimase interdetto. Un dubbio lo assalì. Si avvicinò alla porta e spiò dal piccolo oblò: aldilà c’era solo spazio nero. La nave era composta di quella sola stanza.
Girò su se stesso, spaesato. Non aveva mai sofferto di claustrofobia, iniziò da quel giorno.
– Posso facilitarti un sonno ristoratore attivando una vibrazione diffusa sulla poltroncina. E per ritemprarti dalle fatiche del viaggio, posso raccontarti qualche storia particolarmente piccante. I precedenti capitani hanno sempre gradito queste cose.
– Oh mio Dio – proruppe Mattia cominciando a intuire cosa fosse tutta quella sporcizia presente nella cabina. Si guardò intorno terrorizzato, stando bene attento a non toccare niente. Prese l’asciugamano e si strofinò energicamente ogni centimetro di pelle entrata in contatto con la nave.
– Quanto ci vorrà per arrivare su Armònia?
– Non è che hai fretta di arrivare per scaricarmi vero? – Stava andando di nuovo in escandescenza.
– No, no – si affrettò a dire rassicurante. – Mi stavo solo chiedendo quanto tempo dovremo… ehm, potremo passare insieme.
– Secondo i parametri terrestri, se manteniamo la velocità attuale, novecento anni, sei mesi, ventidue giorni, due ore, quarantasei minuti, trenta secondi. Consiglierei alla tua specie di modificare il sistema datazione in uno più consono.
Mattia rabbrividì. – A che velocità viaggiamo?
– Sei metri orari.
– Possiamo aumentare la velocità?
– No.
Il raggio di chiamata autostop perforò lo scafo della nave.
– BASTARDO! – urlò il computer. – Sei come tutti gli altri. Mi usate per i vostri piaceri e poi mi abbandonate quando non vi servo più. Come un giocattolo!
Tornò istantaneamente a un timbro da bambina maliziosa: – Non che questo mi dispiaccia…
Poi riprese a urlare: – Ma non tollero essere lasciata. Casomai sarò io a lasciare te!
Mattia alzò le mani nell’abituale tentativo di calmare una persona arrabbiata. – No, no mia cara, Non voglio di certo abbandonarti.
– Allora spiegami quel raggio. E giura che non hai pensato di scaricarmi appena arrivati su Armònia!
Mattia non aveva una risposta pronta per nessuna delle due osservazioni. Cercare di battere un computer in un ragionamento è come cercare di spiegare al fisco che vogliono troppi soldi. Non parliamo poi di un computer isterico. Fece l’unica cosa che al momento gli sembrò sensata: iniziò a pregare.
Le luci si spensero e rimase nel buio totale.
– Computer? – chiamò con una voce che voleva essere dolce, ma che risultò peggio dello stridio di un’unghia sulla lavagna.
Nessuna risposta. L’aria sembrava puzzare di più. Mattia realizzò che aveva disattivato il supporto vitale. Sarebbe morto per mancanza di aria in una manciata di minuti.
Aprì la Guida e chiese – Calmare un computer arrabbiato che ha tolto il supporto vitale.
Il video-libro rispose immediatamente, ma sempre con voce più seccata, come fossero banalità:
Dhara Failar, nel suo libro “Dialogo tra un biologico e un ferricolo” arriva alla conclusione che si deve entrare in simbiosi col pensiero della macchina, dimostrarsi fratello di avventure, un amico.
Mattia aggiunse una postilla: – Il computer è una femmina e pare isterica.
Per la prima volta la Guida non rispose subito, la sentì vibrare tra le mani come stesse elaborando al di sopra delle possibilità di progettazione, poi finalmente rispose: – PANIC.
– No, no, no, no – piagnucolò Mattia ansimando sia per l’aria che cominciava essere rarefatta che per l’ondata di panico che lo stava avvolgendo. Si sdraiò sul pavimento, boccheggiando gli ultimi aliti di fetida aria, poi svenne o forse morì.

4. I Guerrieri

Quando riprese conoscenza, si mise a sedere con un vago cerchio alla testa. L’unico aspetto positivo era che almeno non aveva sentito la pallonata. Dunque prima di schiattare qualcuno gli aveva dato un passaggio. Non sapeva dire se era una fortuna o una sfortuna. Aveva la netta sensazione di essere stato contagiato in qualche modo dagli Urtiani e che a ogni autostop la situazione peggiorasse. Era in una stanza circolare senza porte né finestre, senza nessun mobilio. Una luce bianca splendeva su tutto. Improvviso venne sopraffatto da un atroce dubbio: lui non era un autostoppista, non aveva mai lasciato la Terra e questo posto non era altro che la stanza di un manicomio.
L’anello sul pollice spazzò via i dubbi. Aveva ancora la Guida e l’asciugamano in tasca, quindi era stato tutto reale. Folle ma reale.
Aprì la guida, descrisse l’ambiente circostante e chiese l’identificazione.
L’astronave esplorativa GRSGHRRR fa parte di un piccolo contingente della flotta Coniualbi che deve reperire informazioni sulla Terra per saggiarne le difese e stimare il contingente necessario per l’attacco del 2112…
Mattia chiuse la Guida prima che finisse e iniziò a fissare ostinatamente il muro.

Epilogo

Lo lasciarono vicino a una fattoria, in un campo di mais. Casa sua distava non più di una decina di chilometri.
– Stammi bene – disse il Coniualbo appoggiato al portellone.
– Anche tu – rispose Mattia con un cenno. – Grazie del passaggio.
– Figurati. Grazie a te per le informazioni.
L’attenzione di Mattia fu attirava da un centinaio di Coniualbi che piegavano meticolosamente le giovani spighe, creando un contorto disegno.
– Perché fate quei disegni? – chiese.
Il Coniualbo alzò tutte e sei le spalle. – Vi piacciono tanto. Ogni volta che ne facciamo uno si riempie di gente, televisioni, famiglie, sacerdoti di varie religioni. È interessante osservarvi.
– Fin troppo logico – dovette convenire.
Mentre i vari Coniualbi risalivano a bordo dell’invisibile astronave, l’alieno lo salutò: – Ci vediamo tra un centinaio di anni per l’invasione.
– Contaci – gli rispose Mattia. In fondo i Coniualbi erano una razza simpatica, a parte la voglia innata di distruggere tutto e tutti.
Una folata di aria sul viso lo informò che l’astronave era decollata.
Si sfilò l’anello dal pollice, lo strinse forte nella mano chiusa a pugno e poi lo scagliò più lontano possibile. Prese l’asciugamano, lo appallottolò con foga e lo scagliò nella direzione opposta. Infine afferrò la Guida galattica per autostoppisti, la depose a terra e iniziò a saltarci sopra. Continuò a prenderla a calci e a pugni fino a ridurla a minuscoli pezzettini. Ci sputò sopra e iniziò una sequela di mimi osceni.
Mai più, pensò Mattia una volta soddisfatto, non voglio mai più sapere cosa c’è la fuori. S’incamminò verso la fattoria. Dicono che i terrestri sono pazzi. Vorrei proprio sapere da che pulpito arriva questa affermazione.
La sua esperienza da autostoppista si chiudeva quel giorno. Era stata breve e non ne avrebbe sentito la mancanza. Non aveva visto niente di quello che voleva vedere, non era riuscito ad arrivare su Armònia, ma quei pochi giorni nell’universo lo avevano convinto che niente di quello che avrebbe visto lo avrebbe ripagato di quello che gli succedeva. Sarebbe diventato pazzo in breve tempo, ne era sicuro. Beata ignoranza. Guardare una partita in tv, bere una birra all’ombra di un portico, ritrovare gli amici al bar. Quelli erano i piaceri a cui aspirare.
Aveva pensato di chiedere un passaggio ai gestori della fattoria, ma dovevano essere ancora a letto perché non vedeva nessuno a lavoro, d’altronde aveva albeggiato da poco. Poco male, avrebbe camminato un po’. Alcune mucche lo guardarono pigramente da dietro lo steccato.
Beata normalità, pensò Mattia con sollievo.
Una mucca si avvicinò dondolando e puntò il muso rossastro verso di lui: – Umano, – disse con voce… bovina – portami del fieno e massaggiami le mammelle!
Mattia si inginocchiò a Terra e con il viso solcato da lacrime urlò il suo NO a tutto l’universo.

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7. Mago (Scarlett) - Dario Carraturo
9. Colonizzo prima io - Pasquale Aversano
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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

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