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23. Lo Specchio d’Argento – Christian Stocco

Caim atterrò sopra il ramo del tiglio accanto alla scala antincendio, e si sporse per osservare. Uno dei compagni di Giada, il tappetto coi capelli tirati su con la cera, uscì per primo dalla porta anti panico e si sporse sul parapetto. Incrociò lo sguardo di Caim e lo fissò dubbioso.
Presto, fa cose da da merlo! Caim si guardò a destra e sinistra e iniziò a lisciarsi le piume sotto l’ala con completa nonchalance. Il tappetto si voltò verso gli altri suoi amici che erano usciti, e verso Giada, con il suo viso da bambola e i capelli castani con cui aveva deciso di fare dei finti boccoli quella mattina. Faticava a tenere lo sguardo alto. Lei e la ragazza del tappetto erano le uniche femmine in quel gruppo.
Caim sentì un frulla d’ali alla sua sinistra. Un corvo. Si era posato verso la base del ramo, in modo da non farlo piegare.
«Allora», chiese Algorab rivolgendogli il becco nero, «come va il tuo secondo giorno come famiglio?»
«Abbastanza bene.» Caim tornò a fissare Giada, che se ne stava in un angolo mentre i ragazzi parlavano a voce alta gesticolando. «La ragazza non ha tanti problemi con la sua magia o con altre streghe ostili. È l’unica nella sua scuola.»
Algorab sbuffò dalle narici sul becco. «Sai che noia allora. Come fai a starle dietro tutto il giorno?»
Caim si girò verso di lui. «Prova come me a vivere per un altro paio di millenni e ti accorgerai che la noia è un cosa molto relativa.»
«Già, non vedo l’ora.» Algorab si voltò di nuovo a guardare verso il pianerottolo, malgrado il sarcasmo, si era rabbuiato. «Ehi», disse, drizzando la testa di colpo, «il cancro ai polmoni fa parte delle minacce da cui dovresti proteggerla?»
Il tappetto aveva allungato a Giada una sigaretta, lui ne aveva già una all’angolo della bocca, e lei stava per raccoglierla.
Caim balzò dal ramo e volò per appoggiarsi sopra il parapetto. Strepitò, arruffò le ali, gonfiò le penne del petto. Giada era sbiancata, gli altri ragazzi si voltarono con i loro sorrisi ebeti da tredicenni.
«Ehi, cosa vuole questo merlo?», disse il tappetto, tendendo la mano verso di lui.
Di tutta risposta, Caim gli morse l’indice.
«Ahi!», il tappetto ritrasse la mano, e si strofinò il polpastrello dove a malapena era rimasto un segno rosso. La sua ragazza gli posò la mano sulla spalla, e un altro ragazzo vicino a lui, uno il cui fisico era in un’imbarazzante mezza via fra bambino e montanaro, con della peluria nera dove avrebbero dovuto esserci dei baffi, rise, o meglio, ragliò. Il tappetto si voltò verso di lui per un attimo, le guance si arrossirono, e menò uno schiaffo verso Caim.
Fermò il braccio e fece un passo indietro, quando vide il merlo appollaiato sul corrimano espandersi in un’ombra nera che si condensò nella forma di un demonio dal piumaggio corvino. Caim spiegò le ali ed estrasse la sciabola dalla cintura. Lo spostamento d’aria del fendente fece vibrare i vetri delle finestre lungo tutta la parete. Al tappetto cadde la sigaretta dalla bocca e cacciò un urlo. Corse giù dalla scala, assieme al montanaro e alla fidanzata. Gli altri due ragazzi si erano gettati nel corridoio attraverso la porta che era rimasta aperta. Per evitare di essere travolta a spinta a terra, Giada si era premuta contro il muro esterno.
«Caim!», gli disse, battendo i piedi sulla griglia del pianerottolo. «Tutte queste storie per una sigaretta?»
Il demonio nero si dissolse nell’aria, e al suo posto il merlo saltò dal corrimano per scendere sulla griglia, afferrò la sigaretta che vi era rimasta incastrata e la fece a pezzi.

Giada rimase impietrita sul vialetto della scuola, lo zainetto le scivolò dalla schiena e rimase a dondolarle appeso alla mano per la spalliera. Sua mamma la stava aspettando, parcheggiata a bordo della sua Lexus, a bordo del marciapiede. Le fece cenno di entrare, con il suo solito sorriso compiaciuto, fra le gote che parevano essere state modellate con la pialla, e forse lo erano per davvero. Giada abbassò la testa e si diresse verso l’auto, e Caim spiccò il volo. Si infilò nella portiera subito dopo l’ingresso di Giada, e andò a posarsi sulla testiera dei sedili posteriori.
Isabella si voltò e fece una smorfia di disapprovazione verso Caim. «Sono già pentita di questo acquisto. Ha un aspetto così sporco e banale.» Non aveva nemmeno salutato la figlia.
«Mamma, smettila», rispose Giada, «a te piacerebbe ti dicessero queste cose?»
Isabella rise, una risata finta, ostentata. Non le si formarono nemmeno le pieghe agli angoli degli occhi. Quella mattina forse era passata per la clinica.
«Tesoro mio», disse lei con tono graffiante, «nessuno potrebbe dire una cosa del genere di una strega Argenti.» Mise in moto e indicò verso il sedile posteriore. «A proposito, stasera vengono i La Rocca a cena, ti ho preso degli abiti nuovi.»
Giada si girò e si sporse per raccogliere le borse luccicanti lasciate sul sedile. Vi frugò e tirò fuori un lembo di seta blu damascata.
«Mamma, è bellissimo», disse, tirando fuori l’intero abito lungo dalla borsa, che si era messa sopra le ginocchia. Poi corrugò la fronte, lo tirò per i fianchi e lo rivoltò per leggere l’etichetta. «Ma io non porto questa taglia. Mi va stretto.»
«Lo so cara», rispose lei, senza nemmeno guardarla. «Quello te lo devi meritare. Il vestito per stasera è sul fondo.»
Prima che Giada potesse ribattere, la madre le parlò sopra. «E il merlo dovrà stare in giardino. L’abbiamo comprato dai Granato e giusto ieri c’è stato una morte sospetta in casa loro. Vorrei evitare conversazioni sconvenienti.»

Essere un famiglio e non poter osservare la propria strega da vicino. Quello sì che non aveva senso. Caim si sfregò il muso contro la corteccia della magnolia che dava verso le vetrate del salone. Ora sì che iniziava ad annoiarsi, ma mai quanto lo aveva fatto Giada durante la serata. Rigida sulla sua sedia come una statua, e non si sentiva nemmeno a suo agio in quel vestito rosa pastello da damigella. Il più giovane dei La Rocca, un biondino con i capelli a caschetto e il viso lungo, più o meno della sua età, le aveva lanciato occhiate durante tutta la cena. Giada aveva risposto a qualcuna, quando era stata sicura che sua mamma non la stesse guardando.
«Che mortorio» disse Algorab dietro di lui. Era appollaiato a un pino lungo il marciapiede, oltre i confini della proprietà e degli incantesimi che lo tenevano fuori. «Non c’è nessuno qui.»
«Già», rispose Caim laconico. Il cortile di casa Granato aveva almeno un centinaio di spiriti incarnati in animali. Cani, gatti, roditori, serpenti, gufi, insetti. A casa Argenti erano tutti privi di corpo, dispersi, instupiditi. Ogni tanto ne aveva sentito uno sussurrare qualcosa ma poche parole sospese in un alito di vento. Le Argenti preferivano servi deboli e facili da comandare.
Notò che Giada aveva lasciato la stanza, e il biondino assieme a lei, chissà con quale scusa. Gli altri commensali non avrebbero fatto caso al tempo in cui sarebbero stati via. Perfino Isabella, malgrado il portamento impeccabile, iniziava ad avere l’occhio vitreo per tutto il vino mandato giù.
Vide attraverso la finestrella del corridoio che stavano salendo le scale che portavano al primo piano. Caim spiccò il volo e superò il tetto. Atterrò su davanzale della camera di lei, ma non era entrato nessuno. Passò al davanzale del bagno, nessuno. Camera da letto di sua madre, nemmeno. Ispezionò tutte le stanze del primo piano finché non si rassegnò all’idea di quale fosse l’unica rimasta. Saltò giù dal davanzale dello studio e volò sul tetto. Già in pochi metri di elevazione i flussi di spirito si erano fatti più veloci e rombanti. Più del solito quella notte. Zampettò fino all’abbaino che dava sull’interno della mansarda e vide che Giada aveva acceso la piantana, la luce rifrangeva sui drappi rosso scuro appesi alle pareti. Il ragazzo era dietro di lei e allungò per un attimo la testa verso i tavolino al centro della stanza, sopra il quale era poggiato uno specchio circolare con una cornice di argento vecchio e graffiato. Le parole dei due arrivarono a Caim attraverso il vetro.
«Sì, è proprio lo Specchio d’Argento», disse Giada, camminando verso il tavolino.
«Quello con cui prevedete il futuro?», chiese il biondino.
«Non proprio», disse lei, accarezzando i bordi. «Il futuro è impreciso. Ce la caviamo meglio con passato e presente. Però mia mamma non lo sa usare, non riesce mai a vedere nulla anche se non lo ammette.» Lo disse con un sorriso.
Il biondino si fece avanti e la prese per un fianco. Si sporse sullo specchio ma vide solo il suo riflesso. «Allora, perché mi hai portato qua? Per fare la spia sulla sua famiglia…», tirò Giada a sé, i loro corpi si toccavano per i fianchi, «o perché non ci verranno a cercare qua?»
«Beh, ecco», disse Giada con voce tremante, ma il biondino la interruppe buttandosi con la bocca addosso alla sua. La abbracciò, e lei lo strinse a sua volta. L’aura di lei cambiò colore e odore in quel preciso istante, virando verso tonalità più scure e profonde.
«Guardoneee!», urlò Algorab da distante.
Caim si voltò, aspettandosi di trovarlo in volo attorno alla casa, e invece stava venendo verso di lui. Gli atterrò a fianco.
«Come hai fatto?!», gli disse, sfiorandogli il becco con il suo.
«Come ho fatto cosa?»
«A oltrepassare gli incantesimi di questa casa!»
«Ah quello», Algorab voltò il becco in direzione est. «Là c’è una crepa. Le Argenti non sono poi tanto brave.»
Caim socchiuse le palpebre. Era vero, c’era. Una incoerenza del flusso di spirito, un punto in cui si involveva troppo su se stesso lasciando vuoti i bordi. Non avrebbe dovuto esserci.
«Non è normale», disse Caim. Poi sentì un urlo trattenuto di Giada, dall’altra parte del vetro.
«Smettila», disse lei, cercando di spingere via il biondino, «Niccolò, basta così.»
Il biondino, Niccolò, allontanò il viso per un attimo, ma la tenne stretta per i fianchi. «E dai, non ti sto facendo niente di male.»
«Ma non voglio!», stava trattenendo la voce. Non voleva che di sotto la sentissero.
«Millecinquecento anni su questa terra», disse Algorab, «e le storie sono sempre le stesse.»
«Sta zitto!» Caim zampettò su e giù per il bordo dell’abbaino, chiedendosi se sarebbe stato inopportuno manifestarsi come demonio, spaccare il vetro e strangolare il ragazzo. Lui aveva ripreso a baciarla con foga sul collo, perché lei non gli offriva più il viso.
«Caim…» disse Algorab.
«Ti ho detto di stare zitto!»
«No, per favore.» Picchiettò sul vetro. «Guarda lo specchio, c’è qualcosa di strano.»
Era vero. Le immagini riflesse nello specchio avevano iniziato a deformarsi in cerchi concentrici, come le onde di un sasso gettato in acqua. La breccia negli incantesimi, il flusso di spirito insolitamente caotico. Stava succedendo qualcosa da qualche parte e gli effetti si stava ripercuotendo lì.
Giada si svincolò dalla presa di Niccolò, lui le parò l’uscita verso la scala, e lei corse verso il centro della stanza. Caim si trasformò nel demonio nero ed estrasse la scimitarra, l’afferrò con entrambe le mani e la portò verso la testa, caricando il colpo. Giada urtò il tavolino con le gambe e per reggersi afferrò il bordo dello specchio. La punta della scimitarra toccò il vetro. La finestra, lo specchio, il mondo intero andarono in frantumi e Caim fu sbalzato indietro da un’esplosione di lame che gli dilaniarono braccia, petto, volto, la sua essenza.
Recuperò consapevolezza di sé che non era più sopra il tetto. Un tetto di foglie verdi ora era sopra di lui. Chissà quanto tempo aveva trascorso debole e incorporeo, sospeso fra essere e non essere. Anni? Decenni? Chissà quanto avrebbe impiegato a incarnarsi in un nuovo corpo. Quello da merlo era andato, su quello non c’era dubbio. Si girò su un fianco per alzarsi.
Un secondo, quindi il corpo ce l’aveva, ed era perfino il corpo del demonio dalle piume nere. Si guardò la mano. Se la toccò con l’altra. Concrete, solide come non lo erano mai state da secoli, e non si stava nemmeno sforzando di tenerle tali. Si alzò in piedi. Le penne finali delle ali sfregavano sul tappeto di foglie secche come i bordi di un mantello
Un corvo atterrò sul ramo di una quercia a pochi passi da lui. «Più grande è meglio, vero?», disse.
«Algorab», Caim corse verso di lui, ma una mano grossa e pesante lo trattenne per la spalla.
«No», disse un energumeno con il cappuccio nero e un’ascia che gli pendeva dalla cintola. «Quello non sono io.»
Caim guardò prima lui e poi il corvo. «E allora quello chi è?»
Un merlo fece capolino fra i rami di un frassino accanto alla quercia. «È solo una proiezione», disse con la stessa voce di Caim, «la parte di lui che si sente più animale che spirito.»
«Oh bene», Caim si sfregò in mezzo agli occhi. «Non siamo più in terra, questo è assodato. Vorrei solo sapere dove siamo ora.»
In risposta alla sua richiesta, un tiepido profumo di more invase i suoi sensi. Lo sentì provenire da tutte le parti, vivo, palpitante. Scorreva nelle venature negli alberi e galleggiava nell’aria. Lo stesso sapore dell’aura di Giada.
«Siamo in un mondo mentale», disse Caim, lapidario, «e l’ha creato Giada attraverso lo Specchio.»
«Ah», Algorab serrò le labbra, «E non è per forza una cosa cattiva, vero?»
«Beh, se non ti spiace l’idea di aggirarti in un labirinto senza via d’uscita per l’eternità», Algorab alzò la testa, alla ricerca di sprazzi di cielo in mezzo alle chiome degli alberi, la luce arrivava diffusa, senza una fonte precisa, «o meglio, fino a che la mente di Giada non si spegnerà per assenza di contatti con il mondo terreno. Io preferisco svegliarla e tornare indietro.»
Sfregò con la mano la corteccia del frassino. Quell’angolo di verde gli ricordava le gradi foreste del passato, in cui aveva acquisito coscienza di sé come spirito protettore, non come demonio.
«Come faccio a trovarla però? La sua aura è dappertutto.»
«Prova a chiederlo», disse il corvo.
«Già», aggiunse il merlo, «prima ha funzionato.»
Chiedi e ti sarà dato. Caim inspirò a fondo, aprì braccia e ali, espanse al sua coscienza ai bordi di quel piccolo limbo di alberi. «Vorrei trovare Giada», disse.
Il merlo e il corvo stridettero e si alzarono in volo. Con loro decine di altri uccelli neri, che sbucarono dalle fronde e dai cespugli dove prima non erano. Caim arretrò e si mise schiena contro schiena con Algorab. Lui aveva l’ascia in mano. Lo stormo di uccelli neri vorticò loro attorno, si fece sempre più fitto, più veloce, fino a oscurare la luce.
I versi cessarono, e con loro il movimento. Si trovavano in uno spazio buio. Caim si voltò verso Algorab. Lo vide muovere le labbra, ma il suono delle parole non gli arrivava, disperso nel nulla. Caim deglutì e fece un passo avanti. Voglio trovare Giada.
Crepe di luce corsero attorno a loro, lungo la volta di tenebra, seguendo un disegno preciso. Sagome stilizzate di uccelli incastonate fra di loro come tessere di un mosaico. Ciascuna sagoma si staccò, scollata verso l’esterno, e riprese il volo, allontanandosi nella luce.
Erano ora sopra una passerella di legno che si stendeva in mezzo a una scogliera. Nella foschia rosa dell’orizzonte, un ittiosauro emerse con testa collo e busto dall’acqua e barrì. Somigliava a uno dei vecchi peluche che Giada teneva ammassati sotto la finestra di camera sua.
«Mi scusi», Algorab si era chinato vicino a un uomo seduto sul bordo del molo, con una canna da pesca in mano.
«Sì?», rispose lui, degnando appena di uno sguardo quell’energumeno dalla pelle grigia. Era tale e quale al nonno di Giada nelle sue foto da giovane.
«Stavamo cercando una certa Giada Argenti.» Algorab spiegò le braccia. «È la creatrice di questo mondo.»
Il pescatore rimasticò l’angolo dello stecchino che teneva fra le labbra e alzò il braccio per indicare il cielo. Non era il cielo.
Era un’altra terra. Una catena montuosa di roccia scura e sprazzi di neve bianca sulla cima, ripiegata sopra la costa. Come Caim la osservò, le montagne vennero incontro a loro con un fragore che riempì l’aria, pressò e fece vibrare l’intera superficie d’acqua. Caim cadde sulla schiena, pronto a farsi schiacciare dal cocuzzolo della montagna che stata puntando proprio verso di lui. Il moto rallentò e la catena montuosa rimase distante ancora qualche conveniente migliaio di metri. Eppure Caim riuscì a mettere a fuoco la figura che stava sulla cima. Indossava un vestito blu, seduta sopra una roccia innevata, e stava mangiando una coppa gelato posata sulle ginocchia.
«Giada!» Caim si rimise in piedi e spiccò il volo verso la montagna, un volo verticale che mai nessun uccello sarebbe stato in grado di eseguire. Superò metà della distanza in un soffio. Poi gli girò la testa, perse il senso del sopra e del sotto e si trovò che stava puntando di testa verso il molo, si arrestò, spiegando le ali a mo’ di parapendio e salì. Pochi metri più in alto si sentì di nuovo rivoltarsi tutto e vide ancora il mare sopra la sua testa. Ci provò ancora due volte, senza successo. Se provava a salire, scendeva, se provava a scendere, scendeva.
«Giada, lasciarmi venire!», urlò verso la ragazza, lì, a sospeso a pochi metri dal punto di distorsione.
Lei alzò la testa verso di lui, e, malgrado la distanza, riusciva a distinguere di lei l’intero viso. «Perché? Vuoi portarmi da qualche parte?», chiese, con aria ingenua.
«Sì, devo riportarti nel mondo reale. Questo non lo è, è un tuo sogno.»
«Beh, a me piace.» Saltò a piè pari giù dalla roccia sulla quale era seduta, affondando i piedi nudi nella neve. «Perché dovrei tornare?»
Caim deglutì. Aveva conosciuto maghi che si sarebbero venduti l’anima al diavolo, letteralmente, per la possibilità di creare il loro personale universo. «Perché devi conoscere il vero mondo. Devi crescere!»
Giada lasciò cadere la coppa gelata a terra che si sbriciolò come fosse stata altra neve. «Come sarebbe a dire che devo crescere?»
Caim sentì tutta l’aria, la terra e l’acqua intorno a sé tremare. «Beh ecco io…»
«Vorresti dire che sono piccola?!» urlò lei. La vibrazione divenne un terremoto. Placche di ghiaccio si staccarono dai pendii della montagna.
«Tremilacinquecento anni!», urlò esasperato Algorab dal molo. «Tremilacinquecento anni e ancora non hai capito che mai bisogna far arrabbiare la regina?!»
Giada emise un urlo inumano che rimbombò fra mare e montagne, e la sua figura si allungò, si dilatò, fino a diventare quella di una bellissima donna adulta con gli stessi occhi di Giada, enorme. Tese una mano verso Caim e lui la schivò, aiutato dallo spostamento d’aria che la stessa mole della gigantessa aveva provocato.
Le mani di lei affondarono nel mare e il boato spinse via tutta l’acqua, lasciando un cerchio di fondale asciutto attorno. Si girò verso di lui e menò uno schiaffo. Di nuovo, fu solo lo spostamento d’aria a salvarlo. Ormai aveva perso il senso del sopra e del sotto. Ruotò su se stesso, in balia del vento. Da una parte mare, dall’altra montagna, in mezzo l’orizzonte. Colonne d’acqua vorticante emersero intorno a lui. Era l’intero mondo ad aver perso l’equilibrio.
«Caim!», urlò Algorab. Lui si voltò verso il punto da cui veniva la voce. La superficie di un macigno come un furgone stava scorrendo a pochi metri da lui. Una mano lo afferrò e lo tirò verso la roccia. I suoi piedi toccarono terra e recuperò per un attimo il senso del sopra e del sotto. La manona di Algorab lo lasciò per andare a stringere di nuovo l’impugnatura dell’ascia che aveva slegato dalla cinta. Il suo mantello garriva al vento impazzito. Fletté le gambe e portò l’ascia sopra la testa.
Caim guardò in alto. C’era il viso di Giada sopra di loro, occupata a spazzare via a grosse manate l’acqua e il fondale della costa.
«Che vuoi fare?!»
«Sono le basi», rispose Algorab, «se l’avversario è grande punta agli occhi.» Cacciò un urlo di battaglia e saltò, coprendo con il suo balzo l’incoerente distanza fra loro e Giada.
«No!» Il rido di Caim fu coperto dal vento. Giada lo colse con la coda dell’occhio, si voltò, la mano si alzò, troppo lenta per scacciarlo, e Algorab rovesciò il fendente dell’ascia verso di lei.
Un guizzo verde smeraldo, e l’ascia gli scivolò dalle mani. Sbilanciato, Algorab fece due capriole su sé stesso e rimbalzò contro il naso della gigantessa, per poi precipitare in direzione delle montagne.
«È mia!», disse la voce di Giada, più squillante e infantile del solito. Non veniva dalla gigantessa, ma da una bambina in vestito verde sospesa in aria. Reggeva il manico dell’ascia come fosse stata una bacchetta di bambù. La bambina volò intorno al viso della gigantessa, veloce e agile come una mosca, o come una fatina.
«Ferma!», urlò la donna, cercando di afferrarla.
La bambina emise una risata d’argento e fuggì in volo verso l’entroterra, verso l’orizzonte brumoso in cui costa e montagna si fondevano.
«Torna qui!» La gigantessa la seguì, i suoi piedi passi fracassarono i fianchi delle montagne. Caim saltò dal macigno, che oramai era rimasto sospeso a mezz’aria. L’aria gli fischiò attorno, senza opporre resistenza, afferrò Algorab per la caviglia e gli impedì di schiantarsi su un crinale.
«Si è presa la mia ascia quella peste!», disse lui, indicando verso la figura sempre più distante della gigantessa e la bimba volante avanti a lei.
«Abbiamo un motivo più valido per inseguirle», disse Caim, voltandosi per un attimo indietro. Il paesaggio dietro di loro si stava sfaldando, così come era successo alla cupola di oscurità di poco prima. I tasselli si dissolvevano, lasciando dietro di loro il grigiore accecate dell’assenza di vista.
«Che succede?!», urlò Algorab, dondolando alla nuova spinta del volo di Caim.
«Giada è concentrata su altre cose, e se smette di pensarci, queste spariscono. Bisogna stare dietro a quelle due!»
Per quanti pochi limiti fisici ci potessero essere alla velocità del suo volo, quel mondo si stava disfacendo troppo velocemente. Le montagne e la pianura sovrastante si scomposero in sciami di coriandoli che si estinsero nel vuoto tutto attorno a loro. Caim sentì la morsa raspante del nulla attorno al petto, e la gigantessa non era più in vista, i suoi passi tonanti non si sentirono più.
Era questa la sua fine? Ingoiato dal non-essere?
«Caim, guarda in basso!», disse Algorab.
«In basso dove?»
«In basso verso di me, porca miseria!»
Un albero di magnolia era rimasto solido, sospeso in mezzo alla terra ridotta in polvere. Caim ci si buttò in picchiata, ormai circondato dal nulla, solo pochi metri di aria che lo separavano dall’annichilimento, e si tuffò fra le fronde coriacee.
Rotolarono giù per il tronco e Algorab picchiò la testa sul suolo.
«Ahia!» disse, massaggiandosela.
Caim si rimise in piedi, le ali doloranti e esauste gli pendevano senza forza dalle scapole. Si appoggiò al tronco dell’albero, troppo robusto e avviluppato per essere quello di una magnolia, malgrado le foglie lo fossero, ma quella non era una generazione di esperti botanici. Algorab ci si addossò con la schiena e respirò a fondo, assaporando l’aria e il rumore del vento.
«Perché questa zolla di terra è sopravvissuta?»
Qualcosa fece muovere le fronde in alto. Caim si voltò con la sciabola sguainata, ma vide solo il biondino che aveva messo le mani addosso a Giada. O meglio, una mezza via fra lui e una scimmia, le gambe e i piedi prensili aggrappati alla corteccia, il corpo coperto di pelliccia marrone.
Caim sospirò, abbassando la spada. «Suppongo perché ci sia lui che la sta generando. Anche se è chiaro che qui sia l’immaginazione di Giada a comandare.»
Il biondino non disse nulla, voltò la testa a destra e sinistra come un camaleonte e afferrò una delle pigne della magnolia. Fece una smorfia di disappunto quando ne staccò un morso e provò a masticarlo.
«Molto appropriato», disse Caim.
«Ehi ragazzo», disse Algorab, alzandosi in piedi a fatica, «sai dove possiamo trovare Giada?»
il biondino emise un urlo scimmiesco, sputando i pezzi della pigna, tornò verso il tronco e lo salì di fretta, sparendo fra le foglie.
Caim fece un passo indietro per vedere dove era finito, aspettandosi il vuoto sopra la chioma dell’albero, e invece, la magnolia si ergeva, alta e lunga come un cipresso, fino a fondersi con la punta inferiore di un’enorme struttura a forma di fuso, che si muoveva e si torceva su sé stessa. Metallo fluido in movimento. Caim distinse lungo al superficie le forme di archi, cornicioni e torrette in avvicendamento.
«Il castello della regina», disse, laconico.

Il biondino indicò loro l’ingresso della sala del trono, un portone di pietra verde, e scappò senza dire una parola, correndo come un geco lungo i bassorilievi della parete. Caim sfiorò la porta con l’indice, e quella si aprì di colpo, deformandosi con elasticità nel movimento. In fondo alla sala, il corridoio coperto da un tappeto bianco e tre donne armate per ogni lato, la regina giada li aspettava seduta sul suo trono.
Camminandoci sopra, Caim si rese conto che il tappeto emanava gli stessi riflessi iridescenti dell’opale. Le guardie fissavano il vuoto con espressioni ebeti e sorridenti, e solo allora si accorse che gli occhi erano dipinti. Erano versioni a grandezza naturale delle vecchie bambole di Giada, ormai chiuse dentro uno scatolone.
«Benvenuto Caim», disse lei, con una profonda voce di donna. Anche il fisico e il viso erano da donna, sotto il corpetto con le bordature di bronzo. Una possente regina guerriera, seduta su di un trono i cui ornamenti e figure incise scorrevano vivi. Due draghi cinesi si ritorsero l’uno sull’altro a formare una spirale sulla sommità dello schienale.
Caim si inginocchiò. «Grazie di avermi fatto entrare.»
«Che cosa vuoi?» la sua voce fece scorrere crepe sottili sulle colonne ai lati della stanza. Crepe dalle quali sbocciarono gigli di pietra.
«Beh ecco», disse Algorab facendo un passo avanti, «io vorrei la mia ascia.»
La regina raccolse l’arma che stava appoggiata a lato del trono, la rigirò indifferente fra le mani, e la gettò. Si conficcò sul muro alle loro spalle, mancando la testa di Algorab per un soffio.
«Uh, grazie», disse lui, e corse a recuperarla.
«Dicevo», Caim cercò di ignorare Algorab che sbuffava per estrarre l’ascia dal muro, «devi svegliarti Giada. Non puoi vivere in questo mondo per sempre.»
«E perché?», chiese lei sprezzante. «Sono felice, sono forte qui.»
Caim inspirò. «A te sembra di esserlo, ma solo perché sei colei che lo ha creato. Nessuno può contraddirti. Qua non puoi crescere, non puoi diventare forte per davvero.»
La regina deglutì, e la sua voce si fece meno ferma. «Vuoi dire forte forte contro…»
«No!», Caim scattò in piedi. «Non nominarla, se no la inviti.»
«… mia madre»
Un tuono, un’esplosione. Alla sinistra di Caim, dove prima le stelle e la luna splendevano attraverso un’ampia vetrata ornata da rose, ora un corridoio di vetro conduceva diritto a una figura stagliata nella luce. La figura di Isabella, la madre di Giada.
«Giada!» urlò lei, furiosa, camminando impettita verso di loro. «Come ti sei permessa? Che hai combinato?»
Giada scattò su dal suo trono e corse verso Caim, gettandosi fra le sue braccia. Era tornata la ragazzina di prima, con il suo abito rosa che non le piaceva affatto. «Aiuto, è arrabbiata!»
Caim la coprì con le sue ali nere.
«Guarda che disastro!» I suoi passi muovevano cerchi di luce riflessa sul pavimento di vetro. «Sei entrata nella sala della veggenza senza permesso, hai usato lo Specchio d’Argento e creato questo mondo senza senso.» Scacciò l’aria di fronte a sé e le colonne fiorite si sbriciolarono, spazzate via dal vento.
«Ho paura», disse Giada fra le lacrime.
«E chissà che porcherie hai voluto combinare con Niccolò. È ancora in stato catatonico, con le braghe slacciate. Sai che figuraccia con sua nonna e sua madre?!»
Le guardie-bambole si afflosciarono a terra. Rigide e inerti.
Giada soffocò il pianto nel suo piumaggio. «Avevi ragione. Non mi è servito a nulla stare qui tutto questo tempo. Arriva lei e sono di nuovo piccola.»
«Giada!», Caim le prese il viso fra le mani. «Io esisto da tre millenni e mezzo, da che ne ho memoria, e sai cosa ho visto più di tutto in questo tempo?»
Lei tirò su col naso. «Genitori che rovinano i figli?»
«No, figli che decidono di farsi rovinare dai genitori. Divenendo come loro oppure l’esatto opposto.» Le posò le mani sulle spalle. «Tu sei Giada, sei figlia di tua madre, e se lei non è stata in grado di essere il tuo pilastro non deve essere la tua palla al piede. Ora diglielo.»
Un tonfo, un’imprecazione. Algorab era disteso a terra, con l’ascia in mano, conficcata nel pavimento di pietra quanto prima lo era nel muro. «Ma così non vale» disse, lamentoso.
Giada ridacchiò, si asciugò le lacrime e annuì a Caim.
«Ricordati», disse lui, «Non devi essere come leì né devi essere diversa da lei. Devi solo essere te stessa.»
Giada si voltò verso la madre, e nel movimento il tessuto del vestito divenne blu damascato.
«Ah, non ti nascondi più», disse l’arpia.
Giada trasse un profondo respiro. «Mamma, lasciami stare.»
In quel momento, il corridoio di vetro scomparve, lasciando di nuovo spazio all’elaborata sala del trono della regina, solo per un attimo. Il soffitto di dissolse nella volta stellata, e là dove prima c’era un pavimento di vetro vibrante come acqua, c’era acqua. L’acqua della piscina in giardino.
Isabella ci cadde dentro a chiodo con un tonfo e un grido soffocato dall’acqua. Ne riemerse ansimante, con i capelli schiacciati sul viso e il vestito rovinato.
«Aiuto…», annaspò verso il bordo della piscina, e il papà di Giada la tirò su per un braccio. La gonna si strappò sotto la pressione del piede.
«Se la prendo…» disse lei, rimboccandosi il vestito in corrispondenza dello strappo. «La faccio pentire di…»
Ma suo marito non poteva smettere di ridere. Né lui né tutti gli invitati alla festa che erano usciti in giardino.
Livia, la nonna di Niccolò, si fece avanti e toccò il braccio di Isabella. «Cara mia, dovresti portare più rispetto per una così degna erede. Creare un proprio mondo personale non è da tutti.»
Isabella si voltò furiosa verso Giada. Il trucco squagliato la fece sembrare un pagliaccio triste. La ragazzina rise di nuovo.
Caim, tornato merlo, le si posò sulla spalla e le disse all’orecchio. «Vedi, ora non è più così tremenda.» Sapeva che in quello stato lei non poteva sentirlo, ma gli rivolse comunque un sorriso gentile e gli accarezzò la testa.
Dietro di loro, il corvo Algorab si alzò in volo. «Devo tornare a casa. Se è successo tutto questo solo qui, chissà dalle altre parti.»

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22. Atterraggio - Sara I. E.
24. Non dove - Aurora Filippi
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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

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