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14. La meravigliosa storia di una rana miope – Saupernie

Una rana miope morì. La sua anima volò nel paradiso delle rane. Giunta a destinazione si trovò davanti a un cancello ma vi sbatté contro la testona grinzosa. A quel punto la rana si stupì: aveva sempre pensato che in paradiso non ci sarebbero più stati scontri frontali con cancelli o simili diavolerie e nemmeno corpi fatti di carne, ossa e nervi del dolore (soprattutto); eppure il dolore lo sentiva, ce l’aveva eccome un corpo, accidenti! La rana miope iniziò ad innervosirsi, tra l’altro non aveva neppure con se gli occhiali; quello svitato di suo cugino Jimmi Rospo aveva avuto la bella pensata di metterglieli nella tomba. Aspetta un momento: la rana miope era ancora miope! La sventurata se ne rese conto dopo qualche dolorante minuto e non poté fare a meno di pensare di essere finita all’inferno. Fatto sta che dopo poco il cancello si aprì cigolando su un paesaggio che agli occhi della rana miope pareva interamente bianco; in qualche modo si fece coraggio e decise di addentrarvisi. Non c’erano strade e camminare seguendo un immaginario rettilineo non sarebbe stato diverso dal girare intorno a se stessi in continuazione considerando l’anonima natura del luogo, anche il cancello, percorsi pochi metri, sparì totalmente alla vista; passo dopo passo la rana miope iniziò a sentire un cambiamento nell’aria e un leggero venticello tiepido le accarezzava le cosce che meccanicamente, a passo di marcia, scarrozzavano lo stupito anfibio nel nulla più totale. Questa sensazione tutto sommato piacevole confortava la rana miope e le diede la forza di proseguire. A poco a poco si abituò al luogo e i pensieri ripresero il loro normale corso; ciò non fu affatto positivo: improvvisamente le tornò la paura non del tutto addomesticata di essere all’inferno e di stare espiando la colpa della miopia per la quale sarebbe stata condannata a vagare nel nulla per l’eternità. Ma quando tutti i neuroni si furono connessi nel cervelletto del verdognolo animale trapassato si rese conto di quanto fosse stupida quell’idea: insomma, che colpa aveva se era miope? Lo era dalla nascita e non certo perché aveva abusato di fanghi azzurri (droga molto diffusa tra le rane e una delle principali cause di miopia anfibia) come suo cugino Jimmi Rospo e la sua ex fidanzata Filippa Rana. E poi l’inferno non era passato di moda? Era dai tempi dei cani doppi e delle cagne-oliva che non se ne sentiva più parlare e persino i fanatici profeti dell’apocalisse smisero di tirarlo in ballo. Questi ragionamenti piuttosto ponderati tranquillizzarono la rana miope che ebbe pure la forza di riderci su. Il cammino proseguiva ritmico e sicuro; la rana miope, che era certa di trovarsi nella tanto discussa “vita ultraterrena”, decise che non c’era fretta e non c’era bisogno di farsi prendere dal panico (se le storie che le raccontavano da piccola erano vere avrebbe dovuto avere a disposizione tutta l’eternità e lei a quelle storie credeva), con calma avrebbe proseguito la marcia nella direzione opposta al venticello che ancora le accarezzava il bassoventre e le cosce sperando di giungere in un luogo un po’ più familiare e accogliente. Il fatto che in quel posto non ci fosse alcun punto di riferimento la spaventava un pochino e sperava di uscirne il prima possibile; la afferrò improvvisamente, come un artiglio di
martin pescatore, il terrore di essere in un girone infernale, ma qualcosa di ben più grave la preoccupava in quel momento: aveva fame! Avere fame è tipico di chi è ancora in vita e la rana era più che sicura di essere morta, era stata mangiata da un pesce-gatto mentre dormiva su una lattina di lemon-soda vuota vicina allo stagno! L’ultima volta che ebbe fame era la vigilia della sua morte, se lo ricordava bene; pioveva quella sera e un ronzio insistente s’insinuava nel silenzio stagnante che regnava attorno al sasso viola (che era la casa della rana) e il miope anfibio, con uno scatto preciso della lingua, mise fine al frastuono che la succulenta mosca albina produceva con le sue ali e si sentì sazia. Il giorno seguente purtroppo vomitò due volte: era allergica alle mosche albine e a causa della sua miopia e del buio circostante l’aveva scambiata per una falena sonnambula (molto più vulnerabili di quelle sveglie e coscienti; qualche ramarro le trova addirittura più gustose). Fu proprio mentre era intenta a vomitare nel ruscello che il pesce-gatto di nome Yuri le staccò la testa lasciando il suo corpo galleggiante nell’acqua divorato da centinaia di girini. La rana miope non poteva sapere che poco dopo Yuri venne mangiato per intero da un alligatore di nome Puzzle che venne a sua volta mangiato, poche settimane dopo, da un enorme coleottero-scimmia di nome Sofia, la quale, diversi giorni dopo, fece un rutto che sapeva di rana miope e si chiese il perché. A un certo punto la rana miope si fermò; esausta per il tragitto e distrutta dalla fame cadde in un sonno che aveva tutta la parvenza di uno svenimento. Quando riaprì gli occhi dopo qualche ora e vide di nuovo tutto quel bianco accecante le venne un sestuplo infarto, morì per la seconda volta e rinacque sotto forma di bruco nero asiatico.

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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

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