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24. Non dove – Aurora Filippi

La creazione di un mondo non è cosa da poco. I mortali guardano a noi divinità con astio e invidia, pensando che solo nostro è il vero potere e che loro devono accontentarsi delle briciole che cadono dai nostri immensi tavoli.
Mi risulta difficile immaginarmi tavolate grandi quanto tutto il mondo, poste sopra di esso, con noi che mangiamo felici e contenti manicaretti di potere da cui lasciar cadere briciole, ma l’immaginazione dei mortali spesso è assai più potente e distorta della nostra.
Nessuno s’immagina le rogne che dobbiamo gestire.
Rogne di livello divino, non la scelta dei colori del cencio da sventolare con orgoglio o di cosa infilare nel recinto davanti casa, ammesso che si sia deciso di averlo, il recinto… e la casa. Certo, nessuno dubita che scegliere tra una mucca e una capra sia un problema decisivo per una fattoria, ma non può essere paragonato alla scelta tra creare e distruggere! Un mortale può scegliere se creare una caciotta o far fuori la sua bestia e farsi una cena come si deve, ma noi, dico gli Dei, noi dobbiamo decidere se la sua mucca (o tutte le mucche) vivrà o se domani, per cause incomprensibili, deciderà di intraprendere uno sciopero della fame rendendosi conto della disperazione che causa agli steli dei pascoli, distruggendo intere famiglie per il suo mero egoismo.
Nostro il capriccio di aver preso il nulla ed averlo animato, ovviamente. Non era certo essenziale che nell’universo sorgesse un nuovo mondo, né che questo dovesse avere mari, fiumi, colline e montagne. Tanto meno era necessario affollarlo di migliaia di specie viventi, o di divertirsi a dipingere fiorellini tutti diversi nei campi. A me i fiori neanche piacciono.
Pensa che, un giorno, uno di noi ha deciso di creare persino quelli come quelli che (a detta di Meridyan) saranno gli unici che conoscerai al tuo tempo. Ha creato quell’omino sulla collina e anche la bestia con cui si è riempito la pancia ieri e coperto l’altro ieri. E pure quella che ora sta accarezzando. Certo, un tempo avevamo pensato che quella bestia si sarebbe potuta nutrire con la sua carne, ma l’evoluzione è un meccanismo troppo arzigogolato per prevedere esattamente, nel tempo, quale sarà la catena alimentare di un mondo.
Cambia di continuo. Pensa che nostro fratello dice che, nel futuro, la sua razza s’impunterà di voler divenire completamente erbivora. Sarà un’evoluzione ulteriore e così, magari, un giorno quell’omino sarà lì che accarezzerà la sua gallina senza pensarla nel brodo e dovrà decidere se piantare patate o grano nel campo che un tempo era il pascolo del suo bestiame.
Così va il mondo, pare…
Loro sentono il bisogno di farsi la guerra per conquistare altri pezzi di terra, manco fossero così tanti che nel pezzo che hanno già non ci stanno tutti. Si fanno la guerra perché quello c’ha la foresta più verde, quell’altro le orecchie più lunghe… mi sembra che questo discorso possa prendere una piega strana. L’invidia è una brutta bestia eh?
Non ricordo chi di noi ha avuto l’idea di seminare l’invidia… forse è stato un incidente, qualcuno se n’è sarà lasciato sfuggire un pizzico dalla propria personale riserva.
Fatto sta che quassù, nella divina bettola, come la chiamo io, c’è veramente un certo affollamento.
Neanche immagini come qui la gente sia davvero tanto diversa e, magari non siamo grossi fisicamente (che poi non è neanche sempre vero), ma abbiamo un ego che è immenso.
Gli ospiti, poi, spesso son tutt’altro che concordi su come gestire le faccende, i problemi, le cose e tutto il resto. Prendiamo l’esempio di prima: magari oggi uno si sveglia, un mortale ha fatto qualcosa che lo ha urtato (tipo tagliarsi le unghie che a lui piacevano tanto) e decide che da oggi la sua mucca, colta dal rimorso, smetterà di mangiare. Un altro potrebbe dire che tutto questo non è giusto, che le unghie sono proprietà di quel mortale ed è libero di farci quello che vuole.
Altri, per il solo spirito di far casino, si uniranno a una delle due parti. E va ancora bene: potrebbe sempre uscirne un terzo con una proposta peggiore… tipo far diventare quella mucca carnivora, rivoltandola contro quel povero disgraziato e poi contro la sua famiglia, e poi contro il villaggio, fino a renderla un mostro per cui serviranno dei temerari, folli, eroici pazzi che tenteranno di farla fuori e ripristinare la pace.
Pensa: tutti crederebbero di aver urtato in modo grave un qualche Dio e offriranno sacrifici, feste, onoranze… nessuno neanche s’immaginerebbe che tutto è partito da quel povero omino sulla collina che, una mattina, decise che era l’ora di tagliarsi le unghie.
Io l’avevo detto che sarebbe stato più facile fare un mondo d’acqua con qualche bel pesce, una sistematica catena alimentare e finita lì. Un bell’acquario per rilassarsi nei momenti peggiori, quelle mattinate infinite dove non ti serve altro che abbassare lo sguardo e perderlo in un bel mondo blu. E invece no! Loro hanno voluto complicarsi la vita, e poi a chi toccano le rogne? A me.
Penso che mi capirai, se così non fosse sono felice per te: vuol dire che le cose vanno meglio… o che non vanno affatto.
Nella divina bettola c’è parecchia gente. Destino, signore su tutti, neanche si fa vedere, maledetto assenteista. Se la colpa è di qualcuno, stai pur certo che sua non può mai essere e se è sua, si difende mandandoci un bigliettino: mi andava così. E che gli rispondi? Lui è Destino e se è destino che una cosa vada in quel modo, che ci possiamo fare noi?
Poi ci sono io, Kasdath, signore dello Spazio, e quel disgraziato di nostro fratello, Meridyan, signore del Tempo.
E poi eccolo lì, il quartetto dei casinisti: gli Dei degli Elementi. Loro son quelli che fanno più casino di tutti, hanno mille idee, mille piani. Sembrano tutti dei grandi amici ora, due minuti dopo litigano. Si amano, si odiano, si appoggiano, si affrontano e giocano a rimpiattino sul mondo dei mortali, come fosse un grande piano di gioco coperto di pedine. Tutto è pedina: l’omino sulla collina, il suo vicino, la sua casa, la collina dove ha costruito la sua casa, la mucca nel recinto della sua casa sulla collina, il ciuffo d’erba che sta mangiando e persino il sassolino poco più in là.
Al loro pari ci sono anche Gorgorath ed Estalith, padrone di Tenebra e Luce, ma quelle là stanno sempre in giro sentendosi superiori a tutti gli altri, facendo le fighe coi loro mondi a parte che, giustamente, devono fare a botte su quello dove giocano i quattro di prima. Ovvio, mica possono rischiare di rovinare i loro di mondi!
Vabbeh, che se ne stiano dove vogliono, c’è più spazio (detto da me sembra quasi una battuta). Si fa per dire dato che ho perso il conto delle divinità minori molto tempo fa. Quelle, secondo me, sono ospiti a sbafo: vengono, si sentono padrone, e poi in realtà son brave solo a fare casino. Ulteriore casino. Che poi… ma chi le ha invitate? Il meccanismo con cui nasce un Dio è complicato e la colpa sarebbe difficile da attribuire, per cui nessuno fa niente. Tutti si lamentano e basta quando arriva qualcun altro che si sente giustificato a piazzare la tenda quassù, nessuno fa nulla!
Ed eccomi qui che conteggio lo spazio libero, quello occupato e mi accorgo che c’è una rogna inattesa. E che rogna… ma andiamo con ordine.

L’universo. Bello eh? Con tutte quelle stelline… ecco, il problema parte da lì. Quando Destino decise che serviva una palletta in più in giro nel buio cosmico, ecco che la palletta apparve. Puff! Evviva…
Abbiamo la nostra palletta, per comodità la chiameremo mondo. Ogni mondo, appena nasce, ha dello Spazio, ed eccomi qua, e il Tempo comincia a scorrere, arriva pure la piaga di nostro fratello.
Fin qui le cose sono semplici, si va per inerzia secondo quello che Destino ha pensato, ma Destino ama il teatro, quindi nei suoi copioni c’infila tutta la divina bettola.
Così, anche stavolta, gli Dei degli Elementi han cominciato a seminare sul mondo oceani immensi, un cielo meraviglioso, boschi e pianure, montagne e vulcani. Bello, certo, ma mica l’han finita lì. Han cominciato a pensare che serviva animo e così hanno iniziato a fantasticare infilando nel mondo ogni genere di bestiola.
Ad ognuno il suo, dico io, certo però che di tempo ne hanno da perdere per disegnare centomila fiori diversi, migliaia di minuscoli insettini ronzanti e mille tipi di nuvolette.
Poi puntualmente arriva la tragedia: le razze senzienti. Partono con razze a loro congeniali. Centauri, Sirene, Draghi, Fenici e una rosa di strane creature semi coscienti, quasi divine. Fico, dico io, bello a vedersi con queste bestione che sprizzano potere ed eleganza in ogni cosa che fanno, mentre nuotano, volano, corrono, bruciano… probabilmente restano belle e potenti anche in altri momenti, ma di solito non mi ci soffermo molto.
Poi la tragedia porta la sventura: dal nulla pare che inizino a sbucare fuori nuove divinità, che mettono bocca nella faccenda e iniziano a venir fuori Fate, Elfi, Nani, Umani (e su questi ce ne avrei tante da dire, ma starò zitto, sicuramente ne saprai più di me) e col tempo che passa queste s’incrociano, si evolvono, si diversificano… dopo un po’ ce ne son così tante che io mi confondo! Ma l’idea dell’acquario no eh? Troppo semplice.
Le divinità creano, i mortali prosperano e danno vita a nuovi Dei che, sempre più elogiati, si sentono in diritto di venire a prendere posto qua nella divina bettola. Cioè… e poi la divinità che aveva creato la razza che ha dato vita alla razza che ha creato una nuova divinità, si sente offesa in maniera enorme e decide di aizzare la sua razza a far guerra con l’altra. La divinità appena ascesa s’indigna e non è che tira un ceffone alla divinità che se ne sta a due sedie di distanza (sempre immaginando la grande tavolata), ovvio che no! Usa la razza che l’ha creata per fare la guerra… insomma, Meridyan dice che nel futuro anche i mortali giocheranno così, ironico eh? Com’è che si chiamerà? Risiko?

E siamo al punto.
Stavo giusto considerando l’ennesima guerra che era scoppiata l’altro ieri tra gli Elfi e i cugini cattivi degli Elfi: i Drow. Le divinità legate a queste due razze ormai son diverse (troppe) e poi ci sono anche quelle che non è che siano particolarmente affezionate a loro per presa di partito, ma si sentono tirate in causa perché toccate in minima parte. In poche parole: ogni motivo è buono per fare casino. Mi risulta che voi non avrete di questi problemi nello specifico, ma son sicuro che si troverà ugualmente il modo di far confusione.
In tutto questo casino avere alleati è fondamentale per una divinità, più alto il livello dell’alleato, meglio è. Eh sì, perché se ci sono divinità a cui è garantita l’eternità, quelle più piccole possono sbiadire, ingrigirsi, farsi piccine picciò finché un giorno non le vedi più. Inconsciamente potresti anche esserti seduto sopra di loro mentre ti mettevi a tavola.
Dico davvero, è giù successo con Ughrtlmoncnsept. Nessuno ne ha sentito la mancanza, anche perché solo pronunciarne il nome era una fatica che in pochi si sentivano di fare, per cui il poveretto era sempre solo, fino a quando anche quelli che lo avevano creato si erano stufati di pregarlo e hanno scelto un Dio con un nome più facile.
Per un Dio è importante avere pedine, se non ne hai più… beh, per te la partita è finita. Hai perso. Dovrebbe essere facile anche per voi capire il concetto. Dovrebbero capirlo persino i mortali pare, solo che loro non cessano di esistere assieme alle loro pedine… Che questa sia una fortuna o sfortuna lo lascio considerare a te.
C’era un giro di scommesse niente male da queste parti in merito alla guerra di cui stavo parlando (diciamo che, come per il casino, ogni occasione è buona per scommettere). Io non stavo valutando la mia partecipazione, bensì il pezzettino di terra che le due parti si litigavano per non so quale sacro motivo. Son cose che mi piace tenere d’occhio, in fondo fan parte del mio campo specialistico.
Ed ecco che la rogna si profilò all’orizzonte: il Vuoto.
Il Vuoto, simpatico brigante, è il nulla, quella cosa che c’è sempre e ovunque fin quando Destino non pensa bene di spingerlo più in là per riempirlo. Ma riempirlo non rende bene. Il Vuoto non si riempie come fosse un bicchiere. Il Vuoto è una cosa che ha le sue leggi. Il Vuoto non sparisce. In quel momento si profilava all’orizzonte pronto a divorare tutto, come un fiume che sta per rompere gli argini.
Destino, ovviamente, se ne fregava. Mi arrivò giusto in quel momento di riflessione la sua risposta al mio fargli notare il problema, un bigliettino bordato di nero (molto funereo) con su scritto: conto su di te.
Il problema è che anche le altre divinità se ne fregavano, perché non potevano farci niente (non volevano perdere tempo, neppure per darmi una pacca o per mandarmi anche loro un bigliettino funereo). Stava a me e a Meridyan trovare la soluzione.
Io me la immaginai così: sulla destra uno scorcio della divina bettola, tutta bella bianca con sul terrazzo più alto io e Meridyan. Ci immaginai bellissimi, luminosi, eroici, coi capelli e i mantelli al vento. Avevo pensato pure a delle armature, ma stonavano un po’. Per non sembrare dei mollaccioni, ci nascosi nei mantelli. Enormi come vele, che nella realtà farebbero schifo, te lo pesterebbero tutti un mantello così, te lo pesteresti anche da solo, rischiando di finire la tua gloria affogato in una pozza di fango.
I nostri sguardi severi e gravi fissavano il lato opposto dove un’ombra densa e vorticante avanzava distruggendo tutto e lì, nel mezzo, nel centro, ma senza che prendesse l’attenzione del quadro, il mondo. Una valle, delle casette, qualche umanoide, tante belle pecorelle e un frutteto. La gente scappava alzando gli occhi a noi, ovviamente. Nel cielo uno stormo di uccelletti che cercava di sfuggire al Vuoto.
Bello eh? Avrei dovuto dipingerlo e metterlo nel salone comune, giusto per ricordare quel giorno.

Il mondo è pieno di confini. Ci sono quelli insignificanti là sotto, tra i mortali, voluti in parte anche dalle divinità. I mortali vedono valli e colline sotto i colori del cencio di cui si parlava all’inizio; gli Dei vedono la cosa in maniera simile, solo che sui colori di quei cenci ci ridono su, perché sanno che il senso di possesso di un mortale è talmente ridicolo e fuori luogo che li assecondano ridendo.
Non so se sia sempre così, ma penso di sì.
Ci son confini più drastici, tipo quelli dei quattro elementi, che a volte si sfumano tra loro, altre si respingono fermamente fino quasi a creare delle spaccature evidenti.
Poi c’è anche il confine netto tra mortali e immortali. Tra immortali e Dei. Tra chi può e chi non può.
Io sono tra quelli che possono, ma anche potendo mi si chiese di disegnare un confine impossibile. Un confine che era sempre esistito, ma che da linea doveva divenire qualcosa di più, qualcosa come un muro invalicabile: il confine tra il Vuoto e il Creato.
Diciamo che dopo tanto creare, il Vuoto s’era sentito un attimino offeso nell’esser sempre messo da parte. Anche tu, se fossi seduto comodamente nel posto migliore a tavola, dove vengono sempre posati i vassoi fumanti, non ti irriteresti se puntualmente qualcuno ti chiedesse: «Ehi? Puoi spostarti solo di una sedia per favore?»
Il Vuoto era sempre stato una personalità accondiscendente e gentile, ma ora che gli arrivavano solo pietanze fredde, gli avanzi di tutti quelli a cui aveva lasciato il posto, s’era giustamente sentito preso per il culo (metaforicamente, non so se il Vuoto abbia una forma con annesse terga).
Ora, nella parte destinata al Vuoto, si doveva creare qualcosa che non spostasse il Vuoto, ma che lo inglobasse, lo risucchiasse. Dovevamo scavare una bella buca dove far defluire il Vuoto in eccesso… assurdo eh?
Non so se il Vuoto sarebbe stato d’accordo, ma magari con la promessa di una tavola tutta sua con pietanze calde e regolari, senza Dei tra le scatole a fregare roba…
Ed ecco l’idea geniale, per la quale il famoso quadro dovrebbe essere messo a ricordo di quel giorno. Chiariamo che il quadro avrebbe elogiato sia noi che nostro fratello, ma l’idea l’ho avuta io, Meridyan è solo bravo a far sembrare anche sue le cose e a metterle in modo più accattivante. Sì, è una di quelle persone che non sai mai se ti conviene o meno avere per amico, ma non potevo scegliere… penso che capirai.
Nel Vuoto, per scavare, dovevamo creare qualcosa e poi svuotarlo di tutto. E non sto delirando. Il fatto è che, di solito, il compito di creare da zero lo aveva il nostro beneamato capo di tutto e ci stavamo già arrovellando su cosa inventarci. Sarebbe stato opportuno togliere prima il Tempo di modo che tutto fosse fermo prima di togliere lo Spazio? O togliere lo Spazio sarebbe bastato? E se fosse stato troppo drastico? E poi che Spazio c’era se era Vuoto?
Fortuna volle che Destino fosse da quelle parti. Destino è sempre nel posto giusto al momento giusto, mai un attimo prima. Farabutto.
Destino creò e ogni Dio sottrasse alla nuova palletta tutto ciò che era in suo potere fin quando io stesso e Meridyan rinunciammo al nostro dominio.
La palletta implose, chiedendosi, se mai avesse avuto una coscienza, che cavolo stavamo facendo, urlandoci contro che si sarebbe rivolta all’associazione per la difesa delle pallette, del creato o di qualsiasi cosa esistesse. In sostanza si sarebbe rivolta a noi, che però avevamo emesso la sua condanna, per cui, se si lamentò, lo fece comunque invano.
Il piano funzionò.
Il Vuoto si avventò in quel buco nero fin quando lo riempì. Suona strano, ma è così. Vi si tuffò ansioso di accaparrarsi prima di tutti gli Dei quel qualcosa, quel posto a sedere nel punto migliore del tavolo, ridendosela tutto contento, convinto di averci fregato.
Povero Vuoto… è sempre stato così gentile e accondiscendente, così buono da passare per fesso. Lo capisco: finisce sempre così quando si è troppo buoni. Mi sentii un po’ affine a lui, se non fossimo stati, in sostanza, l’uno l’opposto dell’altro.
Chiamai quel mondo Nondove, mi dissi che ero l’entità più adatta per battezzare quel paradosso.
Là dentro gli Dei non avrebbero avuto potere, così il Vuoto poteva starsene tranquillo, senza doversi aspettare che qualcuno gli chiedesse di spostarsi di nuovo.
L’idea di non poter troneggiare su un intero mondo, però, non convinse nessuno, pertanto fu deciso che il Nondove fosse accessibile solo a certe condizioni.
Insomma, poco furbamente tutti avevamo deciso di escluderci da quel mondo, anche perché altrimenti il Vuoto avrebbe divorato tutti gli altri, ma così facendo avevamo eletto il Vuoto a divinità con poteri assai maggiori rispetto a molti di noi.
Era padrone assoluto di un mondo, cosa che solo Destino poteva… no, aspetta… anche Gorgorath ed Estalith… vabbeh, diciamo che nessuno aveva mai pensato questo rispetto a quelle due. Erano state furbe a togliersi di mezzo e a non farsi sentire. Brave, brave…
Tornando al problema, nessuno voleva che il Nondove fosse un mondo completamente autogestito dal Vuoto e, per di più, immune al pettegolezzo divino.
Nessuno di noi poteva sapere cosa sarebbe accaduto là dentro. Urgevano delle ignare spie! Così venne montato su un modo per sapere cosa ci fosse in un non luogo che in teoria non aveva più nulla.
Chiamammo a noi Muriel, signore degli Unicorni, e affidammo a lui la creazione di particolari fonti, le Huviel, che avrebbero consentito a chi ne beveva l’acqua di varcare il confine del Nondove. Ingegnoso eh? In fondo chi vuoi che venisse a conoscenza del meccanismo? Il disgraziato che avesse trovato quelle fonti, che tanto normali non sembravano, e avesse deciso di bere… beh, cavoli suoi. Solo gli Unicorni si sarebbero potuti orientare nel Nondove (secondo quali leggi non lo so, ma noi decidemmo così, e si sa che la volontà divina può fare grandi cose) e quindi ne sarebbero potuti anche uscire. Entrare senza di loro equivaleva a tuffarsi nel nulla e a rimanerci intrappolati dentro.
La curiosità è una brutta bestia, che ci vuoi fare, se ne pagano sempre le conseguenze.
Scegliemmo gli Unicorni perché gli Unicorni sono creature sagge che non avrebbero mai appoggiato chi avrebbe usato il Nondove per scopi oltraggiosi, pertanto, si sperava, che avrebbero mollato lì gli esseri dannosi e sarebbero usciti per conto proprio riferendocelo.
Povero Vuoto… in questo modo avremo usato il suo non mondo come discarica dei nostri, un buco dove buttare i mortali usciti male, specie quelli che mettevano in dubbio la nostra esistenza e il nostro potere.
Questa idea non fu mia, ricordatelo! Lo dico per scagionarci, nel caso un giorno il Vuoto si incavolasse di nuovo. Io ho avuto l’idea di creargli una tavola tutta sua, quella di mandargli ospiti inappropriati è stata degli altri.
Ho risolto quella rogna, ma per salvare la nostra palletta creammo la base per un potere grande. Troppo grande.
So che un giorno mi si rivolterà contro e che dovrò nascondermi da qualche parte per non essere sommerso dalle lettere di protesta di tutti gli altri ospiti della divina bettola e so anche che se chiederò aiuto a nostro fratello mi dirà: «Scusa Kasdy, non ho tempo!» (proprio lui che di tempo può averne quanto ne vuole).
Se scrivessi a Destino mi manderebbe, probabilmente, un altro dei sui funerei bigliettini con scritto qualcosa come “contavo su di te” fingendosi deluso o, fregandosene ancora di più “scusami Kasdath, ora ho da fare” in cui “ora” significa “nei prossimi secoli a venire, ovvero quel tempo necessario affinché tu risolva da solo la cosa o che gli altri la risolvano per te”. Il che può voler dire anche che potrei essere annientato con lui che guarda dall’altra parte e nostro fratello da un’altra ancora. In questo caso pazienza, sto scrivendo le mie ultime memorie.
Tra Dei siamo così: niente parenti né amici (ma si finge volentieri di essere amici e di volersi bene come fratelli, quando conviene).
Per ora, comunque, tutto va bene.
Gli ospiti della divina bettola, dopo le scommesse tra Elfi e Drow, sono intenti a seguire una migrazione di bestie da una regione colpita da siccità a quella adiacente.
Quelle povere bestie se ne vedono di tutti i colori, con gli Dei delle due fazioni che piazzano davanti a loro orde di predatori inventati sul momento perché diano uno spettacolo gratificante oppure che creano oasi per far loro riprendere fiato. Ovviamente a capo di tutto c’è chi ha causato la siccità e quello che ha fatto sì che all’orizzonte si profilasse un bel pascolo invitante per attirarli.
Passatempi divini… dal canto mio la vittoria potrebbe essere facile: avrei fatto sparire quel cubotto di mondo e addio deserto, addio pascoli, addio bestie. Ho vinto. Facile no?
Ma io sono un Dio serio, per cui no, non lo farò.
In fondo la noia è una brutta bestia quassù nella divina bettola. Meglio che si trastullino così, tra guerre e catastrofi, altrimenti lo so già, si metterebbero a inventare qualcosa di nuovo e mi pare che il mondo sia già abbastanza affollato così com’è.
Nostro fratello dice che peggiorerà e, nel peggiorare, sarà anche più noioso perché i mortali saranno in tanti e tutti uguali. Nel mio piccolo penso che, se si somiglieranno tutti, allora ci sarà meno spazio lì da loro, ma ce ne sarà di più quassù e magari ci sarà un po’ di pace.
Nostro fratello non conviene con me su questo punto… e la cosa che mi dà fastidio è che di solito, se non ci si mette di mezzo Destino, ha sempre ragione. Motivo per cui non è mai accettato nel giro di scommesse, ma viene pagato bene da chi vuole un suo consiglio.
Meridyan, però, è un farabutto e Destino ama i suoi scherzi, per cui Meridyan, ogni volta che un suo cliente si lamenta, si stringe nelle spalle dando la colpa a Destino e Destino non si fa trovare, mandando solo il famoso bigliettino: mi andava così.
Sospirare è il mio passatempo più frequente mentre guardo il mondo.
Sospiro guardando cosa combina mio fratello.
Sospiro quando Destino mi manda una delle sua cartoline dementi.
Sospiro ogni volta che la divina bettola trema sotto le minacce di distruzione di qualche Dio.
Sospiro quando questo Dio viene fulminato, fatto implodere, esplodere o risbattuto con poca eleganza tra i mortali.
Adesso sospiro soddisfatto, immaginandomi il mio quadro ideale con noi, sempre con quel mantello poco pratico, vittoriosi, guardare l’orizzonte luminoso con i mortali che ci ringraziano e lodano.
In realtà i mortali continuano a farsi i fatti loro, ignari della minaccia, chiedendosi ancora se mettere una mucca o una capra nel recinto, indecisi se scegliere il rosa-azzurro o il giallo-verde per lo stemma della loro casata, ancor prima di avercela quella casata.
Il confine tra il Vuoto e il Dove ora era ben delineato, ma per creare quel muro abbiamo tolto mattoni a un altro muro, ben più importante: quello tra chi può e chi non può.
Tra il potere di un mortale e quello di un Dio.
Abbiamo condiviso il nostro potere in un modo mai sperimentato prima.
Adesso nessuno ci fa caso, la migrazione e le scommesse ad essa relative sono l’affare del giorno. Un giorno ci faranno caso, ne sono sicuro. Lo dice anche Meridyan.
Un giorno rimarremo in pochi quassù e i mortali, in nostro nome, faranno tutto da soli. Non ci sarà bisogno neanche di aizzarli: si faranno la guerra per motivi che a noi non sarebbero neanche venuti in mente.
E sai la cosa più divertente? Molti di noi saranno tenuti in vita solo per puro scopo storico. Rimarranno in vita perché qualche mortale curioso, andrà a ripescare qualche scritto, qualche scarabocchio, e ci ricorderà. Insomma, saremo noi ad accontentarci delle briciole… non tutti noi, ma molti sì. I fondamentali resteranno, ma potremo perdere il nome.
Peccato, mi dico, a me Kasdath non dispiace come nome…

Tra un sospiro e l’altro, ho deciso di scrivere un diario e l’ho iniziato scrivendo sulla prima pagina:
Questo è il diario di Kasdath, Signore dello Spazio, nei giorni in cui si ricordava ancora di chiamarsi così, un giorno in cui la vita di un Dio, tra un sospiro e l’altro, era ancora poco noiosa, sedentaria e silenziosa.
Iniziato in un giorno particolare, in cui ha temuto di perdere il suo nome in seguito alla profezia malaugurante di quel disgraziato di suo fratello, al tempo conosciuto come Meridyan, Signore del Tempo.
Scritto con sincerità, attenzione e una buona dose di pazienza. Lasciato in eredità al Kasdath che non si ricorderà di essere Kasdath nel giorno malaugurato in cui la profezia si avvererà.
Girando pagina, c’è un bel ritratto di me stesso nella forma che mi è più congeniale di questi tempi e nella didascalia c’è scritto proprio questo.
Poi, girando ancora pagina, ci sono dei bordi decorati con una mucca a destra e una capra a sinistra e con una grafia attenta e paziente, ho iniziato la mia storia.

La creazione di un mondo non è cosa da poco…

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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

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