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19. Il Suono ed il Silenzio – Giovanni Fioret

La signora Rachel Adamson cercava di superare l’orribile dolore che le attanagliava le viscere, l’addome percorso da brividi roventi che la facevano battere i denti nonostante fosse fradicia di sudore fumante. Cercò di applicare le tecniche di respirazione e di training autogeno che le avevano insegnato, per fare in modo che quella terribile fitta passasse oltre, come un’onda nell’oceano; doveva convincersi di essere solo un piccolo tappo che galleggiava ai margini di un anello concentrico al centro di uno stagno immobile. L’increspatura sarebbe giunta, l’avrebbe sollevata fino alla massima altezza che lei avrebbe potuto sopportare, poi sarebbe passata oltre, e lei sarebbe ridiscesa al suo normale livello, ancora integra, salva. Fino all’onda successiva. Erano più di otto ore che era entrata in travaglio, per l’esattezza otto ore, quarantasei minuti ed una manciata di secondi. Naturalmente i secondi non contavano, a meno che non fossero quelli che durava il maledetto picco della contrazione che, con crescente ferocia, le squassava il ventre, le faceva tendere la schiena come un arco mongolo e scricchiolare le mascelle, le faceva torcere il collo e uscire gli occhi dalle orbite. I capillari delle sclere erano già esplosi da ore, iniettando sangue vermiglio su tutto il bianco dei globi oculari, dandole un aspetto demoniaco. I capelli, un tempo simili ad una criniera leonina del colore del rame, lunghi fino a metà schiena, erano un groviglio inestricabile di ciocche bagnate ed annodate. Le unghie spezzate mostravano tracce di smalto viola, al di sotto di quello verde che aveva voluto mettersi per partorire contando che fosse un colore più rilassante, nei punti in cui si erano lacerate artigliando le lenzuola. Conrad Adamson, il marito, non osava stringerle la mano per farle coraggio, i medici avevano dovuto ricucirgli uno squarcio sul dorso della mano destra dandogli sei punti di sutura, dopo aver estratto un moncone corneo smaltato di verde. L’ostetrica aveva fatto inserire un flacone di soluzione salina nel catetere venoso che le era stato inserito nel polso, appena entrata in clinica, ed aveva iniettato una dose di ossitocina sufficiente a far partorire un cavallo, per accelerare la dilatazione del collo dell’utero, ma il tempo passava e non c’era traccia di dilatazioni di sorta, sembrava che il piccolo non volesse venire al mondo, oppure che la madre se lo volesse tenere stretto nel ventre. Alla fine, per evitare il rischio di perdere la madre a causa dello stress da parto, pur in assenza di sofferenza fetale sui tracciati del monitor neonatale, venne deciso di intervenire con un taglio cesareo d’urgenza, e di estrarre colui che era già stato deciso si sarebbe chiamato Malcom. Incredibilmente, l’epidurale, anestesia d’elezione per un simile intervento, non fece effetto alcuno sulla madre, se non quello di farla contorcere ancora più forte per un ulteriore dolore alla schiena. Si rese necessario ricorrere all’anestesia totale, sperando che la velocità di esecuzione dell’intervento evitasse conseguenze per il piccolo Malcom. Qualcuno appoggiò la mascherina trasparente sul naso e la bocca della irriconoscibile creatura che era stata la signora Adamson, e il misericordioso oblio piombò su di lei come una coperta di piombo, mentre già il chirurgo iniziava ad incidere gli strati esterni della pelle, affondando via via, giungendo ad incidere l’utero e, separando i lembi della ferita, rimase in attesa di veder schizzare fuori il neonato, quando l’ostetrica avesse spinto in un certo modo sull’addome rigonfio e teso. In due minuti era finita, estratto il piccolo Adamson, staccata la placenta, lavata la cavità addominale e suturati gli strati interni ed esterni di tessuti, ora finalmente rilassati. Il neonato venne lavato, gli vennero aspirate le vie aeree per liberarle da liquido amniotico e muco, venne avvolto in una bella copertina azzurra, e controllato minuziosamente, gli venne prelevato un campione di sangue e gli venne applicato un sottile braccialetto di plastica, il gemello di quello che era stato applicato alla madre, per essere certi, assolutamente certi, di non scambiare accidentalmente neonati di madri diverse. Una decina di minuti dopo, veniva consegnato al padre, anch’esso esausto, dopo tanto tempo passato a dare supporto e coraggio alla moglie. Il piccolo Malcom aprì gli occhi quietamente e guardò il padre, con fissa intensità, senza battere ciglio, senza emettere un suono, un gemito, un vagito, ed il neo padre guardò Malcom. Un’ora dopo, quando vennero a prendergli il piccolo dalle braccia per consegnarlo alle amorevoli cure della madre, che nel frattempo era riemersa dalle pietose nebbie dell’anestesia, chiese perplesso all’infermiera: “ Non piange, non è strano ?”.La risposta, professionale, dell’ostetrica fu: “ Non si preoccupi, signor Adamson, piangerà, vedrà, tutti bambini piangono.”
Durante i tre giorni successivi, in cui la madre ed il piccolo Malcom rimasero in ospedale, nessun vagito fu udito da alcuno. Una volta rientrata a casa la madre, e deposto il piccolo nella culla, che era stata prudenzialmente posta a fianco del letto materno, schiere di parenti ed amici piombarono come locuste affamate a far loro visita, vociando e strillando, enunciando le varie somiglianze genealogiche. Ma nessuno ebbe la soddisfazione di sentire la voce del piccolo Malcom. Ad ognuno che lo andava a guardare, Malcom restituiva uno sguardo penetrante, severo, indagatore, ma non un solo ciangottio, un gemito, un accenno di pianto usciva dalle delicate labbra rosee. Naturalmente venne interpellato il pediatra migliore della città, il quale fece eseguire sofisticati test auditivi, gli unici possibili per un neonato di poche settimane, per esorcizzare la straziante evenienza che Malcom fosse sordo dalla nascita, e pertanto incapace di emettere suoni, dal momento che non aveva paragoni da imitare, ma i timpani, le coclee e le catene degli ossicini nell’orecchio interno funzionavano perfettamente, per quanto minuscoli. Al terzo mese di vita, la nonna paterna, in visita trisettimanale, approfittando della temporanea assenza dei genitori, si chinò sul piccolo Malcom e, con voce decisa, gridò: “Ma insomma Malcom, ti decidi a frignare, o no? Piangi, è un ordine!” e gli allungò uno scappellotto affettuoso sulla guancia candida. Il piccolo Malcom rimase per un buon minuto ad osservare ad occhi sbarrati la nonna, quasi incredulo di aver effettivamente ricevuto uno schiaffo poi, lentamente, oh, quanto lentamente, comandò ai propri muscoli facciali ed orbicolari di realizzare una smorfia di dolore, quindi si dedicò a convincere le proprie corde vocali ad assumere una certa posizione, ideale all’emissione di suoni, una volta adeguatamente stimolati i muscoli toracici e diaframmatici. Il risultato non si fece attendere ancora per molto, ben presto, un leggerissimo uggiolio, un altalenante e sottile lamento iniziò a farsi sentire nella stanza. Nonna Adamson, estremamente soddisfatta del risultato ottenuto al modico prezzo di un leggero scappellotto e di un rabbuffo, laddove distinti luminari avevano miseramente fallito nell’impresa, corse a chiamare i genitori del piccolo e, appena giunsero al cospetto del figlioletto, illustrò la situazione con evidente orgoglio. Era fuor di dubbio un risultato insperato, ma evidente: Malcom stava piangendo, con voce sottile e delicata, è vero, ma stava piangendo, e sembrava che lentamente la voce si rinforzasse, come se stesse verificando la sua capacità canora, appena scoperta. Rapidamente come era arrivata, come di consueto, nonna Adamson chiamò un taxi per farsi portare alla stazione ferroviaria, su cui si sarebbe imbarcata su di un veloce treno che l’avrebbe riportata a casa sua, a poco meno di quattrocento miglia di distanza. Prima di partire, abbracciò figlio e nuora, raccomandandosi caldamente di farle sapere se ci fosse stato ancora bisogno di lei, che sarebbe giunta in un lampo. E’ dovere di una nonna aiutare i propri nipotini in difficoltà, di qualunque situazione si trattasse. L’attempata ed ossuta signora ristette ancora un attimo in rapito ascolto del sottile pianto del nipote, che giungeva attutito dal piano di sopra, poi infilò la portiera del taxi, sbattè decisa lo sportello, abbaiò secca un breve ordine al conducente, e si appoggiò allo schienale del sedile posteriore, mentre con la mano sinistra accennava un saluto che sarebbe stato benissimo adatto ad una regina madre in visita alla residenza estiva. Il signore e la signora Adamson, rimasti soli, rimasero qualche momento immobili sulla porta di casa, momentaneamente sopraffatti dalla abituale velocità con cui si muoveva la nonna paterna, poi, prendendosi la mano come in cerca di mutuo appoggio, rientrarono in casa ad affrontare la nuova situazione. Il loro figlio, finalmente piangeva. Ma un brivido correva lungo la spina dorsale della signora Rachel Adamson, mentre saliva le scale che l’avrebbero portata nella cameretta del figlioletto. Le madri, si sa, hanno una superiore sensibilità nei confronti dei figli, e il suo sesto senso non le stava dicendo nulla di buono, nonostante fosse lieta di sentire finalmente un sottile vagito arricchire l’opprimente silenzio che normalmente pervadeva la zona notte.
Quella notte non potè chiudere occhio. Più precisamente nessuno dei tre dormì, quella notte, il piccolo Malcom aveva pianto ogni minuto di ogni ora di tutta l’intera nottata, ed all’alba stava ancora piangendo, ed appariva fresco come un bocciolo di rosa. Si interruppe solo per la poppata mattutina, attaccato voracemente alle mammelle materne continuava a fissare lo sguardo negli occhi della madre, con una serietà che la faceva rabbrividire. Terminata la poppata, adeguatamente percosso con delicatezza sul dorso per fargli emettere il classico ruttino, tenendolo appoggiato sulla spalla, e cambiato il pannolino sporco con uno immacolato, il piccolo Malcom riprese a piangere come se avesse interrotto un importante discorso che non poteva assolutamente essere lasciato a metà. Con la costernazione della madre, ed, al rientro dall’ufficio, anche del padre, il tenero neonato pianse tutto il giorno, interrompendosi esclusivamente per la pausa pranzo. Di dormire non se ne parlava. Serata e notte furono il ripetersi del copione di uno spettacolo che sembrava destinato a dare molte repliche. Dopo tre giornate, lunghe giornate di ventiquattro ore, divenne chiaro che il piccolo Malcom non aveva necessità di dormire nemmeno un minuto, le pause che si prendeva durante le poppate erano evidentemente sufficienti a ricaricarlo a sufficienza. Altrettanto non si poteva dire dei genitori, purtroppo. Quello che appariva evidente inoltre, era che la capacità canora del neonato stava migliorando, ma questo non rappresentava una nota positiva, nel quadro già dalle tinte fosche della realtà famigliare. Il volume infatti stava via via aumentando di intensità, e non sembrava destinato a smettere tanto presto. Ad una settimana dal giorno in cui la benevola nonnina aveva provveduto ad attivare l’apparato vocale del piccolo Malcom, i suoi genitori erano ridotti a fantasmi, non poter dormire a nessuna ora del giorno o della notte stava consumando le loro energie fisiche e mentali. Il signor Adamson, normalmente vivace ed attivo, era apatico ed inespressivo, ma scattava con attacchi di rabbia alla minima provocazione, che poteva essere anche una finestra chiusa male che sbatteva per una corrente d’aria improvvisa. La sua cara moglie, sempre curata nell’aspetto e nel vestire, invidiata da tutta la comunità, era simile ad un fantoccio di paglia e stracci a cui avessero incollato una matassa di lana rossiccia sulla testa. Il loro figliolo, invece, era il ritratto della salute. Allo scadere della seconda settimana, i vicini di casa iniziarono a chiamare la polizia, il pianto del piccolo Malcom era diventato tanto forte da tenere svegli anche loro, e minacciarono di chiedere al giudice una ingiunzione di allontanamento a tutta la famiglia. Il denaro che, provvidamente, era stato messo da parte per l’acquisto di una nuova e più capiente auto, per sostituire la piccola e scattante decapottabile che tante felici corse aveva regalato alla coppia di innamorati fino al matrimonio, venne impiegato per installare nuovi serramenti, dotati di vetri isolanti di generose dimensioni. Trattando sul prezzo, riuscirono a far montare un pannello isolante sulla parete che separava le due camere, in questo modo, ed usando due paia di tappi auricolari in cera, riuscirono a regalare preziose ore di sonno ai vicini, oltre che a se stessi. Purtroppo, giunti alla quarta settimana, l’emissione sonora della fenomenale ugola del piccolo malcom aveva oramai raggiunto vette indicibili, e la situazione era diventata intollerabile, ed a questo punto delle due l’una, o si costruiva una camera anecoica per isolare la stanzetta del pupo, o si traslocava in aperta campagna, ad almeno un chilometro da qualsiasi vicinante. Venne scelta la prima opzione, era la meno costosa ed anche quella che dava più garanzie di poter dormire, per i genitori almeno, visto che il fenomenale pargolo non dormiva mai. Costruita che fu la camera anecoica, che sarebbe stata in grado di silenziare il rombo del motore di un aereo al decollo, rimase da gestire il momento della poppata. Era pur vero che al di fuori della camera isolante il suono rimaneva a livelli accettabili, ma era altrettanto vero che la madre era costretta ad entrarci più volte al giorno per nutrire il figlioletto, e in quei momenti la resistenza dei suoi timpani era messa a dura prova, nonostante i grossi tappi in cera d’api che si conficcava negli orecchi. Riuscì ad ovviare provvisoriamente al problema indossando un casco da motociclista, che smorzava le vibrazioni sonore per il tempo necessario ad entrare in camera del piccolo Malcom e di prenderlo in braccio. Il padre, signor Adamson, sorvegliava le operazioni dal lato opposto di una finestra di osservazione di cristallo antisfondamento stratificato spesso tre pollici, pronto ad entrare per salvare la moglie in caso di necessità, qualora fosse svenuta o per qualsiasi caso di emergenza, una tenuta imbottita da kendo pronta su un manichino lo avrebbe protetto. Allo scadere della quinta settimana i decibel emessi dal piccolo Malcom avevano superato la soglia del dolore, e stavano iniziando ad indebolire il fisico materno, nei pochi minuti in cui non lo allattava. Il piccolo purtroppo era destinato a crescere in solitudine, almeno finchè non avesse smesso quel suo terrificante pianto, che non dava segni di voler cessare né di diminuire di intensità. Giunti alla sesta settimana, quando i cristalli antisfondamento iniziavano ad incrinarsi, l’amabile nonna Adamson decise che ne aveva abbastanza delle deprimenti notizie che le giungevano da casa del figlio, circa i progressi canori del nipotino. Ben cosciente di essere stata lei a dare inizio al pianto dell’infante, decise che sarebbe stata lei a farlo terminare, non c’era altra soluzione. Pertanto, chiamò un taxi per farsi accompagnare in stazione, dove salì sul primo treno utile, da cui scese per infilarsi con autorevolezza su di un nuovo taxi dal quale si fece scodellare nel vialetto d’accesso della casa del figlio. Quando i sorpresissimi signor e signora Adamson aprirono la porta di casa in seguito ad una imperiosa scampanellata, si trovarono davanti una battagliera signora di ottant’anni, con un cappellino munito di una civettuola veletta che le copriva la candida chioma acconciata in una perfetta crocchia arrotolata sulla nuca . Gli occhiali dalle lenti senza montatura scomparivano davanti all’acutezza di due risoluti occhi grigio acciaio che avrebbero fermato un mezzo blindato al primo sguardo, la mano destra appoggiava fieramente sul pomolo d’argento di un bastone da passeggio di lucido ebano, con il cipiglio di uno schermidore avezzo all’uso di spadoni ad una mano e mezza. Con inequivocabile determinazione comunicò di essere arrivata fin lì solo per mettere fine a quella situazione ridicola, non avrebbe tollerato un minuto di più, affermò, che suo figlio ammattisse per causa di un neonato, né che suo nipote crescesse in isolamento per il resto dei suoi giorni. Detto ciò, si fece condurre davanti alla pesante porta imbottita che dava accesso alla stanzetta del piccolo Malcom e, nonostante le preghiere e le offerte da parte di figlio e nuora perché indossasse adeguate protezioni, almeno i tappi di cera, oppure il casco, si fece aprire ed entrò nel momento in cui il nipotino prendeva fiato tra un acuto e l’altro. La porta sbattè alle sue spalle, ed un attimo dopo venne assalita dal volume sonoro più potente che avesse mai sperimentato, nemmeno quando i giapponesi avevano devastato Pearl Harbour, era bambina a quel tempo, aveva sentito simili onde d’urto assalirla in quel modo. Ma ci voleva altro per fermare la sua determinazione, non era certo arrivata davanti al nipote facendo tutta quella strada, solo per fuggirsene con la coda tra le gambe per il pianto di un poppante! Appoggiandosi al solido bastone si preparò ad affrontare i pochi metri che la separavano dal piccolo Malcom, ma prima che riuscisse a muoversi le lenti in cristallo al titanio le esplosero sul viso, lasciandola con le sole aste che le pendevano dagli orecchi, oltre al ponticello in precario equilibrio sul naso. Scrollandoseli di dosso con una sola manata, prese ad avanzare contro quello che sembrava un vento di burrasca, incurvandosi in avanti per mantenere l’equilibrio. A tre metri di distanza dalla culla le iniziò a sgocciolare sangue dagli orecchi. Ad un metro il naso aprì a sua volta i rubinetti quando i capillari esplosero, selvaggiamente percossi dalle onde ad alta frequenza. Quando giunse infine ad appoggiarsi alla culla in materiale fonoassorbente, iniziava a vedere rosso dall’occhio sinistro. Protendendosi sul nipote, aspettò una pausa di respirazione, poi urlò con tutto il fiato che le rimaneva in gola: “Ora basta!! Adesso fai silenzio!!!” e gli assestò uno schiaffo abbastanza forte da fargli intendere che non era un ordine sindacabile. Istantaneamente, con espressione sbalordita sul piccolo e tenero visino da angioletto, il piccolo Malcom chiuse la bocca e rimase in silenzio. Posando uno sguardo amorevole sul nipotino, la fiera nonnina si girò e arrancò fino alla porta imbottita, che si aprì come per magia al suo arrivo. Al cospetto di figlio e nuora si raddrizzò sulla schiena per quanto le permetteva l’artrite ed annunciò con voce ferma: “Ecco fatto! Autorevolezza, decisione, questo ci vuole, con i bambini, che diamine!” Detto questo, si irrigidì e cadde a terra come un palo divorato alla base dalle termiti. Il funerale venne celebrato due giorni dopo, il coroner non volle nemmeno effettuare l’autopsia, adducendo la motivazione che se era entrata nella stanza di Malcom senza protezioni allora non si trattava di un caso di morte accidentale, ma di suicidio. Il piccolo Malcom Adamson ora faceva silenzio, e tutti tirarono un grosso respiro di sollievo, a partire dal papà Conrad e dalla mamma Rachel, che finalmente potevano nuovamente dormire tranquilli con il loro figliolo vicino, come tutte le famigliole di questo mondo. Mamma Rachel Adamson però, come tutte le madri, aveva un presentimento, riguardo al figlioletto. Non era finita. Qualcosa le suggeriva che quel silenzio non era un semplice silenzio, non il pacifico silenzio di un bimbo tranquillo ed in salute. Non il silenzio privo di vagiti dei primi giorni di vita del piccolo Malcom Adamson, prima dell’intervento della buonanima di sua nonna. Quel silenzio aveva un’eco sinistro, aveva in se il presagio di un’esplosione al contrario. Mai dubitare del sesto senso delle madri, si corre il rischio di sentirsi dire “Te l’avevo detto!”. Ma in questo caso non sentireste nulla, perché quello che il bimbo fece, nel tempo che seguì, fu veramente il silenzio, come ordinatogli dalla autoritaria nonna. Una bolla di silenzio lo avvolse, andando via via ad allargarsi, a dilatarsi nello spazio. Non solo silenzio, ma totale negazione di un qualsiasi suono, di una qualsiasi vibrazione, di frequenza udibile dall’orecchio umano. Nel volgere di tre settimane l’intera casa era avvolta in quello che sembrava il vuoto cosmico, ed i vicini presero a chiamare la polizia, perché nelle loro case oramai non si poteva parlare, ascoltare musica, sentire il canto degli uccelli o lo stormire dei rami degli alberi dei giardini. Nei vialetti i bambini venivano investiti perché non sentivano le biciclette o scooter che sopraggiungevano, nessuna mamma e nessun papà accorrevano quando un figlio si faceva male, perché nessuno poteva sentire un suono, un pianto muto, tanto silenzioso da sembrare che il suono venisse assorbito dall’aria stessa. Anche la polizia, quando venne, nessuno la udì giungere. Le sirene ammutolite, gli agenti muovevano la bocca, ma nulla usciva dalle loro gole, e nessuno poté fare nulla, perché il silenzio non si può combattere come si fa con il suono, oppure con il fuoco, o l’acqua. Nessuno riuscì a fare nulla di più che sedersi ovunque si trovasse, tappandosi le orecchie con le mani per scacciare questo suono al contrario tanto orrendo quanto insopportabile. Solo la madre, Rachel Adamson, rimase accanto al figlio, il piccolo Malcom, nutrendosi dei piccoli, preziosi momenti di normale silenzio quando allattava il figlio. Ora che la nonna era scomparsa, chi avrebbe potuto sostituirla? Nessuno accorse in aiuto dei coniugi Adamson. Nessuno avrebbe potuto fare nulla, per arginare quello che era ormai l’assordante suono del silenzio.

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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

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