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25. Il demone nell’ombra – Marco Lovisolo | Lande Incantate

Adagiata sulla trama dello spaziotempo come una perla nella sua custodia di velluto giaceva la città di Garadir, tentacolare metropoli a immagine della quale sono costruite tutte le città del multiverso. Era un porto franco fra i mondi, e in virtù di questo un luogo di meraviglie, stranezze e bizzarrie…

Deflagron era disteso di schiena su un tavolaccio di legno.
L’unica luce del fumoso locale in cui si trovava proveniva da una lanterna impolverata appesa al soffitto.
La pelle delle sue braccia, delle spalle e del torso era ricoperta di disegni tracciati con pitture maleodoranti. Le assi di legno sotto di lui erano invece decorate con un elaborato pentacolo.
Attorno al tavolo danzava una vecchia, sventolando un mazzo di erbe odorose e urlando frasi per lui senza senso. Il suo volto era coperto da una maschera tribale con le fattezze di una volpe.
Ogni tanto Deflagron si azzardava a guardare con la coda dell’occhio le pareti della stanza, fissando mensole piene di barattoli dal contenuto misterioso e chiedendosi se avesse fatto la scelta giusta.
Dopo alcuni minuti la vecchia smise di danzare e si accostò al suo orecchio «Puoi alzarti, ho finito la diagnosi.».
Il mago si mise a sedere sul tavolo. «Che cos’ho?»
«Si direbbe una possessione demoniaca minore.».
In quel momento due occhi obliqui e fiammeggiati si aprirono nell’ombra che Deflagron proiettava sul tavolo e una voce tonante risuonò alle sue spalle. «Ma va? Non mi dire! Una vera perla di saggezza!»
Si voltò all’indietro e fece in tempo a vedere gli occhi svanire. Alzò le spalle e fece finta di ignorare l’apparizione.
La vecchia posò la maschera su una sedia. «Quando ha cominciato?»
«Due giorni fa. Mi sono svegliato e la mia ombra mi insultava.».
«Strano. Non credo sia qualcosa che hai mangiato.»
«Un altro consiglio illuminante! La paghi pure questa ciarlatana?»
Il mago prese una spugna bagnata e cominciò a ripulirsi dagli strani unguenti con cui la strega lo aveva ricoperto. «Chi potrebbe essersi impegnato tanto da mettere un demone nella mia ombra.».
«Sono io quello a essere bloccato qui! Lurido umanoide.»
«Devi dei soldi a qualcuno?»
Deflagron sorrise «Se fossero tutti qui fuori la fila farebbe il giro dell’edificio.».
«Oppure hai un conto in sospeso con qualcuno? Magari stregoni, demoni o creature ultraterrene?»
«Di quelli la fila farebbe due o tre giri del palazzo.».
«Sei una persona impegnata
Si allacciò la camicia e scese dal tavolo. «Piuttosto, come faccio a scacciare quellacosa?».
«Potresti anche tenertela. C’è chi ha venduto l’anima per un demone familiare, tu l’hai avuto gratis.».
Il mago fissò la vecchia inarcando il sopracciglio. «Mi dà sui nervi.»
«Credi che mi piaccia passare il mio tempo con un sottosviluppato come te?».
Una forma fumosa e allungata si sollevò dall’ombra e tentò di attorcigliarsi alla sua caviglia.
«A cuccia tu!» Deflagron prese a calci il tentacolo che urlò di dolore.
L’ombra si ritirò nel pavimento e parve tornare normale, ma guardandola di traverso gli sembrava di fissare una grossa chiazza di catrame.
«Potresti trovare un accordo.»
L’ombra tornò a parlare. «Ma certo, saremo amiconi. Non appena avrò bevuto le vostre anime.»
«Ribadisco. Non mi fido.»
La fattucchiera fissò l’ombra «Meglio se te ne liberi allora.».
Il mago sospirò. «Qualche suggerimento?»
«Vai da uno specialista. Un mago demonologo per esempio.» La strega prese un libro dallo scaffale e lo aprì.
Era un lunghissimo elenco di nomi e indirizzi, la strega fece scorrere le righe, sotto l’occhio impaziente di Deflagron, fino a trovare quella giusta.
«Eccolo. Si chiama Irconnu, lui saprà cosa fare.»
Il mago si fregò il mento. «L’ho già sentito. Abita nel rione superiore?»
«Non più, ha spostato di recente la sua torre.». La strega stava ricopiando dal libro su un pezzetto di carta quattro elaborati simboli.
«Dove vive adesso?»
«Non lo so, ma basta dipingere queste quattro rune su un varco dimensionale per andare da lui.» Gli passò il foglietto. «Eccole.».
«Posso usare il passaggio del viale principale.».
«No, qui dice che per la sua torre ti serve un portale di sesto livello.».
«Un portale di sesto livello! Non ce la farai mai.»
Il mago rimase interdetto «Dove lo trovo? Sono dannatamente instabili.»
«Che ne so io? Sono solo una povera vecchia che svende le sue arti per pochi spiccioli». La strega tese la mano. «A proposito, fanno quattro monete.»
«Tutto inutile, perdi il tuo tempo, idiota.».
Senza dire altro Deflagron pagò e uscì.

* * *

Deflagron decise di chiedere consiglio da Akrakalen, il suo rivenditore di incanti di fiducia; era probabile che avesse una soluzione adatta a lui.
Attraversò il dedalo di viuzze che si estendeva nel quartiere attorno alle Fonderie Centrali finché non giunse in un vicolo cieco ingombro di immondizia.
Si diresse a una porticina tarlata, acconto alla quale un’insegna che aveva visto tempi migliori proclamava“Da Akrakalen, incanti e banco dei pegni”.
Spinse la porta ed entrò.
All’altro capo di una stanzetta ingombra di carabattole un ometto con la candida barba bianca stava compilando un libro mastro con una penna d’oca.
Senza alzare lo sguardo urlò «Non mi interessa nessuna colletta di beneficenza.».
«Voglio parlare di affari.»
«Non facciamo credito.»
«Posso pagare.»
«Bizzarra abitudine di questi tempi.» Il rigattiere alzò la testa e lo fissò con occhi miopi.
«E tu ti fidi di questo tizio?»
«Io ti ho già visto, aspetta che metto gli occhiali.». Akrakalen cercò a tentoni sul bancone e li inforcò.
Sobbalzò sulla sedia riconoscendo il mago.«Deflagron! Il mio migliore cliente! Che ti serve oggi?»
Il mago sospirò «Hai una mappa con le linee di forza della città?».
Gli occhi di Akrakalen si illuminarono. «Ma certo!» si avvicinò a uno scaffale e prese in mano un grosso rotolo di pergamena.
Ogni tanto il mago si chiedeva come avesse fatto un rigattiere ad accumulare una tale quantità di ciarpame nell’arco di una vita sola.
L’ometto srotolò la mappa sul bancone. Era una riproduzione in scala di alcuni quartieri nei dintorni, su cui era stato tracciato un intrico di linee di diverso colore.
«Ti dedichi alla geomanzia? Non sapevo ti interessasse.»
Deflagron scosse la testa. «Di solito no, ma devo trovare un portale di sesto livello».
Un singolo occhio giallo iniettato di sangue si aprì nella sua ombra «Un essere mentalmente ritardato come te conta di riuscirci? Ridicolo.»
Senza dire una parola il mago si voltò e prese a calci l’ombra con vigore. Lamenti soffocati salirono dal pavimento.
Akrakalen, senza scomporsi, chiese «Deflagron, ma tu ogni tanto hai delle giornate normali?».
Dopo aver sfogato la sua ira il mago tornò a guardare la mappa aperta. La verità era che non sapeva da che parte cominciare.
«Sei in grado di aiutarmi? La geomanzia non è la mia specialità.»
Akrakalen gli fece l’occhiolino «Certo. Possiamo provare subito.» Aprì un cassetto è tirò fuori un bicchiere, un tappo di sughero, un ago, una bacchetta da rabdomante e un pendolo. «Hai detto un portale di sesto livello?» Si chinò sulla mappa e fece ruotare il pendolo su di essa.
Dopo alcuni minuti di silenzio, durante i quali Deflagron si chiese più volte se si fosse addormentato, indicò un punto sulla mappa. «Qui. Sarà una bella camminata, oltretutto la linea di forza di quel portale è molto sottile e difficile da seguire.».
Il mago si grattò la testa «Non pensavo fosse così complicato.».
Akrakalen sorrise. «Tranquillo, a un buon geomante servono solo tre cose: concentrazione ferrea, ottime gambe e faccia come il culo.».
«Cioè?»
«Capirai. Andiamo»

* * *

Il marchese Adath si stava rilassando con una partita a scacchi assieme al suo vecchio amico Norat, patrizio della città di Garadir.
Entrambi erano nel suo studio, sprofondati in comode poltrone di velluto.
Adath sorseggiò un po’ di vino dalla sua coppa mentre il suo avversario, alla ricerca di una mossa vincente, fissava la scacchiera in ebano e avorio sistemata su un tavolino fra di loro.
Decise di spezzare un po’ la tensione della partita riportando la conversazione sul problema di cui avevano già discusso in mattinata. «Ripensandoci, per la questione dei maghi, dobbiamo trovare una soluzione alternativa.».
Il patrizio smise di fissare per un momento i pezzi e alzò lo sguardo «Vorrei che fosse così, ma serve un’azione forte.»
Adath scosse la testa «La registrazione obbligatoria per chiunque usi la magia in città danneggerà gli introiti delle tasse.».
«Lo so. Ma ci sono troppi maghi fuori controllo in città, troppi pazzi squilibrati. Dobbiamo fare qualcosa.»
Il marchese riempì di nuovo la coppa e posò la bottiglia a metà accanto alla scacchiera. «Suvvia. Ritengo che la maggior parte degli incantatori della città siano persone sagge e assennate.».
«Ne sei davvero convinto?»
Adath sbadigliò «In fondo i lunghi anni di pratica della magia creano una sana disciplina mentale.».
Il patrizio si grattò il mento, come se rimuginasse sulle sue parole. «Il tuo parere mi conforta, potrei rivedere la mia proposta.».
«Certo, ci possono essere dei casi isolati, ma non mi sentirei di condannare l’intera categoria solo per…» A un tratto sentì uno strano rumore venire da una finestra. «Cos’ è stato?»
Qualcosa stava raspando contro il vetro smerigliato.
«Sarà il gatto?» azzardò Norat.
«Ne dubito. Non ho un gatto.»
In quell’istante la finestra si spalancò e un individuo alto e slanciato con lunghi capelli castani scavalcò il davanzale issandosi a fatica. Adath lo riconobbe all’istante.
Deflagron.Cosa ci faceva in casa sua?
«Buonasera, Marchese.» il mago si voltò verso la finestra, sganciò il rampino incastrato nel davanzale e tirò con entrambe le braccia la corda con cui doveva aver scalato la facciata del palazzo.
Aggrappato all’altro capo della corda apparve un ometto con una barba bianca, che salì sul davanzale aiutato da Deflagron. In mano reggeva un bicchiere di vetro pieno d’acqua con dentro un tappo di sughero e un ago.
Il nuovo venuto fece un piccolo inchino. «Buonasera. Scusate il disturbo, faremo in un attimo.». Poi si voltò e fece ruotare il calice fra le mani.
Adath tentò di attirare l’attenzione dei due «Deflagron, cosa ti porta nel mio salotto?».
Il mago lo degnò appena di uno sguardo «Nulla di grave, un esperimento magico.».
Il patrizio, stupefatto, stava fissando entrambi senza dire una parola.
Dopo pochi istanti l’ometto rialzò gli occhi dal bicchiere. «Perfetto, ora passiamo di qui» Scavalcò un divano, lasciando un’impronta polverosa proprio su un cuscino di seta ricamata.
Deflagron lo imitò subito dopo. «Sicuro che la strada sia giusta?»
«Certo, dritto di qui. Seguimi passo a passo.».
Strisciò fra le gambe del tavolino tenendo davanti a sé la coppa, sotto gli sguardi sempre più stupiti di Adath e Norat.
«Scusate… Permesso.» Deflagron invece salì su uno sgabello e di lì sul tavolo, rovesciando sul pavimento i pezzi degli scacchi e la bottiglia.
Proseguirono attraversando carponi il tappeto di seta al centro del salotto.
Mentre passavano accanto a una lucerna appesa al muro l’ombra proiettata dal mago parve ribollire per un attimo e una sorta di artiglio uscito da essa tentò di afferrargli una gamba. Lui reagì subito prendendo a pugni la forma nebulosa e urlandogli di stare a cuccia.
Udirono anche una voce profonda ma di provenienza incerta farfugliare qualcosa riguardo l’anima del mago.
I due strisciarono poi sotto a una libreria, spostarono dal loro percorso una grossa pianta in vaso, e puntarono verso la finestra sul retro. In pochi istanti la aprirono, calarono la corda e scomparvero dalla vista del marchese.
Norat si grattò la testa «Chi erano quei due idioti?»
Il marchese Adath si coprì gli occhi con una mano per lo sconforto «Ritiro quello che ho appena detto.».

* * *

«Eccoci arrivati.» Akrakalen, raggiante, batté il palmo della mano contro un muro costruito con blocchi di granito. «Qui c’è il portale che ci serve.»
«Hai ragione. Riesco quasi a vederlo.» Il muro sembrava, ai suoi occhi, avvolto da una debole luminescenza.
Deflagron era stanco morto, gli sembrava di aver camminato per mezza città. Senza contare i muri che avevano scalato, i cancelli che avevano scavalcato, le aiuole che avevano calpestato e le case che avevano attraversato, il tutto con gli occhi sempre fissi sull’ago magnetico nel bicchiere.
Si voltò a guardare il vicolo perplesso. «Ma siamo proprio dietro casa mia!»
A quelle parole anche l’ometto si guardò intorno. «Hai ragione. Curioso come lo spazio si avvolga su se stesso.».
«Era proprio necessario fare tutta questa strada?».
La solita voce tornò a farsi sentire. «In realtà il problema è che sei un cretino. Come non se ne trovano nei sette inferni.».
Akrakalen liquidò la frase con un gesto «Ignoralo, non merita la tua attenzione.».
«Dico a te.Razza di scimmia quadrumane che si spaccia per mago.».
Deflagron sbuffò. «Scusami un istante.» Si avvicinò a un angolo del vicolo e si sbottonò la patta dei pantaloni.
Akrakalen domandò preoccupato «Sicuro di quello che fai?».
«Non osare! Appena uscirò da qui berrò la tua anima.»
«Nel frattempo dovrai accontentarti di altro.». Rispose il mago rivolto all’ombra.
«Viscida creatura! Succhierò l’anima dal tuo teschio.»
Deflagron, soddisfatto, ritornò poco dopo dal rigattiere. L’ombra non aveva ancora smesso di lamentarsi.
Il mago si avvicinò al muro e tirò fuori dalla tasca un gessetto rosso. Con pochi rapidi gesti tracciò un cerchio con attorno le quattro rune avute dalla strega, tre sul muro e la quarta direttamente sul selciato davanti a lui.
In pochi attimi il cerchio divenne luminoso e il muro al suo interno cominciò a svanire, rivelando un varco circondato da una cornice di luce abbagliante.
«Ha funzionato.» Deflagron si voltò verso il rigattiere «Se non torno entro quattro giorni accendi una candela e prega per la mia anima.».

* * *

Ancora abbagliato dal passaggio nel varco il mago si fregò gli occhi e si rese conto di trovarsi all’interno di una lussuosa abitazione.
Il pavimento era coperto da un tappeto di seta colorata e lungo le pareti di marmo rosa si allineavano mobili in legni pregiati. Di fronte a lui si apriva una finestra panoramica.
«E’ permesso? Casa Irconnu?»
Si avvicinò alla finestra e guardò il paesaggio.
Doveva trovarsi dentro a una torre, a diversi piani di altezza. Un deserto pietroso di colore rossastro si stendeva fin dove il suo sguardo riusciva a spingersi. Non aveva mai visto in vita sua un luogo così desolato e piatto.
«Chi cerca Irconnu il Possente?»
Nell’udire quelle parole si voltò di scatto e rimase impietrito per la sorpresa.
Davanti a lui vide una maschera di cera che fluttuava accanto a due guanti in pelle nera e a un mantello ricavato dalla pelle di un grosso rettile, anch’essi sospesi nel nulla.
«Cos’abbiamo qui? Un Vedargh si direbbe.» La maschera si allontanò dal mantello e fluttuò fino a fermarsi davanti al suo volto. «Non ne vedevo uno da secoli, pensavo vi foste estinti.».
«Non ancora.»
L’ombra di Deflagon tremò e protese un artiglio «Presto sarà fatto, dateci tempo.».
La maschera scese fin quasi al pavimento. «Un Vedargh e demone prigioniero. Bizzarro.»
Il mago si riprese dallo stupore. «Tu sei Irconnu?»
«Per servirti.»
Deflagron si grattò la testa «Ti immaginavo piùconcreto.».
«Mi sono da tempo elevato dai bisogni della carne. In mondi lontani ho appreso il metodo per trascendere la materia e mutarmi in puro pensiero, anche se mantengo alcuni orpelli materiali per le pubbliche relazioni.».
«Non usa avere un corpo da quelle parti.»
«No, lo trovano un pochino volgare.»
Il mago girò la testa verso la finestra. «Vivi anche in uno strano posto.»
«Garadir ha tasse sulla casa troppo alte, inoltre qui i piazzisti non riescono ad arrivare.». La maschera si allontanò, tornando accanto al mantello. «Piuttosto, cosa desideri dal Grande Irconnu?».
«Ho bisogno di liberarmi di un demone.»
La maschera ruotò su se stessa. «Penso si possa fare. Al giusto prezzo.»
Deflagron aveva paura di cosa potesse chiedergli Irconnu, ma sapeva di non avere scelta. «Sentiamo.»
«Voglio il demone. Sono anni che cerco un soggetto da esperimenti.».
Un lampo di gioia attraversò la mente del mago «Tutto tuo!».
«Bastardo! Berrò comunque la tua anima

«Siamo d’accordo allora. Vieni nel mio studio.» Mantello, guanti e maschera levitarono verso una porta laterale.
Mentre lo seguiva in un lungo corridoio Deflagron azzardò la domanda che lo tormentava da giorni.
«Chi può avermi fatto una cosa del genere?».
«Da quello che vedo il demone sta scontando una pena di qualche tipo.».
«Lui?» Stupito dall’affermazione indicò la sua ombra.
«Glielo si dice anche. Ma no, il grande mago non ci crede…»
«Qualcuno lo ha rinchiuso nella tua ombra per punizione.».
Deflagron era sempre più perplesso. «Tutto questo non ha molto senso.»
«Si sa, gli abitanti dei mondi esterni seguono logiche tortuose e aliene.».
Il mago sbuffò «Un modo per dire che non hanno un cazzo da fare tutto il giorno.».
La maschera si voltò verso di lui. «Non molti direbbero cose del genere.»
«La mia razza non ha mai avuto grande considerazione per le creature dei reami superiori.».
«Capisco allora tutto lo zelo che hanno dedicato allo sterminarvi.».
Deflagron preferì non rispondere a quel commento.
Il locale in cui entrarono era spoglio, a eccezione di alcuni scaffali colmi di bottiglie, candele e gessetti.
Irconnu lo fece sistemare al centro dello studio, poi appoggiò un candelabro acceso accanto a lui e una piccola bottiglia aperta accanto alla sua ombra.
Un guanto prese un gessetto da una mensola e tracciò un elaborato intrico di linee sul pavimento con gesti rapidi e decisi.
Quando il demonologo ebbe finito di disegnare il pentacolo, si mise in un angolo della stanza e cominciò a recitare una lunga litania.
Dopo interminabili minuti di attesa Deflagron notò che la sua ombra aveva smesso di muoversi in sincrono con la luce della candela.
All’improvviso la vide ritirarsi come nebbia dal pavimento ed entrare nella bottiglia, poi il tappo fluttuò al suo posto e sigillò la massa nera nel contenitore.
La bottiglia vibrava sotto la spinta della sostanza che ribolliva al suo interno.
Irconnu tornò ad avvicinarsi. «Abbiamo finito. Quel demone era bello grosso.»
Una crepa si formò all’esterno del recipiente.
Il mago non si sentiva tranquillo. «Non per sembrare sospettoso, ma è normale che succeda?».
«Forse ho usato un contenitore troppo piccolo. Aspetta che controllo.»
La bottiglia andò in frantumi, sprigionando una massa di fumo grigiastro.
Davanti al mago si materializzò una creatura alta circa due metri con la pelle rosso fuoco. I suoi capelli neri formavano una sorta di cresta, ai lati della quale spuntavano due piccole corna.
Indossava un paio di pantaloni a brandelli e una giacca di pelle nera coperta di catene. In mano brandiva una grossa spranga di metallo.
«Finalmente.»
«Niente di grave. Rimedio subito,  prendo un’altra bottiglia.» Commentò Irconnu.
Deflagon si voltò e scappò fuori dalla stanza.
Mentre correva a perdifiato nel corridoio, sentiva dietro di sé il ruggito del demone che lo inseguiva, accompagnato dal rumore degli artigli che graffiavano il pavimento di marmo.
Doveva riuscire a raggiungere il portale o era spacciato.
Arrivò nell’ingresso e sbatté la porta dietro di sé, tirò il chiavistello e riprese a correre; un rumore di legno infranto lo informò che era stato inutile.
Quando ormai sentiva l’alito del demone sul collo si gettò nel varco luminoso con un ultimo guizzo.
Uscendo nel vicolo vide sul selciato la runa che aveva disegnato e subito gli passò sopra con un piede, cancellandola.
Un’esplosione dietro di lui lo gettò a terra.

* * *

Akrakalen si fregò il mento. «Giuro. Una cosa del genere non l’avevo ancora vista.».
«Non mi stupisco.» Deflagron annuì.
Entrambi fissavano il demone di fronte a loro. Era rimasto intrappolato nel momento in cui il varco planare era collassato, fondendosi con il muro.
Dalla parete sporgevano soltanto la testa e le braccia, con gli artigli bloccati nell’atto di ghermire la preda. La pelle aveva cambiato colore e ora aveva la stessa sfumatura di grigio dei blocchi di granito dell’edificio; la bocca si muoveva appena, lanciando ingiurie continue con voce stridula.
«Come ti è venuta in mente una cosa del genere?».
«Veramente speravo di bloccarlo in casa di Irconnu e guadagnare un po’ di tempo» Allargò le braccia. «Comunque sia…»
Akrakalen si voltò verso il mago. «Cosa facciamo? Non possiamo lasciarlo qui.»
«Direi di no, insulta i passanti. I vicini si sono già lamentati.»
«Se provassimo a scrivere ai cantonieri comunali?».
«Può essere un’idea. Con un po’ di malta, un tubo e qualche scalpellata potrebbero riciclarlo come fontanella.». Deflagron sorrise. «Sempre che riescano a farlo stare zitto.».
«Ma è orrendo.»
«Tranquillo, in città ci sono statue di gusto se possibile peggiore.».
Con uno sforzo estremo il demone riuscì a ruotare gli occhi e a fissare il mago «Deflagron. Bastardo… Uscirò da qui e ti… Ti…».
Il mago si mise a ridere. «Sentiamo, cosa mi farai?»
«Io… Io…»
«Mi succhierai l’anima? Ti prego, almeno stavolta inventati qualcosa di nuovo.».
«…berrò la tua anima…»
«Niente da fare. Voi demoni mancate di fantasia.» Deflagron lo fissò sghignazzando. «E va bene, sei libero di provarci. Però dovrai metterti in coda.»

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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

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