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3. Il re della notte (…e degli idioti) – Serena Artuso

Io amo la notte, io appartengo alla sua oscurità. Io sono un vampiro.
«E queste da dove le tiri fuori? I poeti maledetti sono vissuti più di un secolo fa Will! E se ben ricordo nessuno considerava i tuoi componimenti all’epoca…Beh, nemmeno ora in realtà.»
William si girò trovandosi faccia a faccia con il suo coinquilino. Damien era tanto muscoloso quanto lui era emaciato, tanto abbronzato quanto lui pallido; gli lanciò un’occhiata torva, senza prendersi la briga di ricordargli che odiava chi gli storpiava il nome: era un vampiro bicentenario, non il membro di una banda di strada. Continuò risolutamente a far scorrere le dita sulla tastiera.
Nessuno potrebbe permettersi di comparare una pelle diafana con il color carboncino bruciacchiato…
«Fortuna che per sopravvivere ti bastano le sacche di sangue che ti procuro. Non convinceresti molte persone a farsi mordere sul collo usando termini come “diafana”. A meno di non incontrare qualcuno che gira con un vocabolario.»
William sospirò: «Ricordami: perché ti permetto di vivere nel mio attico?»
«Perché la mia pelle color carboncino bruciacchiato mi garantisce un lavoro come modello, il che porta direttamente ad avere il denaro per mantenerlo, questo tuo appartamento!»
«E allora occupa il tuo tempo a posare per calendari invece che a spiare i blog altrui, mi togli l’ispirazione, cagnolino spelacchiato!»
«Almeno io ho avuto il buonsenso di farmi mordere da un licantropo! A più tardi, pipistrello!»
Damien uscì sorridendo.
William poté finalmente focalizzare l’attenzione sullo schermo e si complimentò con sé stesso: il suo diario virtuale aveva un fascino accattivante grazie allo sfondo nero su cui spiccava la foto di due rose rosse. Ancora si irritava pensando alla fatica occorsa per convincere Damien a comprargli la pianta dai fiori vermigli. Non si capacitava della mancanza di fiducia nei suoi confronti: come poteva quel pusillanime pensare che qualcuno con le sue innumerevoli abilità mancasse del pollice verde per far sopravvivere dei semplici fiorellini?
Quanti sforzi erano stati poi necessari perché Damien le fotografasse con la giusta angolazione di luce: evidentemente il licantropo, nonostante le chiare direttive di William, aveva talento solo al davanti dell’obiettivo.
Dalle due rose si vedeva scendere una goccia di sangue scarlatto. William sentì la gola asciutta e guardò la sveglia: era l’ora ideale per uno spuntino. Si diresse verso la cucina, aprì il freezer ed allungò una mano al suo interno. Finalmente, dopo aver frugato in mezzo alla scorta di carne di Damien, dopo due secoli ancora non riusciva a spiegarsi perché diamine i licantropi dovevano mangiare così tanto, trovò uno formina da ghiaccio. Fece scivolare il sangue congelato in bocca, delizioso: gli stampini a forma di cuore rendevano il suo pasto ancora più saporito.
Mentre ritornava in camera inciampò su uno stupido ostacolo lasciato in mezzo alla stanza. Grazie al suo equilibrio soprannaturale riuscì a rimettersi in piedi, tuttavia sospirò rumorosamente: avrebbe dovuto, per l’ennesima volta, ricordare a Damien di non lasciare vestiti in giro: se proprio voleva fare il melodrammatico strappandoseli nella sua trasformazione in lupacchiotto, che almeno andasse a farlo fuori. Si voltò e vide l’oggetto incriminato: non era un cumulo di indumenti, ma un vaso colmo di terra secca, dal quale spuntava uno stelo con qualche foglia rinsecchita. E da quando tenevano piante in casa? Perché Damien ne aveva comprata una sapendo che nessuno dei due aveva la vocazione del giardiniere? Fu allora che capì che quelle erano le sue rose.
Sapeva che avrebbe dovuto accompagnare Damien a comprarle, con la sua inesperienza il licantropo si era fatto rifilare una piantina così decrepita che erano bastati pochi giorni -o erano stati mesi?- senz’acqua per farla morire.
Quando ritornò alla sua occupazione poco mancò che si soffocasse con il suo stesso pasto, cosa per fortuna impossibile: qualcuno aveva lasciato un commento. Sperava che non fosse ancora uno di quegli impiccioni che non potevano fare a meno di porre domande ovvie: chi poteva pensare che un vampiro, una creatura colta e romantica, fosse interessato a frequentare di nuovo il liceo?
Cliccò e comparve la foto di una splendida donna. Ovviamente, da perfetta creatura colta e romantica, se ne innamorò al primo sguardo.
Mai come allora desiderò poter inserire una proprio ritratto sul blog, in modo che la sua interlocutrice rimanesse affascinata dalla sua immagine.
L’avvento del digitale e la scomparsa delle pellicole, incapaci di catturare immagini soprannaturali, aveva permesso anche agli esseri mitologici di assaporare il piacere di una fotografia. Appena era venuto a conoscenza dell’innovazione tecnologica aveva provveduto a comprare una macchinetta. La notte seguente aveva portato Damien in giro per la città, facendosi fotografare in ogni angolo, talora con espressione seria, talora malinconica, talora buffa, di profilo o di fronte finché non esaurirono tutta la memoria del nuovo giocattolo. Peccato che la diafana luce lunare non fosse un granché come fonte di illuminazione: a William rimase solo una serie di immagini sfocate in cui la sua pelle più che candida risultava verdognola. Le diavolerie tecnologiche moderne non erano fatte per rendere giustizia ai secolari padroni dell’oscurità.
La ragazza, Anne, diceva di essere sempre stata affascinata dai vampiri e, di aver trovato il coraggio di scrivergli solo dopo lunghe notti insonni.
Interessante: sarebbe arrivata in città la sera stessa ed aveva bisogno di qualcuno che le facesse da cicerone, dato che il suo senso dell’orientamento era paragonabile a quello di un criceto che gira nella ruota. A quanto pare questo si accompagnava ad una scarsa conoscenza della punteggiatura: chi avrebbe fatto seguire ad un’affermazione i due punti ed una chiusura di parentesi? Probabilmente lei era una di coloro che avevano davvero bisogno di tornare al liceo.
Decisamente superlativo: una ragazza, che si sarebbe sicuramente persa al primo incrocio, intendeva visitare Venezia, un dedalo a cielo aperto, di notte, con un vampiro. William si affrettò a rispondere e si immerse nei preparativi.
Aprì l’armadio gettando i vestiti alla rinfusa sulle lenzuola in morbida seta nera. A differenza di quanto la maggior parte della gente pensava, non aveva bisogno di una bara per dormire, in effetti non doveva riposare affatto: morto era e morto rimaneva. Tuttavia un letto poteva rivelarsi utile quando portava a casa una ragazza, il che era successo in tutto una decina di volte nella sua bicentenaria carriera da creatura della notte.
Ancora ricordava la sua ultima conquista: era riuscito a convincere Damien a comprare un libro sulla preparazione dei cocktail e per mesi la loro cucina si era riempita di macchie di pomodoro e salsa Worcester. Alla fine aveva potuto offrire alla ragazza in questione due o tre Bloody Mary mentre lui sorseggiava affabilmente il suo Bloody senza tanto Mary.
Per concludere la serata l’aveva guidata nella sua camera dove…era crollato, addormentato per la prima volta dopo secoli. A quanto pare l’idea di allungare anche il suo sangue con la vodka -suvvia Damien ho duecento anni e sono un vampiro- non era stata poi così brillante.
Dopo vari ripensamenti si infilò un paio di pantaloni di soffice pelle ed una camicia scarlatta. Mancava solo il tocco finale: il suo lungo mantello corvino. Solitamente quest’ultimo accessorio suscitava l’ilarità dei passanti, i quali sorridevano additandolo, creando una situazione non idilliaca per un predatore che doveva aggirarsi invisibile stringendo la sua vittima in un abbraccio mortale. Tuttavia era carnevale: poteva andarsene in giro addobbato di lucine in stile albero di Natale e nessuno ci avrebbe fatto caso.
Prima di uscire scarabocchiò frettolosamente un messaggio per Damien che attaccò allo schermo del computer.
Quando licantropo rincasò, in compagnia dell’ennesima modella, per prima cosa chiamò a gran voce il coinquilino, giusto per assicurarsi che non entrasse sul più bello nella sua stanza con qualche idea balzana. Il che non era impossibile: chi gli assicurava che non volesse farsi comprare crisantemi da fotografare per il suo sito? Ok, forse questo era improbabile, visto il broncio che gli aveva tenuto per giorni quando gli aveva suggerito fra le risate che erano quelli i fiori più adatti al suo status di morto vivente. Poteva però chiedergli di accompagnarlo in giro a farsi fotografare per compensare duecento anni di vanità repressa. Alla mancanza di una risposta Damien si fiondò nella camera del vampiro, per trovare solamente il foglietto. Al che prese ad insultare William con tutti gli epiteti che conosceva in ogni lingua nota.
Punto primo: per l’ennesima volta si era servito di una stilografica, ma la fretta e l’eccitazione l’avevano portato a sbavare l’inchiostro, formando delle grandi macchie impiastricciate che coprivano la metà delle frasi.
Punto secondo: perché si ostinava a scrivere in stile ottocento? Con una calligrafia piena di ghirigori che rendevano irriconoscibile la maggior parte delle parole?
Ed infine punto terzo: perché diamine accanto alla sua firma doveva sempre scarabocchiare due rose che, data la sua scarsa abilità grafica, potevano benissimo essere lettere?
Damien chiamò, più volte ed inutilmente, la compagna perché lo aiutasse a decifrare il messaggio. Quando l’insieme di parole assunse un significato più o meno logico, per quanto sensato potesse apparire: “Trovato ragazza, giro città, non aspettare”, Damien notò che William aveva aggiunto una freccia che puntava alla tastiera. Accendere il computer non fu certo un problema: era stato lui a convalidare la password, “pipistrello”, tra le occhiatacce dell’altro, che, a quanto pareva, non aveva ancora capito come cambiarla. Damien si passò una mano fra i capelli e, scusandosi, liquidò Ginevra; la ragazza uscendo gli ricordò di nuovo che il suo nome era Gioia.
Damien si sedette sul letto di William, aspettando. Conoscendolo la probabilità maggiore era che avesse incontrato un’accanita lettrice che voleva rimirare l’alba con lui; peccato che non si sarebbe messo a risplendere come un diamante, poiché tendeva piuttosto all’autocombustione.
William intanto ingannava l’attesa guardando l’acqua scivolare silenziosa sotto al ponte sul quale aveva dato appuntamento ad Anne. Era arrivato con largo anticipo, come si conveniva ad un gentiluomo d’altri tempi, ma non aveva fatto i conti con la sua eterna indecisione: era mezzora che continuava a salire e scendere quei fatidici gradini. All’inizio cercava di connettere il cellulare, sì gentiluomo d’altri tempi con qualche giocattolino moderno, ad una rete internet, per accertarsi che il messaggio lasciato da Anne non fosse nel frattempo sparito. Aveva presto rinunciato: nessuno poteva resistere al suo fascino, era quindi inutile controllare. Senza contare che il giocattolino in questione era nuovo perciò era già un successo che avesse imparato come accenderlo, spegnerlo e chiamare Damien, l’unico numero in rubrica.
Poi, essendo appunto un gentiluomo d’altri tempi, aveva considerato che non era buona educazione presentarsi ad una ragazza a mani vuote. Aveva perciò cercato un negozio di fiori. Salvo poi farsi venire dubbi su cosa regalare: il suo primo pensiero furono le rose, simbolo della sua innata eleganza, ma avevano ben dimostrato di non resistere un giorno senza acqua. In preda all’ansia aveva pensato di chiamare Damien, salvo poi scartare l’ipotesi: sicuramente il lupo cattivo avrebbe sghignazzato e, per l’ennesima volta, suggerito di comprare crisantemi. Aveva quindi optato per cercare una libreria dove comprare un libro sul significato delle piante, per trovare quella più adatta alla sua futura regina della notte. Il piano era perfetto, se non fosse che ormai l’ora era tarda e le saracinesche abbassate, senza contare che il tempo occupato dal suo andirivieni aveva esaurito il suo largo anticipo. Aveva pertanto dovuto correre a perdifiato per tornare al punto di partenza. Un fiore non era poi così necessario, sarebbe bastata la sua presenza a rendere meravigliosa la serata. Mai come allora ringraziò la sua natura di vampiro: un semplice umano sarebbe arrivato sulla cima del ponte ansimando, rantolando e sudando, mentre eccolo là: rilassato, felice ed a temperatura ambiente, ad attendere.
Finalmente la vide, la foto non le rendeva giustizia: i suoi lunghi capelli biondi erano mossi dalla brezza gelata, le sue gote erano arrossate per il freddo ed i suoi grandi occhi verdi la facevano apparire deliziosamente ingenua. L’udito sopraffino di William gli fece distinguere il rumore ticchettante dei suoi passi: staccò quindi gli occhi dal suo splendido corpo, per concentrarsi sui piedi. La sua bocca si aprì incredula: come diamine pensava di camminare su e giù per i ponti con un tacco di otto centimetri? Non si aspettava mica che lui la prendesse fra le braccia vero? Sarebbe morto di fatica al solo pensiero…beh tecnicamente no, ma insomma non era questo il punto.
Non appena lo vide gesticolare Anne gli si gettò fra le braccia, salvo poi ritirarsi con un sussulto.
«Come sei freddo!» Mormorò.
Nemmeno un minuto e le cose stavano già prendendo una brutta piega. Fortuna che era temprato da anni di prese in giro da parte di Damien ed aveva perciò la risposta pronta per qualsiasi cosa.
«Sono molto utile in caso di febbre.»
La ragazza rise allegramente, mentre lui tirò un sospiro di sollievo: si era decisamente salvato in corner.
Anne fece un passo indietro per osservarlo meglio e riprese a ridere fin quasi a perdere il fiato.
William la guardò fiero: finalmente qualcuno che sorridesse alle sue battute. «Modestamente non potresti incontrare nessuno più esperto di me in freddure, letteralmente!»
Anne stava lacrimando da quanto era divertita. «No, è per i tuoi capelli, sono così…così…» Non riusciva nemmeno a finire la frase tanto era impegnata a soffocarsi dalle risate.
William cadde dal piedistallo su cui si era posto da solo e passò le mani fra i rinsecchiti ricci bruni, tentando di sistemarli. L’idea di correre a destra ed a manca in balia dell’aria per uno stupido fiore ora gli sembrava assurda, quasi più assurda del fatto che carnevale si dovesse festeggiare in una ventosa giornata d’inverno. Ma il culmine dell’assurdità era raggiunto dal fatto che per lui non aveva alcun senso pettinarsi, dato che la sua immagine non veniva catturata da nessuno specchio. Per anni si era semplicemente fidato del giudizio di Damien prima di uscire. Ovviamente quella sera il lupastro era dovuto uscire per lavoro; William sapeva benissimo che per “lavoro” intendeva tentare di portarsi a casa una ragazza. Provava pietà per lui, d’altra parte non aveva il fascino di un vampiro: la sola chioma fluente, morbida e priva della necessità di essere pettinata, non assicurava alcun successo in campo amoroso.
Quando infine Anne si riprese, gli porse un pacchetto, che lui aprì velocemente. Si ritrovò fra le mani un pupazzetto soffice e nero. Guardò prima lei e poi l’oggetto incriminato: quella donna gli aveva regalato un pipistrello di peluche.
Quando stava per dirle cosa ne pensava (non sarebbe mai tornato a casa con quell’obbrobrio, Damien ne avrebbe riso da allora all’eternità) Anne riprese timidamente a parlare: «Quando l’ho visto così carino ho pensato a te. Tu non mi hai portato nulla? Pensavo che saresti piombato qui con un immenso mazzo di rose rosse!»
La mente di William si era fermata al carino. Infondo quella cosa poteva dare un tocco vintage all’appartamento, facendo sfoggio di sé in camera di Damien.
Poi elaborò la seconda parte della frase. In preda al panico non poté far altro che ricorrere ai vecchi classici: «Che cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, sarebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.»
Lei lo guardò un attimo interdetta.
«Sei davvero un poeta: così romantico!» E posò la testa sulla sua spalla mentre si avviavano. William avrebbe dovuto scrivere una lettera agli studiosi dell’occulto: la capacità di salvarsi per il rotto della cuffia doveva rientrare fra le abilità soprannaturali dei vampiri.
«Non ti farà male camminare con quei tacchi?»
«Io pesavo che avresti dispiegato il tuo mantello, permettendoci di volare sulle tue ali oscure. O che, dato che sei immune alla fatica, mi avresti portato ovunque sollevandomi fra le braccia.»
William la guardò attonito, perché non si decideva mai a stare in silenzio?
«Sto scherzando sciocchino. Mi sono informata prima di incontrarti, so che non ti puoi trasformare in pipistrello. Sei proprio un ingenuo ragazzo d’altri tempi!»
William sorrise: se lui era il re degli idioti, come a torto asserivano Damien e, a quanto pare, pure la nuova arrivata, lei, che girava per Venezia in tacchi, al fianco della creatura più pericolosa mai venuta al mondo, ne era la regina; sì, era la sua degna compagna.
William ed Anne continuarono a passeggiare fianco a fianco, addentrandosi per le tortuose vie, salendo e scendendo per i ponti, fermandosi talvolta quando lei gli chiedeva di scattarle una foto con lo sfondo di un canale; in effetti era successo un po’ troppo spesso, data l’abbondanza d’acqua in città, e William era decisamente stanco di queste pause: non riusciva davvero a concepire come potesse esistere una creatura tanto vanitosa da farsi ritrarre ogni due minuti. Ad un certo punto Anne lo strinse addirittura a sé mentre azionava l’autoscatto; al che William glielo fece ripetere una decina di volte, giusto per essere sicuro che la luce fosse adeguata e non lo facesse apparire eccessivamente smorto.
Anne intanto continuava a tempestarlo di domande.
Quando sei nato? 1805. Quando sei morto? 1830. Non sei italiano? No, inglese. Quando sei arrivato qui? 1860, poco dopo aver incontrato Damien. Chi è Damien? Un licantropo francese. Ma come ti nutri? Ho le mie fonti, posso convincere la gente a fare qualsiasi cosa (il che dopotutto era vero: aveva convinto Damien a procurargli le sacche di sangue, poco importava che lui dicesse che era perché altrimenti non sarebbe riuscito a mordere neanche un topo e sarebbe morto di fame). Ti da fastidio se mangio una bruschetta con l’aglio? No tranquilla, anche se io ti consiglio di assaggiare…No? Sicuro? Perché ho sempre voluto provarne una. Proprio stasera eh? E se metto al collo una croce? Se è abbastanza piccola potrei riuscire a sopportare il dolore. Ma tu al sole brilli o ti incendi? Potrei diventare un mucchietto di cenere in pochi secondi. Scommetto che nei secoli hai accumulato una ricchezza spropositata, mi offri tu la cena vero? Beh…In effetti il conto in banca di Damien era piuttosto cospicuo e lui ne aveva libero accesso; era certo che portarsi Anne a casa rientrasse fra quelle che l’amico chiamava emergenze. Hai una ragazza? O un ragazzo forse? No, dal momento in cui ti ho vista tu sei diventata l’unica per me. Forse sarebbe stato meglio dire a Damien di rimanere fuori quella notte, Anne si sarebbe potuta fare strane idee…Ma infondo lui non era propriamente un ragazzo, era un licantropo giusto?
Il vampiro continuò a guidarla, girando per le strade più strette in modo da poterla stringere a sé, mentre raccontava aneddoti che sfuggivano ai turisti, aggiungendo sempre un pizzico di mistero. Tutto sembrava magico: uno spicchio di luna splendeva, come William avrebbe suggerito, diafano, ed il riflesso dei lampioni tremolava sull’acqua, increspato dal movimento delle barche. Ovunque incrociavano gente con mille travestimenti, ovunque sembravano regnare l’allegria e la bellezza. William guardava estasiato la sua compagna che pareva danzare sui tacchi, che interagiva con la folla, sorridendo, che si faceva fotografare con ognuna di quelle maschere vestite di velluto e meraviglia. Ancora non sapeva niente della donna, aveva provato a porle qualche domanda ma ogni volta qualcosa lo ostacolava: in genere Anne trovava affascinanti paesaggi da fotografare, tanto da far pensare al vampiro che lavorasse per qualche rivista; ci mise poco a capire che non era così, bastava un’occhiata alla memoria della sua macchinetta per notare che le immagini erano sfocate o tagliate. Solo le foto scattate a lui erano perfette. Lo aveva immortalato in numerosissimi scatti: talvolta insieme a lei in un selfie, qualunque cosa fosse, talvolta mentre le camminava affianco, talvolta mentre contemplava assorto il cielo. Non c’era nulla di cui meravigliarsi: raramente capitava di avere un soggetto tanto perfetto da ritrarre. Lo aveva sempre saputo: il motivo per cui Damien non gli aveva mai procurato un lavoro non era certo la necessità dei modelli di mantenere i capelli sempre morbidi, l’abbronzatura sempre perfetta ed i muscoli sempre allenati: il licantropo aveva paura di essere rimpiazzato; certo il recarsi in spiaggia all’alba per un servizio sulla nuova collezione di costumi poteva costituire un problema, ma non poteva certo curare lui tutti i dettagli, Damien doveva pur fare qualcosa.
La notte trascorreva serena e, sotto le colonne della piazza, con un delicato sottofondo musicale, lei sporse le labbra verso quelle di William. Il vampiro rimase interdetto per qualche secondo, poi le socchiuse a sua volta. Quando Anne le ritrasse, gli sorrise timidamente.
«Burrocacao al cioccolato? Sul serio?»
Se William avesse avuto una circolazione le sue guance si sarebbero accese. Infondo non era colpa sua se, essendo tecnicamente morto, non aveva una valida idratazione, le due fessure che chiamava labbra erano costantemente secche.
Fortuna volle che una notte, frugando nel beauty-case dell’ennesima fiamma di Damien, trovasse la soluzione a tutti i suoi problemi. In realtà avrebbe voluto parlare con la ragazza in questione, giusto per avere qualche consiglio anche su creme e pelle secca, ma il coinquilino, che chiaramente non ci sapeva proprio fare con le donne, l’aveva già allontanata quando lui era piombato in camera. Quando poi aveva visto il vampiro cospargere le sue labbra di prodotto, sbavandolo data l’inutilità degli specchi, aveva iniziato a contorcersi dalle risate. Non ancora soddisfatto gli aveva promesso di organizzare un pigiama party a base di pasticcini e smalti e di comprargli uno stupendo mantello rosa. La promessa era stata chiaramente scordata, con grande disappunto di Willliam.
William rimase in silenzio con il fiato sospeso, si fa per dire, finché Anne non mormorò: «Mi piace!» E riprese a baciarlo come se esistessero solo loro due.
Tutto sembrava andare per il meglio quando, improvvisamente, lui la prese per mano, conducendola di gran fretta verso casa e verso la loro eternità insieme. William cercava di non dare a vedere il panico: non essendo tecnicamente un essere vivente non aveva nemmeno un orologio biologico, il che portava in ultima istanza al fatto che, dato che il tempo era volato, potevano essere le tre di notte come anche le sei di mattina: l’alba poteva sorgere da un momento all’altro. Aprì il portone, si lanciò all’interno ed il rumore svegliò Damien, appisolato sul letto del vampiro. William guardò il viso del licantropo nel panico.
«Presto! Chiudi le finestre, tira le tende, il sole, brucerò…Perché dormi sul mio letto? Sentivi la mia mancanza?»
«William…» La voce del ragazzo era impastata e sonnolenta. «Sono le tre di notte, stupido pipistrello senza cervello! Tu non brucerai, anche se non sono sicuro del fatto che i tuoi neuroni non siano già fusi!»
Andò avanti ad urlargli contro per cinque minuti, finché non si fermò, ammirato dalla splendida figura di Anne che sorrideva divertita.
Damien non perse tempo, si alzò, sorpassò il vampiro, fece un elegante inchino e baciò il dorso della mano della ragazza con una grazia innata. William si riscosse appena prima che l’amico sfoggiasse il suo fascino e lo trascinò in cucina, rivolgendo il migliore dei sorrisi innocenti ad Anne.
«Non hai speranze, è innamorata di me!»
«E questo lo ha scoperto tra un bacio ed un morso sul collo?»
«Mi ama per quello che sono e vorrà trascorrere l’eternità con me!»
«Anche cinque minuti sarebbero troppi con te. E quello cos’è?» Rubò il peluche dalle mani di William e scoppiò a ridere senza ritegno.
«Si tratta di un oggetto vintage che starebbe benissimo sul tuo armadio»
«Certo, certo…E da quando sai che cos’è il vintage? Le hai già parlato degli stampini per il sangue a forma di cuore? E del fatto che sei costretto a stare in casa tutto il giorno a scrivere inutili diari online?»
«Ehi!»
«Le hai spiegato che non potrà più abbronzarsi?»
«Glielo farò sapere!»
«E che sarà costretta ad usare il burrocacao al cioccolato per sempre?»
«Ne ha già avuto un assaggio!»
Damien curvò le labbra in una smorfia. Perfetto, ora avrebbe dovuto aver a che fare con ben due vampiri idioti. D’altra parte o lei non aveva capito nulla di quanto era successo, il che non propendeva a favore della sua intelligenza, o aveva compreso ogni cosa e voleva comunque trascorrere l’eternità con William, il che lasciava ancor meno dubbi sulla sua sanità mentale. Ovviamente Damien aveva già escluso la terza ipotesi: Anne non pareva proprio una cacciatrice e William non era di certo un vampiro capace di incutere timore e perciò da eliminare.
«In tal caso buona fortuna!»
I due ritornarono nelle rispettive stanze.
Anne era sdraiata sul letto e aspettava William fiduciosa; lui si passò la lingua sui canini affilati, muovendosi lentamente. Sentiva il battito accelerato del cuore della sua ospite, ma non disse nulla per tranquillizzarla, lui era un predatore, una creatura che non aveva eguali, il mondo gli apparteneva.
Le si sdraiò accanto ma, proprio quando posò le labbra sul suo collo, sentì qualcosa di appuntito premere contro il suo petto. Guardò in basso e lo vide: Anne stringeva un paletto di legno affilato e lo puntava sul suo cuore.
William fece l’unica cosa sensata che un vampiro dal suo fascino, orgoglio e coraggio potesse fare: si mise ad urlare con quanto fiato aveva in gola.
Damien accorse in un lampo: buttò giù la porta, pur sapendo che William gliela avrebbe fatta ripagare, e scaraventò il vampiro dietro di sé, allontanandolo dalla micidiale arma.
«Fammi indovinare: cacciatrice?»
«Fammi indovinare: licantropo?»
«E hai anche fatto i compiti…»
«Il mio nome è Anne Eté, discendo da una millenaria famiglia francese di cacciatori, combatto le forze del male e proteggo gli innocenti dal…»
«Risparmiami le tue premesse, Sailor Moon!»
«Anche tu sei appassionato di manga?»
William tentò di inserirsi nella conversazione: «Nerd!»
«Tu stai zitto! E tu: sei entrata in casa nostra con l’inganno, approfittandoti delle illusioni un sognatore!»
«Adesso sono io il problema? Non il tuo amico che va in giro a mordere ragazze? Chissà quante finora sono cadute nella sua rete, ingannate da promesse di vita eterna, di eterno amore…»
«Tu sei la prima da dieci anni e l’ultima è uscita da qui sulle sue gambe mentre lui si riprendeva da una sbornia; sì è un genio del male!»
«Ehi!» William pretendeva il rispetto dovuto, dopotutto se una potente cacciatrice era venuta a cercarlo doveva avere le sue buone ragioni.
«Non prendermi in giro! Scommetto che ha capito subito chi ero e che tutte le informazioni sulla sua vita e sui suoi punti deboli erano false. E vogliamo parlare del diario dove racconta le meraviglie dell’essere un vampiro solo per attirare vittime innocenti?»
Damien lanciò un’occhiata infuriata a William che scrollò le spalle: «Erano un valido argomento di conversazione.»
«E poi ha subito capito che tutte le fotografie che gli facevo servivano a compilare uno schedario su di lui, si è messo in quelle pose assurde solo per ridicolizzarmi!»
Damien si passò una mano fra i capelli.
«Purtroppo è davvero così ingenuo, ed al blog ci crede sul serio.»
«Ehi, il mio diario è…»
«E francamente tu sei stata l’unica a chiedergli un appuntamento.»
«E le sue vittime? Per sopravvivere…»
«Sopravvive con il sangue che rubo per lui, passa le giornate a scrivere ed a guardare film in cui gli innamorati si allontanano mano nella mano nel tramonto: non è che abbia il fabbisogno energetico di un atleta. E poi, se al giorno d’oggi andasse in giro a mordere la gente, ci sarebbero decine giornalisti per tutta la città intenti a cercare l’intervista con il novello Jack lo Squartatore. Questi trucchetti potevano funzionare un secolo fa al massimo.»
La cacciatrice abbassò l’arma, sconsolata.
«Quindi ora mi dirai che avevano ragione i miei genitori? Dovrei trovarmi un lavoro? Dove mi sistemerò? Che ne sarà della mia vita?»
Stava piangendo a dirotto e William ne approfittò per salvare la situazione.
«Questa casa è mia e ti offro volentieri una delle camere.»
«Davvero? Sei il vampiro più dolce e carino del mondo. E vivendo qui potrò studiare le tue abitudini di vita, diventerò la cacciatrice migliore del pianeta!»
Damien guardava attonito prima l’uno poi l’altra, si sarebbe presto trovato a fare da babysitter ad entrambi. Sospirò, meglio approfittare della situazione.
«Ma certo Anne. Ed io potrei nel frattempo trovarti un lavoro come modella; prendo il biglietto da visita del mio agente.»
Anne lo seguì nella sua stanza.
«Oh hai preso tu il mio pupazzo…»
Damien guardò la ridicola pantomima del pipistrello sulla sua mensola.
«Certo, io adoro il vintage, ottima scelta, hai davvero buon gusto!»
E posso sempre usarlo come antistress, prendendolo a pugni ed immaginando William, aggiunse nella sua mente.
Anne arrossì timidamente mentre rimirava gli splendidi lineamenti dell’uomo davanti a lei. Damien chiuse la porta dietro di loro.
William intanto si godeva il sapore della vittoria: la sua regina della notte viveva con lui, aveva fatto innamorare di sé la sua più acerrima rivale ed il suo blog era un successo anche fra i cacciatori di vampiri. A proposito, doveva assolutamente aggiornarlo per far sapere a tutti che il re della notte era in azione e nessuno poteva fermarlo.

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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

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