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11. I Personaggi – Parte III

Nei due appuntamenti precedenti abbiamo parlato della creazione dei personaggi per la nostra storia e ne abbiamo immaginati tre. In questa lezione riprenderemo a piene mani dai background già scritti, per cui, per chi non li avesse letti:
1) Rose, la protagonista è stata descritta in Personaggi I
2) Vincent e Morel, rispettivamente il mentore di Rose ed il cattivo locale sono stati presentati in Personaggi II.

Oggi ci occuperemo dei dettagli dei personaggi, quelle piccole cose che li rendono unici. Ci concentreremo sulla teoria, poi nell’appuntamento della prossima settimana applicheremo il tutto ai nostri tre.

Dare vita ai personaggi

È mia opinione che un personaggio non sia “vivo” solo in funzione delle scene che vengono mostrate nel romanzo. Per rendere verosimigliante il nostro attore dobbiamo dare al lettore l’impressione che egli viva anche quando non è inquadrato dalla telecamera della narrazione. A conti fatti non è troppo difficile raggiungere un obiettivo del genere in quanto, in presenza di personaggi umani o comunque ad essi assimilabili, sarà naturale per il lettore associarvi il concetto di vita e quindi sarà normale che mangino, dormano o vadano in bagno. Il difficile è quello di creare dei dettagli che rendano unici i personaggi umani o che facciano in modo che un soggetto non umano risulti logico.

Nei fantasy infatti non è difficile ritrovare creature particolari che trascendono i bisogni umani e quindi avremo elfi che dormono ad occhi aperti o vampiri che si nutrono solo di sangue. Questo tipo di soggetti però rientrano nell’immaginario comune e di solito un lettore appassionato già ha fatto suoi i dettagli che regolano la loro vita, ma cosa accade quando creiamo un soggetto completamente nuovo? Accade che il lettore ha due strade da percorrere e solo una delle due è accettabile per l’autore:
1) Assimilarlo ad una figura che ha già visto
2) Creare una figura apposita per quel personaggio
È comprensibile che la conclusione migliore per l’autore è la seconda, perché quando un lettore decide di creare una nicchia nella sua mente per una creatura completamente diversa da quelle che conosce, è quasi sicuro di aver creato qualcosa di originale.
Se invece il lettore riesce a inquadrare il personaggio in un concetto che già conosce allora si è persa l’occasione di stupire.
Il miglior esempio che mi viene in mente in questo momento è Gollum. Chi sa dirmi cos’è Gollum?

Gollum era un hobbit di nome Smeagol, che a causa del potere oscuro dell’anello di Sauron è stato trasformato nel fisico e nella mente.

Un punto in più al ragazzo con le orecchie a punta lì in fondo, ma vorrei sottolineare che la domanda era al presente, mentre la risposta include tutti verbi al passato. Sappiamo cos’era Gollum, ma non cosa è ora. Conosciamo le sue caratteristiche, il suo modo di pensare ed il suo ciclo vitale, lo accettiamo e non ci sembra nemmeno tanto strano, eppure non abbiamo un canone in cui inserirlo. Addirittura possiamo dire che quando in un romanzo diverso dal Signore degli Anelli incontriamo una figura reietta, un po’ storpia e con una forte ossessione per qualcosa ci viene spontaneo pensare “è come Gollum”.
Per riallacciarci sul discorso della vita oltre la telecamera, ci è possibile immaginare cosa faccia Gollum quando non è nella scena e lo accettiamo. Probabilmente in questo momento starà pescando del pesce a mani nude per poi mangiarlo crudo, oppure se ha già mangiato, starà accovacciato in un angolo a parlare con il suo Tesoro. Se invece sappiamo che si sta spostando verso una destinazione a piedi, lo possiamo immaginare nella sua andatura gobba prevalentemente bipede ma che sfrutta le mani per aiutarsi, che mentre arranca continua a blaterale frasi con poco senso tra sé.
Penso di aver dato l’idea del personaggio vivo a prescindere dallo sguardo del lettore. Interessiamoci ora su come si possa realizzare al meglio tale obiettivo.

Dettagli di gruppo

Salvo casi molto particolari, come quello di Gollum di cui sopra, i nostri personaggi apparterrano ad un gruppo più o meno facilmente inquadrabile e con esso condivideranno dei dettagli.

Linguaggio I

Il primo esempio che mi sovviene è quello dell’accento. Il personaggio in questione avrà una provenienza geografica e, come è naturale che sia, tenderà a parlare con l’accento del luogo dove ha sempre vissuto e potrebbe utilizzare un intercalare o un modo di dire tipico. Il problema della lingua è complesso e ne parleremo in un altro articolo, ma nella semplice ipotesi di una sola lingua comune a tutti, eventuali dialetti o accenti assumono un tratto distintivo che permette interazioni tra i personaggi.

<<Allora scappiamo! Andiamo a nord, nel Monàri delle Bianche Cime non ci cercherebbero mai!>> disse Rose concitata.
<<E pensi di passare inosservata parlando in questo modo? Chiunque riconoscerebbe il tuo modo di parlare così dannatamente del sud>> rispose con una smorfia Vincent.

Detta così lascia il tempo che trova, ma è un inizio. È infatti un’impresa titanica riuscire a rappresentare un accento per iscritto senza dover storpiare le parole e rendere illeggibile tutto.

<<Allora prendiamo il largo! Andiamo a nord, nel Monàri delle Bianche Cime non ci cercherebbero mai!>> disse Rose concitata.
<<Prendiamo il largo? Parla così ad un abitante delle Bianche Cime e capirà all’istante che vieni dalle Terre Frammentate!>> rispose con una smorfia Vincent <<Con quell’accento poi, non avresti scampo>>

Il modo di dire marittimo è sicuramente un modo migliore per caratterizzare il modo di parlare e rafforza di molto l’informazione non mostrata dell’accento diverso.

<<Allora prendiamo il largo! Andiamo a nord, nel Monàri delle Bianche Cime, quei maledetti shaggai non ci prenderanno mai!>> disse Rose concitata.
<<Shaggai? Prendiamo il largo? Nelle Bianche Cime non capirebbero nemmeno quello che dici!>> rispose con una smorfia Vincent <<Però sono certo che capirebbero da dove vieni, non avresti scampo>>

Ultima modifica. Inserendo un termine dialettale, si rende ancora più chiara la differenza nel modo di parlare tra i vari gruppi di persone coinvolti. Precisiamo che non è necessario specificare il significato della parola “Shaggai”: è chiara dal contesto.

Aspetto visivo

Potremmo avere anche dettagli fisici che il protagonista condivide con altri soggetti a seconda della sua provenienza geografica, come il colore della pelle o dei capelli oppure dettagli più esotici. Oppure potrebbe condividere con altri lo stile dell’abbigliamento o il possesso di qualche accessorio particolare, magari degli orecchini vistosi o dei tatuaggi. Alla fin fine c’è poco da dire su questo punto in quanto si tratta di dettagli statici che concorrono poco alla caratterizzazione.

Credenze religiose o superstizione

Il nostro personaggio potrebbe essere legato ad un gruppo religioso o possedere un bagaglio di credenze che possono aiutare molto a caratterizzarlo sia nel modo in cui si esprime ma anche negli atteggiamenti.

<<Madre, ormai è fatta. Il signor Traver si è convinto, ci pagherà bene per le tue camicie!>> disse Rose entusiasta sulla via del ritorno.
<<Zitta! Porta sfortuna dare per concluso un affare finché non vedi i soldi!>> e subito si chinò per raccogliere una manciata di terra che ficcò nelle mani della figlia. <<Sfrega e poi soffia, presto!>>
<<Madre, in nome della dea, come puoi credere a queste cose?>> chiese sconsolata Rose mentre compiva quel rituale contro la sfortuna con poca convinzione.

Ho infilato nello stesso esempio sia la superstizione di Eliana, la madre di Rose, sia un tipico intercalare religioso pronunciato dalla figlia. Entrambi sono riconducibili all’appartenenza ad un gruppo. Il primo potrebbe essere un rituale anti sfortuna delle Terre Frammentate, mentre il secondo potrebbe riferirsi alla religione più diffusa nel continente di Ruk che venera una dea.

Dettagli individuali

Ai dettagli collettivi vanno poi aggiunti elementi molto più personali che un personaggio potrebbe possedere e contribuiscono a renderlo unico agli occhi del lettore.

Linguaggio II

Il personaggio potrebbe parlare in un gergo specifico dettato dal suo livello culturale alto o basso o utilizzare degli intercalare propri.

<<Amico mio, non ci siamo capiti! Forse i miei modi gentili ti hanno tratto in inganno. Non te lo sto chiedendo>> disse con voce melliflua Morel rivolgendosi a Vincent.

<<Fahk, amico mio, vieni qui! Devi darmi delle spiegazioni>> disse Morel con un bagliore negli occhi, mentre uno dei suoi sgherri si avvicinava.

<<Questa è stata l’ultima volta che mi deludi, amico mio>> sentenziò glaciale Morel. I suoi uomini calarono un sacco di tela sulla testa di Fahk e lo trascinarono via.

Facile capire che l’intercalare preferito di Morel è “amico mio”. Giocare con un modo di dire del genere è pericoloso. Abusarne rende il personaggio patetico e, se non è nostra intenzione, bisogna dosarlo. È una buona idea associare l’intercalare ad uno stato d’animo preciso, ad esempio la minaccia o il disappunto, come nelle tre frasi precedenti. Il lettore tenderà a cogliere l’associazione se lo stato d’animo è ben mostrato e quindi, dopo un paio di occasioni, all’autore sarà sufficiente inserire l’intercalare senza dover accompagnare la scena con ulteriori descrizioni dei sentimenti del personaggio. L’utilizzo di un intercalare potrebbe anche essere utilizzato dagli autori più abili, per rivelare l’identità di un personaggio misterioso di cui si sente solo la voce.
Fingiamo di aver inserito Morel nella storia fin da subito ed aver abituato il lettore al suo “amico mio” di disappunto. Ipotizziamo anche di aver creato un personaggio misterioso che ogni tanto seguiamo ma che non viene mai chiamato per nome e che cospiri contro i protagonisti. A metà racconto, quando decideremo di far capire l’identità di questo cattivo gli faremo scappare in una frase di disappunto un “amico mio”. L’impatto che una scena del genere ha sul lettore è molto più potente di uno showdown diretto, dove il personaggio dice il suo nome o si mostra, perché sarà frutto del ragionamento di chi legge che inconsciamente associa Morel al suo modo di parlare e quindi insito ad un livello più profondo. È ovvio che per rendere chiara l’associazione, nessun altro personaggio dovrebbe mai dire “amico mio” tranne quando non stia cercando di imitare proprio Morel.

Tic o vezzi

Sempre con molta parsimonia è possibile inserire dei piccoli comportamenti per i personaggi che facciano trasparire parte della personalità o che li caratterizzino.

<<Allora, sai dirmi cosa significa questo?>> tuonò Vincent all’indirizzo della sua allieva.
Rose non seppe rispondere, chinò il capo e prese a tormentarsi una ciocca di capelli con il dito.

Se saremo attenti a fare in modo che Rose si tormenti una ciocca di capelli ogni volta che si sente in imbarazzo o in colpa avremo creato un atteggiamento distintivo per la ragazza.
Anche tremori ad una gamba, scatti della testa, occhi strizzati possono essere delle valide soluzioni ma sempre facendo attenzione a non assegnarle tutte allo stesso personaggio. Anche dare un tic a tutti i personaggi può essere pericoloso se non fatto bene. Se non abbiamo idea di cosa assegnare a qualcuno, lasciamo perdere, altrimenti avremo un parco personaggi che, presi tutti insieme, sembrano essere fuggiti da un manicomio.

Modi di pensare

Delineare una linea comportamentale generale per un personaggio è sempre una buona idea. Se ad esempio decidiamo che la nostra Rose deve essere impulsiva, dovremo fare in modo che questo suo tratto si evinca dal modo in cui pensa e agisce. È chiaro che a seguito di una serie di scelte sbagliate dettate dall’impulsività, la nostra ragazza cominci a capire di doversi dare una regolata e quindi lentamente modificare il suo atteggiamento, ma la trasformazione deve essere graduale e motivata. In quel caso prenderemo a farla agire in modo più misurato, cercando di lasciare latente in lei l’istinto primordiale ad agire impulsivamente.
Il modo di pensare può essere chiaramente espresso, scrivendo in chiaro i pensieri del personaggio che stiamo seguendo, oppure lasciato intendere da quello che dice agli altri.

<<Perché non vieni a lavorare da noi>> propose Josh <<Mia madre ha sempre bisogno di aiuto in bottega>>
<<Josh ti ringrazio e mi piacerebbe accettare, ma sei sicuro che non lo stai facendo solo per convincermi a diventare la tua fidanzata?>> rispose Rose, cercando di non offendere il giovane.

Con una risposta del genere evidenziamo un carattere gentile ma non troppo sprovveduto.
Forzare la mano con il modo di pensare, orientandolo verso un solo specifico atteggiamento, come ad esempio il sospetto, la fiducia o la bramosia tende a rendere i personaggi prevedibili. Se il lettore sa che un personaggio è fondamentalmente altruista, si aspetterà che egli aiuti sempre tutti e rimarrà stranito se, senza apparente motivo, si rifiuti di intervenire in favore di qualcun altro. È quindi fondamentale dotare i personaggi di più tratti caratteriali che in determinate situazioni potrebbero cozzare e portarli a compiere azioni imprevedibili per il lettore, ma comunque giustificate dal loro modo di pensare e dai loro gusti.
Fingiamo ad esempio che Morel sia avido di denaro e potere ma che tenga oltremodo alla sua vita. Come si comporterà dinanzi ad un affare che potrebbe fruttare parecchio, ma che prevede un suo coinvolgimento diretto con conseguente rischio di morire? Il fatto di non poter dare una risposta a priori rende la scelta che faremo operare al personaggio meno prevedibile per il lettore con conseguente miglioramento dell’esperienza di lettura.

Ci fermiamo qui per oggi. Ho disseminato per tutto l’articolo altri dettagli sui nostri tre personaggi, prelevati dalle schede che ho intanto già preparato.
Nel prossimo appuntamento ve le presenterò in maniera completa riepilogando il background, aggiungendo quello che è stato detto qui e tante altre caratteristiche.

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10. I personaggi - Parte II
12. I personaggi - Parte IV
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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

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