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4. Stile di base: similitudini, metafore, infodump e Show, don’t tell – Parte II

Nell’ultimo incontro abbiamo iniziato a parlare delle regole stilistiche di base, entrando nel dettaglio riguardo l’uso dei sinonimi e della creazione delle descrizioni dinamiche.
Oggi ci dedicheremo invece a:
1) Similitudini e metafore
2) Eccesso di informazione, in inglese “Infodump
3) “Mostra, non raccontare”, la regola ritenuta aurea da molti, in inglese “Show, don’t tell”.

Zucca di Halloween - Lande Incantate

Similitudini e metafore.

La similitudine e la metafora sono due figure retoriche molto simili che servono allo stesso scopo: mettere in relazione due concetti per spiegarli meglio.
La differenza tra le due figure è che la similitudine si appoggia al concetto di uguaglianza e quindi alla parola chiave “come”, mentre la seconda sfrutta la coincidenza tra i due soggetti.
Due esempi chiariranno il concetto meglio di mille altre parole.

L’eroe, rapido come un fulmine, calò la sua spada e ferì a morte il nemico. (Similitudine)
L’eroe fu un fulmine: calò la sua spada e ferì a morte il nemico. (Metafora)

Entrambe le frasi sono volte a sottolineare la grande velocità del nostro eroe, ma mentre la prima lo evidenzia chiaramente, la seconda lo sottointende. A ben vedere si nota anche un altro particolare importante: la metafora implica che il nostro eroe diventi egli stesso un fulmine, mentre, per la similitudine, è chiaro come l’uomo rimanga uomo, ma sia dotato di una velocità straordinaria. Ne deriva quindi che la metafora può essere vista come un’evoluzione della similitudine, più evocativa e potente e per questo anche più pericolosa.
Sebbene possa sembrare semplice descrivere personaggi o situazioni usando una similitudine o una metafora, basta poco per renderci conto che abusare di queste due figure rende la lettura troppo pesante. Ogni volta che il lettore si imbatte in una delle due è costretto ad interrompere il flusso dell’azione perché è chiamato ad immaginare il soggetto esterno al contesto che stiamo usando come termine di paragone, per poi riprende il filo della narazione. Eseguire questo lavoro troppo spesso rallenta la storia ed indispone il lettore.
Facendo un paio di esperimenti, poi, scopriamo che più il termine di paragone è distante dal soggetto a cui lo stiamo associando, maggiore è la potenza evocativa della figura retorica. Purtroppo all’aumentare della distanza tra i due termini, aumenta anche il senso di smarrimento, per non dire proprio confusione, del lettore.

Il veggente riuscì a distinguere una frase, tra quella miriade di voci che affollava la sua visione, in maniera chiara. Era come se fosse un ottavino stonato in un’orchestra sinfonica.

Paragone d’effetto, almeno per alcuni, ma troppo lontano dalla situazione e quindi da evitare per non spezzare la scena con immagini provenienti da un’altra situazione.

Julie, con le sue ali di cartapesta, cercò di spiccare il volo ma aveva la stessa abilità di un dodo delle Mauritius.

Come? Tu con la maglietta della lega animali vuoi sapere cos’è un dodo delle Mauritius e perché Greenpeace non l’ha messo nel depliant che ti ha mandato a casa? Perché sono arrivati tardi. Sono già tutti belli che morti dal XVII secolo.

Usare termini di paragone sconosciuti o atipici, infatti, non aiuta. La similitudine doveva servire a chiarire il concetto al lettore, non a confonderlo. Per la cronaca i dodo non sapevano nemmeno volare.
In conclusione, quindi, non è concesso allo scrittore l’uso di similitudini e metafore per semplificarsi le descrizioni o per rendere evocativi passaggi che altrimenti sarebbero piatti. Per ottenere questi obiettivi dovremo percorrere altre vie. Personalmente consiglio l’uso di similitudini e metafore quando non è possibile descrivere in altro modo e solo se il termine di paragone risulta vicino al soggetto. Se siete particolarmente abili usatele pure per dare epicità a qualche passaggio, ma con parsimonia e solo se quella scena risulta epica già da sola: mai contare sul potere evocativo delle figure retoriche per mascherare frasi mediocri.

Infodump: eccesso di informazione

Con il termine inglese Infodump si indicano quelle parti del racconto che rappresentano informazioni varie indirizzate esclusivamente al lettore. L’esempio classico è quello di due personaggi che, mentre parlano tra loro, cominciano a spiegare concetti che entrambi conoscono, senza un apparente motivo.

<<Sommo stregone Merick, il portale è pronto?>> chiese il sovrano
<<Sì, mio sire, ma fate attenzione. Come ben sapete, una volta attraversato, suo figlio non potrà tornare indietro se non stringendo tra le mani lo smeraldo incantato. Se non riuscirà a trovare la pietra rimarrà bloccato nel regno di Sot dove dopo cinque ore di permanenza si trasformerà in una creatura mostruosa>>

Le spiegazioni del mago sono chiaramente indirizzate al lettore, per fargli intendere la difficoltà del momento ma, dato che il sovrano è già a conoscenza dei rischi, esse sono ridondanti. Tra l’altro il mago inizia la spiegazione con le parole “Come ben sapete”, sottolineando l’inutilità di quello che sta per dire.
Un altro infodump, ancora peggiore, è quello realizzato dal narratore che si intromette nella scena senza motivo, solo per spiegare qualcosa che potrebbe risultare poco chiaro al lettore. Spesso questa casistica va a braccetto con l’inutilità intrinseca delle informazioni fornite.

Jack ordinò da bere al bancone ed allungò due linguette al barista per pagare. Dopo la fine della guerra nucleare ed il conseguente crollo di tutti i governi, la moneta aveva perso ogni valore. Ogni comunità di sopravvissuti si era organizzata per conto proprio e quella dove viveva Jack accettava le linguette delle lattine come valuta corrente. In altre parti del mondo alcuni commerciavano usando tappi di bottiglia, altri conchiglie e c’era perfino un villaggio in Cina dove usavano chicchi di riso fosforescente, a seconda del colore emesso vi erano chicchi più preziosi di altri.

Al fine della narrazione, probabilmente, il nostro Jack non andrà mai in Cina e non abbiamo bisogno di conoscere i dettagli del nuovo sistema economico basato sul riso radiattivo. Inoltre la spiegazione delle linguette è comunque forzata perché spezza l’azione e probabilmente il lettore ha già capito dal contesto che le banconote non si usano più.
Personalmente io sono un tipo a cui piacciono le spiegazioni aggiuntive e particolareggiate, quindi sono molto elastico in presenza di infodump a patto che essi non siano rappresentati da pure nozioni decontestualizzate. In definitiva quindi è sempre meglio evitare eccessi di informazioni non giustificati, ma un pochino ogni tanto, spargendoli sapientemente qua e là nel nostro racconto potremmo anche permetterci di inserire qualche chicca che gli appassionati delle ambientazioni sapranno cogliere.

Show, don’t tell!

Veniamo finalmente a quella che è considerata la regola per eccellenza di tutti i romanzi, di qualunque genere.
Partiamo dal fatto che la traduzione letterale in italiano non rende bene il senso della frase in inglese: “Mostra, non raccontare!” infatti incarna solo in parte il vero significato. Abbiamo già accennato a questo la settimana scorsa parlando delle descrizioni. Abbiamo detto che una descrizione completa cerca di coinvolgere tutti e cinque i sensi, quindi “mostrare” è riduttivo. Il termine migliore sarebbe “evocare” considerando che lo scopo dello scrittore è proprio quello di far sorgere nella mente del lettore immagini, suoni, odori e perfino sensazioni.
Come al solito, con un esempio si chiarisce meglio il concetto.

Mark era uno spadaccino provetto. Affrontò tre demoni tutti insieme, senza paura. Sconfisse il primo rapidamente e poi il secondo in men che non si dica; solo il terzo resistette un attimo in più, ma nel giro di tre minuti, gli avversari erano tutti morti. Alla fine però, osservando i cadaveri si chiese chi fosse realmente il mostro.

Questa è una scena raccontata. Le caratteristiche di Mark ci vengono presentate senza prove e la sequenza di azioni che porta alla sua vittoria sugli avversari non è chiara, come non lo è la causa del suo pentimento.

Mark vide tre guardie demoniache andare verso di lui con le armi in pugno. Sorrise e sguainò Slicer, la sua spada alla quale aveva perfino dato un nome. Il primo nemico si fece avanti con un affondo in corsa. L’eroe scartò leggermente a destra per schivare il colpo ed il malcapitato ebbe solo il tempo di fissarlo negli occhi prima che il giovane sfruttasse il suo sbilanciamento per trafiggerlo al ventre. Con una piroetta sfilò la spada dal corpo del nemico e si inginocchiò, pronto a parare un fendente in arrivo dall’alto. Da quella posizione afferrò un polpaccio della seconda guardia per strattonarlo con violenza. Un po’ sbilanciato per il contraccolpo della parata, un po’ per la mossa inattesa, il nemico perse l’equilibrio, cadde sulla schiena e si ritrovò Slicer piantata al centro del collo. Il terzo demone si fermò e Mark notò l’espressione di paura mista a disgusto che gli si disegnava sul volto. Una risata cupa sgorgò dalle sue labbra quando realizzò che quelle creature del male lo temevano in modo così profondo. Recuperò Slicer e senza indugiare oltre caricò il suo avversario. La sua velocità sovrumana sorprese la creatura che parò con estrema fatica i primi fendenti che cercavano di raggiungerlo ai fianchi. Mark colpiva prima da un lato e poi dall’altro costringendo la guardia ad indietreggiare senza poter controbattere. I colpi dell’eroe crebbero di intensità e l’ultimo della serie strappò la spada di mano al demone. Disarmata ed inerme, la creatura cadde in ginocchio ed a testa alta attese il compimento del suo destino. Non emise suono quando Mark gli poggiò la punta della spada sul petto e nemmeno quando la lama spuntò dall’altra parte attraverso le scapole. Tenne il suo sguardo accusatore fisso, inchiodato negli occhi dell’eroe e solo alla fine, quando dal petto gli spuntava solo l’elsa, si lasciò andare. Una sola lacrima nera gli sgorgò dagli occhi prima che essi diventassero vitrei e spenti. Mark si voltò. I cadaveri degli altri due si stavano già disfacendo. Non poté fare a meno di guardarsi le mani, lorde del sangue nero dei demoni e domandarsi: “Sono davvero migliore di loro?”

Con un pezzo del genere abbiamo mostrato tutto il combattimento e c’è stato spazio anche per dare un senso ai dubbi che fanno capolino nella mente del nostro eroe. A ben vedere si riescono a riconoscere tutti gli elementi distintivi del raccontato e del mostrato. Di solito il secondo è ricco di particolari e permette al lettore di immedesimarsi meglio nella scena, il primo invece è molto più scarno e astratto, ma possiede il dono da non sottovalutare della sintesi.

Sì? Tu con tre orologi per polso che non fai altro che consultarli per capire quanto manca alla fine della lezione vuoi sapere se è necessario mostrare tutte le scene che scriviamo? Di certo non si deve scegliere la via più breve per fretta, altrimenti stiamo sbagliando tutto, ma qualcuno ritiene che mostrare sia un obbligo, mentre altri pensano che si posa fare ricorso al raccontato in alcuni casi.

Io personalmente mi schiero con chi propone un utilizzo misto del mostrato e del raccontato a seconda delle situazioni. Ad esempio non è necessario mostrare tutti i giorni di scuola, sempre uguali, del nostro protagonista. Sarà sufficiente mostrare le scene più importanti e fondamentali per la trama e liquidare le altre con un paio di frasi che facciano capire, in modo elegante, che non è accaduto nulla di interessante di cui parlare. Il raccontato si presta bene pure a creare salti temporali.

Anna e John attesero pazientemente che l’enorme fila per entrare nel museo si esaurisse. Ci vollero altre tre ore buone.

Attenzione però a non far accadere nulla nell’arco di tempo glissato.

Quando furono dentro al museo, sapevano già come muoversi in quanto, mentre erano in fila, avevano ripetuto più volte il piano.

Frasi del genere indispongono in maniera esagerata chi legge. Se comunque vogliamo dire che si sono accordati, tanto vale dirlo subito.
Il raccontato è anche utile per celare al lettore dei dettagli che potrebbero essere utilizzati in futuro per realizzare una scena mostrata che altrimenti sarebbe ridondante. Rifacendoci all’esempio del colpo al museo.

Mentre Anna e John erano in fila ripeterono più volte le fasi del piano che li avrebbe portati ad impossessarsi del carillon della famiglia Romanov.

È accettabile se successivamente mostreremo i nostri ladri in azione mentre cercano di rubare appunto il carillon. Descrivere prima il piano nei minimi dettagli, magari con un dialogo tra i due, renderebbe la scena del furto vera e propria una semplice ripetizione e quindi noiosa, a meno che, ovviamente, non vogliamo far andare storto il piano e quindi ci piace l’idea di mostrare come i nostri personaggi si cavino d’impaccio con la strategia andata a farsi benedire.

In conclusione, il mostrato è sempre più coinvolgente, mette negli occhi del lettore la scena così come l’abbiamo pensata e a chi dice che essere troppo pignoli nella sua realizzazione porta via la fantasia del lettore mi sento di dire che si sbaglia di grosso. Creare scene piene di dettagli, dove ogni elemento importante è mostrato e ben descritto mette alla prova le capacità di elaborazione del lettore che crea nella sua mente una scena particolareggiata. Al contrario, mostrare troppo poco o addirittura raccontare lascia il lettore in balia della “stanza bianca”, cioè una situazione di spaesatezza dove tenderà ad inventare di propria iniziativa i dettagli mancanti incappando sicuramente in una contraddizione con quello che leggerà successivamente. Viene da sé che quando uno dei dettagli inventati dal lettore si trovano in contraddizione con quello che sta leggendo, egli venga confuso e quindi indispettito.
Bisogna sempre mostrare le scene importanti e cercare di non fornire informazioni al lettore senza evidenziare le fonti da dove provengono. Il raccontato va, secondo me, limitato ai casi che ho indicato per sfruttarne la sinteticità.

Siamo arrivati alla fine di questo articolo, un po’ lunghetto a dire il vero, ma non valeva la pena di spezzare addirittura in tre parti. Questo conclude anche la serie di articoli sulle regole generali e dal prossimo appuntamento inizieremo il percorso di formazione di un racconto vero e proprio. Ovviamente seguiremo la mia personale idea di progettazione della storia.
Per chi si fosse perso gli articoli precedenti, eccovi i link di riferimento:
1. Alla base di ogni storia – Verosimiglianza e Logica
2. La lingua italiana – Uso delle parole, forme verbali e termini stranieri
3. Stile di base: sinonimi e descrizioni – Parte I

Attendo eventuali commenti su quanto detto finora e spero che continuiate a seguire la rubrica.

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3. Stile di base: sinonimi e descrizioni - Parte I
5. L'idea da cui partire
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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

3 Comments

  1. avatar Arwen Elfa ha detto:

    Ok Mostrare, anzi Evocare e non raccontare è sicuramente un Must per un buon libro, di qualsiasi genere, ma a mio parere forse, ancora di più nel caso di un libro Fantasy.
    Bella puntata – mi è molto piaciuta. Io, da lettrice, adoro le belle descrizioni, anche lunghe, mi trasportano nel luogo descritto se sono fatte a dovere 😉

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