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Recensione – I Segreti di Heap House (Iremonger Trilogy #1)

Era una cosa lucida, era una cosa da stringere, e in qualche modo la vita ti sembra molto migliore quando hai qualcosa da stringere.

-Lucy

I segreti di Heap House

 

Titolo:  I segreti di Heap House
Titolo originale: Heap House
Serie: Iremonger Trilogy
Autore:  Edward Carey
Editore:  Bompiani
Pagine:  352
Prezzo: Brossura – € 18,00
Reperibilità: Più facile trovarlo online che in libreria

 

 

«Ma come hai fatto capirlo, Clod?» si erano stupiti i miei parenti. «Come hai fatto a capire che la spilla da balia era lì?»
«L’ho sentita gridare,» avevo risposto.

-Clod

Dal Web

Clod è un Iremonger. Vive tra un mare di oggetti gettati via o smarriti che provengono da tutti gli angoli di Londra. E al centro di questo mare c’è una casa, Heap House, un insieme di tetti, torrette, comignoli, parti di case smantellate con i loro misteri, raccolti per tutta la città e fusi in un labirinto vivo di scale, saloni e angoli nascosti. Gli Iremonger hanno una caratteristica: ciascun Iremonger è legato, sin dalla nascita, a un oggetto. Ma Clod Iremonger ha una caratteristica ulteriore: lui può udire i sussurri degli oggetti. Il primo di cui ha avvertito la voce è stato il suo oggetto natale: il tappo da bagno universale James Henry che diceva proprio questo “James Hayward Henry”. Ma un giorno su Heap House iniziano a radunarsi nubi di tempesta: gli Iremonger sono sempre più irrequieti e le voci degli oggetti si fanno più forti; Clod incontra Lucy Pennant, una ragazza appena arrivata a Heap House come Iremonger domestica, e la sua vita cambia. I segreti che tengono insieme la casa iniziano a dipanarsi rivelando un’oscura verità, che minaccia di distruggere il mondo di Clod.

“Se questo romanzo fosse musica, Edward Carey sarebbe Eric Satie. Se fosse un film, sarebbe Tim Burton.”

-Giornale Newsday

Ormai, paragonare un libro allo stile di Tim Burton è diventato la norma, una manovra commerciale sempre più frequente, che spesso si rivela falsa o poco azzeccata. Ma non in questo caso. Dei libri con questo scomodo paragone che ho letto, forse questo è l’unico in cui sono riuscita davvero ad immaginare un possibile film in quello stile, e già nella mia testa l’ho adorato. Dopo questo libro, se mi chiedessero consiglio su un autore fantasy dark, inquietante e surreale, io risponderei subito: Edward Carey.

Trama

Se vi raccontassi questo romanzo dall’inizio alla fine, vi accorgereste subito che gli avvenimenti sono davvero pochi, e anche apparentemente di scarso valore. Tuttavia, l’autore riesce ad intrecciare, rimpicciolire, deformare e ingrandire ogni azione, gesto e parola, creando una trama molto ricca e complessa.

La chiave de “I Segreti di Heap House”, infatti, non sta negli avvenimenti, ma dalle domande e dai pensieri che essi scaturiscono. Perché, se è sicuro che nel romanzo accade poco, è ancora più sicuro che nella vostra testa si scatenerà un pandemonio.

Non è un romanzo per tutti e per ogni età, penso sia giusto sottolinearlo. Credo che tutto dipenda dal periodo della vita in cui lo si legge; per alcuni potrebbe essere un’esperienza indimenticabile, per altri una perdita di tempo e la causa solo di un mal di testa. E chi lo ha trovato un capolavoro, se lo avesse letto cinque anni prima o dopo forse lo avrebbe trovato una stupidaggine. E viceversa.

 

DOMANDE

Vi ho appena detto che sono le domande e i pensieri a fare il lavoro in questo romanzo, quindi penso sia giusto riportarvi qui di seguito alcune di quelle nate nella mia mente mentre leggevo. Riprendono i concetti generali del libro, ma alcune per sicurezza le metterò sotto la tendina Spoiler.

  • Diventiamo quello che abbiamo, oppure possediamo ciò che ci assomiglia?
  • E’ il nostro nome a racchiudere tutto ciò che siamo? La nostra storia?
  • E’ forse la diversità superficiale a renderci più complessi di quanto siamo? Come un meccanismo di difesa? Oppure esistono alcune persone che riescono a rompere gli argini, ad ingrandire le crepe e a liberare profondità che mai avremmo pensato di avere?
Spoiler

 

I CUMULI

Qui siamo nati tutti con i cumuli di rifiuti, e intorno a loro e in mezzo a loro e dentro di loro, e in un modo o nell’altro finiamo tutti al servizio dei cumuli. Mia madre lavorava nella lavanderia della pensione pulendo i panni di un sacco di operai dei cumuli, strofinando tute di gomma e cuoio. Un giorno, mi dicevo, un giorno verranno a prenderti le misure per la tua tuta di cuoio e a quel punto sarà finita, inutile aspettarti qualcosa d’altro a quel punto, non dopo che t’avranno “sposata” alla tua tuta. Dicevano proprio così, “sposata”, perché a quel punto ti toccava dare davvero tutta la vita ai cumuli. Per te non ci sarebbe stato nient’altro, una volta sposata. Sarebbe stato uno sbaglio aspettarselo.

-Lucy

Alcuni hanno definito il mondo di Heap House “Senza senso”. Secondo me si dovrebbe usare con attenzione questa definizione; perché, se un mondo è diverso dal nostro, ha anche regole diverse, e non per questo è senza alcun senso. Questo mondo ne ha molti, solo che non coincidono con i nostri.

 

I cumuli sono un elemento chiave dell’intero romanzo; gli Iremonger nobili si vestono elegantissimi per rovistarli, gli dedicano dei canti ogni settimana; sono così importanti da essere considerati delle entità, degli esseri viventi e, proprio per questa concezione, in questo mondo i cumuli si muovono, ondeggiando, reagiscono, scricchiolano, respirano, inghiottono.

Spoiler

L’intero romanzo è una dedica agli oggetti dimenticati, a quelli che hanno segnato un periodo delle nostre vite. Io sono una che non butta via niente, quindi potete immaginare quanto lo abbia apprezzato.

 

I NOMI

Nell’aula dove facevo lezione, non riuscivo a concentrarmi perché il righello continuava a ripetere “William Stratton”, e c’era un calamaio che diceva “Hayley Burgess”, e il mappamondo borbottava “Arnold Percival Lister”.
«Come mai i nomi degli oggetti,» chiesi un giorno a zio Aliver, quando avevo all’incirca sette anni, «questi John e Jack e Mary, questi Smith e Murphy e Jones, come mai sono nomi così strani, così diversi dai nostri?»
«Be’, Clod,» disse Aliver, «in realtà siamo noi ad avere nomi poco comuni. E’ una tradizione di famiglia. Noi Iremonger abbiamo nomignoli diversi, perché siamo diversi da tutti gli altri. Così possiamo distinguerci da loro. E’ una vecchia caratteristica di famiglia: i nostri nomi sono come quelli della gente che vive lontano da qui, di là dai cumuli, solo un po’ deformati.»
-Clod

Anche i nomi sono un elemento chiave della trama, ed è interessante il paradosso creato dall’autore, tanto surreale quanto attuale, dove gli Iremonger nobili fanno di tutto per distinguersi dalla massa, modificando un nome per renderlo unico; mentre gli Iremonger domestici sono talmente poco considerati da venire chiamati solo “Iremonger” e dopo poco tempo arrivano a dimenticare il loro nome, il loro passato e diventano invidiosi di chi ancora ricorda la propria storia.

«Ti ricordi il tuo nome?» le domandai
«Iremonger,» disse lei.
«Il mio nome è Lucy Pennant,» sussurrai.
«Come se non l’avessi sentito abbastanza.»
«Ti va di dirmi il tuo nome?»
«Ormai c’è un esercito di Lucy-cavolo-Pennant, lo sai? Sono più delle formiche. Qui ne vanno tutte pazze, le sento sussurrare quel nome in lavanderia e nelle cucine, nello stenditoio e nel tinello. Lucy Pennant – o variazioni di Lucy Pennant, perché spesso lo sbagliano, ho sentito una Iremonger bofonchiare tra sé e sé la storia di Lurky Penbrush. Be’ cara Lurky, se vuoi saperlo mi hai proprio stufato. Non ne posso più!»
«Dimmi il tuo nome, se lo sai ancora.»
«Certo che so il mio nome. Altroché se lo so! Chi diavolo ti credi di essere?»
«Io sono Lucy Pennant, tu chi sei?»
«L’ho scritto da qualche parte.»
«Davvero? E allora?»
«Sì l’ho scritto per non dimenticarlo mai. Ma quando cerco di ricordare il mio nome, non ci riesco, mi viene solo Lucy Pennant. Per cinque minuti sono stata sicura di essere io Lucy Pennant. Ma non lo sono, no che non lo sono, io ho il mio nome e l’ho pure scritto.»

-Lucy

 

GLI OGGETTI NATALI

«Togliendo un tappo, tutte le cose cattive e velenose possono scomparire. Se sfili un tappo, chi può dire cosa succederà, cosa libererà, a cosa quel tappo impedisse di scatenarsi? Un tappo può mantenere fresche le cose nutrienti. Un tappo è un’apertura, una chiusura, una piccola porta circolare. Un cancello tra mondi.»

-Clod

Ad ogni Iremonger appena nato, la Nonna assegna un oggetto che lo accompagnerà per tutta la vita. Questo oggetto ha molto in comune con la persona a cui è stato assegnato, spesso ne determina il destino. Non è chiaro se sia la Nonna a prevedere il futuro del neonato con qualche abilità o se siano gli oggetti ad influenzarlo. Magari entrambe le cose. Nel secondo capitolo forse verrà chiarito meglio.

Spoiler

Mi è piaciuto molto anche il valore simbolico dell’oggetto natale di Lucy: Una scatola di fiammiferi sigillata.

Vi lascio di seguito il link al sito dove si può ricevere il proprio oggetto nataleQUI

Questo è il mio, un rotolo di spago. Per quanto sia stata una scelta casuale, lo trovo molto azzeccato.

Card15

Fatemi sapere i vostri!

Personaggi

 

CLOD

Per questo, nel giorno della maniglia perduta, indugiavo con la faccia accostata alla finestra rotta, fantasticando su tutta quella gente dall’altro lato dei cumuli, chiedendomi se sarei mai riuscito a spingermi fino alla città laggiù, Forlichingham, a Londra, immaginando che ci fosse qualcuno dietro tutta quella gente, qualcuno che potesse apprezzarmi.
«C’è qualcuno,» sussurrai, «c’è qualcuno lì? Chi sei? Come sei fatto?»

-Clod

Clod è il protagonista maschile, è un Iremonger nobile che non è mai uscito da Heap House, ha 15 anni ed è sempre malaticcio. Sin dalla nascita è stato poco considerato ed evitato da tutti, per una serie di ragioni. L’ho trovato di una tenerezza infinita, e la sua purezza spicca terribilmente nel suo mondo scuro e putrido. Credo rappresenti il lato debole, fragile e puro che tutti noi, una volta diventati adulti, cerchiamo di nascondere.

Mi pantalonai.
Me li infilai, come se stessi amputandomi le gambe.
Adesso, mi dissi, per te tutto il mondo sarà in flanella grigia.
L’avevo indossata, ne avevo fatto un sacco per chiuderci dentro l’infanzia. Come mi sentivo? Superiore? Vecchio? Saggio? Più pesante? Più forte? Mi trovavo eretto e diretto e di bell’aspetto, lusingato e favorevolmente impressionato?
No, per niente.

-Clod

 

LUCY

Ho i capelli rossi e la faccia tonda e il naso che punta all’insù. I miei occhi sono verdi con dei puntolini dentro, ma non è l’unico posto macchiato che ho. Sono punteggiata su tutto il corpo. Sono piena di lentiggini, chiazze e nei, e ho due duroni sui piedi. I miei denti non sono proprio bianchi. Uno è scheggiato. Parlo in tutta onestà. Racconterò tutto per com’è successo e non dirò bugie ma mi atterrò sempre alla verità. Farò del mio meglio. Ho una narice un po’ più grande dell’altra. Mi mangio le unghie. Certe volte le cimici mi pungono e allora mi gratto. Il mio nome è Lucy Pennant. Il mio nome è Lucy Pennant e non lo dimenticherò mai.

Lucy è la protagonista femminile, un’orfana di città che un giorno viene portata ad Heap House per lavorare come domestica. Ha 17 anni, è pragmatica, sicura di sé e coraggiosa. L’esatto contrario di Clod. Secondo me rappresenta la resistenza, la determinazione nel non lasciarci andare, in un sistema che ci vede sempre più come un numero, un oggetto, invece che come persone.

 

CLOD E LUCY

Entrambi i protagonisti, quando sono con persone simili a loro, hanno un linguaggio semplice, quasi spicciolo; invece, quando sono insieme, le parole che si scambiano sono complesse, e hanno mille significati diversi.

«Temo tu non conosca bene le regole. Da quanto tempo sei a Heap House?»
«Da ieri sera.»
«Quindi prima di ieri sera eri da qualche altra parte?»
«Da qualche parte dovevo pur essere, no?»
«Be’, sì.»
«Ognuno di noi è in un posto o in un altro, no?»
«Certo.»
«Nessuno può non essere in qualche posto!»
«Sì, sì, calmati. Non sei tu ad avere un orecchio pesto. E per favore ricordati che tu sei una domestica e io no. Ma, per tornare al tema, di altri posti ce ne sono tanti, no? Il mondo è pieno di altri posti, solo che io sono sempre stato qui.»
«Ce ne sono tantissimi, migliaia e migliaia.»
«Sì, certo, Lucy Pennant, ma io volevo sapere del posto dove tu stavi ieri. Com’era?»
«Più piccolo.»
«Ah, pensa, molto interessante. E poi, che altro?»
«Cosa vuoi sapere?»
«Tutto.»
«E’ un po’ tanto non ti sembra?»
«Sì, in effetti è tanto,» disse lui. «Ma se non hai niente in contrario, potresti cominciare subito.»

Clod e Lucy sono talmente diversi che quando sono insieme si completano a vicenda. Lucy ammorbidisce la sua corazza e Clod diventa più audace e coraggioso. Prendono in prestito le caratteristiche dell’altro. La loro storia odora di tragico sin dall’inizio, quindi ogni loro momento insieme lo vivi con angoscia, tensione, commozione, malinconia.

 

«Questo è il Gran Comò. Qui vengono conservati tutti gli oggetti natali degli Iremonger morti. Se vuoi, te ne illustro un paio. Vedi quel cancellino lì? Sul terzo scaffale? Quello era di mio padre. Accanto c’è una piccola chiave che serve a disserrare un pianoforte, quella era di mia madre.»
«Mi stai mostrando i tuoi genitori?»
«Sì.»
«Grazie, Clod,» dissi, con profonda sincerità, «Sono onorata.»
Lo ero.

-Lucy

 

Spoiler

 

IL NONNO

Da questo personaggio mi aspettavo molto di più. E’ stato introdotto bene, con quel suo treno inquietante che parte e ritorna ogni giorno alla stessa ora, con un fischio che fa tremare le mura della casa. Ma la sua comparsa l’ho trovata troppo veloce, quasi sbrigativa, che stona terribilmente con la calma e accuratezza che l’autore dedica agli altri personaggi.

Spoiler

 

LA NONNA

Lei ha molto più spazio e tempo per mostrarci le sue sfumature e deviazioni. La sua storia spezza il cuore e, anche se è considerata un personaggio “cattivo”, non si può fare a meno di apprezzarla.

Spoiler

 

 

A parte i nostri protagonisti Clod e Lucy, ogni personaggio è profondamente deviato, sprofondato e portato all’estremo dalle sue ossessioni, dal suo ruolo, dall’idea che vuole dare di sé.

L’autore è riuscito a deformare i tratti giusti, rendendo veri e umani dei personaggi caricatura, delle parodie di ciò che possiamo incontrare nel nostro mondo. Vi mostro i paragrafi di quelli che mi hanno colpito maggiormente.

ZIO ALIVER

Aliver riusciva a comprendere una persona solo dai suoi malanni. Era amico intimo e ammiratore di calli e catarri e cataratte e cancri e carbonchi e cisti e catalessi e cretinismo, e sedeva al loro capezzale e li accudiva con grande trasporto. Con le persone malate era amorevole e tenero e paziente, con quelle sane era brusco e cieco e sprezzante e perfido. Quando i suoi pazienti si riprendevano, zio Aliver voltava loro le spalle, offeso e malinconico, già pieno di nostalgia per la malattia che lui, nella sua amarezza, aveva contribuito a debellare. Era stato sposato con zia Jocklun (coltello da dolce), il loro matrimonio era stato infelice fino a quando zia Jocklun non si era ammalata di fibrosi polmonare e a quel punto lui non l’aveva lasciata andare finché lei non aveva lasciato lui per sempre.

 

IL VICE MAGGIORDOMO BRIGGS

Il signor Briggs aveva una gran collezione di puntaspilli nel suo soggiorno (una ragazza da lui un tempo amata aveva per oggetto natale un puntaspilli). Una volta mia aveva mostrato la sua collezione di puntaspilli in uno slancio di socievolezza, e mi aveva persino implorato di appuntarvi alcuni spilli, attività cui credo si dedicasse ogni sera dopo aver finito di lavorare. Piantava centinaia di spilli e aghi in materiali di varia cedevolezza, e questo gli dava un gran sollievo.

 

SOLLY SMITH

Apparve lo strano spettacolo costituito dalla signora Smith. Era una donna grassa, con la faccia piatta e le guance rosse. C’erano chiavi che schioccavano e scrosciavano tutt’intorno, la sua ampia vita era stretta da una spessa cintura da cui pendevano molti anelli da cui pendevano molte chiavi. A prima vista sembrò che indossasse una gonna, una strana gonna di metallo tintinnante, ma erano tutte le chiavi della Tenuta Iremonger: le custodiva, dalla prima all’ultima. Dai suoi fianchi pendevano chiavi e formavano una grande collana, e molte chiavi più piccole erano stipate negli anelli dei suoi orecchini.

 

Stile

 

PUNTO DI VISTA

Osserviamo ogni cosa dagli occhi di Clod e Lucy, che raccontano la loro storia in forma scritta e, nei vari capitoli, si alternano le loro storie per dare al lettore un quadro completo di ciò che accade dagli Iremonger nobili e da quelli domestici.

Ogni tanto la storia alternata viene interrotta da qualche approfondimento, come la dichiarazione scritta di Solly Smith o il menù dei coniugi Groom. L’autore dà un nome ad ogni capitolo principale e secondario, e subito ti dice chi racconterà, in questo modo il lettore non si confonda.

Clod e Lucy sono molto diversi, con carattere ed istruzione diversi, perciò l’autore ha costruito con attenzione lo stile di entrambi i personaggi mentre raccontano la loro storia. In questo modo, puoi anche riprendere a leggere il libro dal centro di un capitolo, e basterà leggere una frase per capire se è un pensiero da Lucy o da Clod.

 

STILE CLOD:

Il piano della caminiera era sorretto da due cariatidi alquanto poppute. Due belle sirene, un po’ insonnolite, vestite di leggere tuniche, che sembravano sempre sul punto di scivolare giù, ma che purtroppo non scivolavano mai. Erano due belle figliole imponenti, una volta e mezza la grandezza naturale. Avevo sempre trovato che due donne così affascianti fossero imprigionate nel marmo.

 

STILE LUCY:

E così mi presi una pausa, sissignore. Finché potevo. Sulla vecchia scala di qualcuno. Da lì vedevo in lontananza la Tenuta Iremonger, simile a un’isola nera, vedevo quella gran chiazza scura, e aguzzando la vista scorgevo una decina di figure lungo il muro, come formiche, come mosche, e vedevo il cancello ancora aperto. Non chiudete quel maledetto cancello, pensai, non vi azzardate. Non con me ancora fuori, bastardi. Se l’avessero chiuso, sarei stata spacciata, fregata una volta per tutte.

 

A Heap House accadono cose strane…

ELENCHI

La casa parlava e brontolava, bisbigliava, muggiva, cantava e gorgheggiava, gracchiava, schioccava, sputava, ridacchiava, sbatteva, ansimava, fischiava e mugolava. Voci giovani, squillanti e vivaci, voci vecchie, roche e tremanti, voci di donne, di uomini, decine di voci e neppure una che fosse umana, tutte emesse dalle cose della casa parlante, qua e là un’asta da tenda, una gabbia d’uccelli, un fermacarte, calamaio, asse di pavimento, corrimano, paralume, tirante di campanello, vassoio da tè, spazzola per capelli, porta, comodino, bacinella, pennello da barba, tagliasigari, funghetto da ricamo, zerbino e tappeto.

Clod

Edward Carey ha un modo di scrivere molto personale e singolare. Tende ad immergersi nei suoi personaggi a tal punto che anche le frasi che scrive rispecchiano ciò che provano. Ogni singola pagina del libro è angosciante, sembra la ripida discesa di un cumulo di rifiuti, e l’autore vuole che ogni frase rispecchi questo stato d’animo, creando degli elenchi lunghi, e più la frase va avanti più ti sembra di prendere velocità, di precipitare. Frasi brevi. Parole. Coincise. Ripetute. Sempre più ermetiche. Così.

Spoiler

 

UN PARAGRAFO CHE RIESCE A RACCONTARE UNA VITA INTERA

L’autore, per quanto si prenda i suoi tempi, è molto coinciso e in poche righe riesce a racchiudere un quantitativo di informazioni enorme. Con Solly Smith, dà la dimostrazione più evidente che non servono per forza pagine e pagine per raccontare ed esprimere tanto.

Dichiarazione di Solly Smith, Custode di Chiavi, Forlichingham Park, Londra, scoperta dopo la sua morte, all’interno di una cassetta d’acciaio chiusa con lucchetto dentro una cassaforte in un caveau sotterraneo.

Io Solly. Solly la serratura.
Molto riservata. Chiusa, serrata. Io non dico niente. Tengo tutto dentro. Serrato. Troppe parole. Se volete la mia. Fin troppe. Bisogna serrarle ben bene. Mia dirle a nessuno. Solly non ne lascia uscire una. Tutti quei segreti. Tenuti per me. Io serrata da anni, mai più lasciata uscire. Disserrata una volta. Bello, proprio bello, si chiamava William Hobbin. Morto quasi subito, colera secco, serrato via da me per sempre, tomba.
Facevo le serrature con mio padre. Mio padre faceva le serrature. Alla fine si avvelenò, piombo nel sangue, tutto tappato dentro. Niente più parole per me. Allora niente più parole da me. Bocca tappata. Poi arriva la Piggot. Mi gira la chiave, mi dà la carica, unge gli ingranaggi, fa scattare la molla, mi guarda in faccia come a dire: «Una placca di ottone, lucidiamola un po’.» Mi dà le chiavi. Per non restare più serrata fuori. Mai più niente di serrato per me.

 

DESCRIZIONI

Mi sentivo perduta, abbandonata, cacciata, sputata via, sepolta, gettata in un’enorme fossa. Piccola. Piccolissima. Consapevole, lì nel buio freddo, della mia esiguità, dell’assoluta impossibilità di essere grande. Briciola. Scheggia. Cosa perduta. Piccola cosa perduta. Ecco come mi sentivo. Qualcosa del genere. Ma non era tutto. Non ancora. Perché lasciata lì, da sola nei cumuli, mi sentivo come se fossi morta, totalmente morta, defunta, spacciata, destinata a non essere ricordata mai da nessuno, mai nemmeno esistita, ignota a chiunque e per sempre. Ecco, così.

-Lucy

 

Le descrizioni sono studiate nei minimi particolari, e puntano a rievocare quello che il lettore può avere dentro di sé. Come in fondo fa in tutto il romanzo, l’autore preme un singolo tasto e lascia che il suono si dipani da solo.

E freddo, più freddo che nelle giornate d’inverno, quando il fiato si addensa nell’aria e le pozzanghere si ghiacciano, e ti scotti le dita quando tocchi il metallo e tremi e rabbrividisci anche se ti sei vestita con strati di roba pesante, e hai la sensazione che non riuscirai più a scaldarti mai più nella vita. Ancora più freddo di così. E disperato, senza barlume di speranza. E la sensazione di essere morta. Smarrita per sempre da tutti. Sepolta viva negli abissi all’insaputa di tutti. E la sensazione di inutilità, di essere a pezzi e sola. Nel buio gelido. Ecco come mi sentivo.
Mi sono spenta, pensai.
Mi sono estinta.
Non sono più accesa.

-Lucy

 

Splendida rappresentazione del panico:

E tutto diventò improvvisamente e talmente buio.
Sono morto.
Ormai sono morto.
Ormai sono morto, pensai.
Ormai sono proprio morto, pensai, eppure, pensai, eppure, ragionai, eppure, elucubrai, sto pensando queste cose. Eppure mi sento respirare, eppure mi sembra di essere nello stesso posto, eppure lì davanti a me ci sono i miei piedi, eppure queste sono le mie gambe, eppure questo è il mio petto, con ancora tanto di gilet, eppure, dunque, non sono morto?

 

…A Heap House accadono cose sempre più strane.

METAFORE

L’autore, avendo uno stile così complesso, per farsi comprendere meglio oltre alle frasi ermetiche, si serve anche di metafore studiate per creare immagini forti nella tua mente.

Dovevano essere un centinaio, volavano in cerchio, volteggiando e piroettando nell’aria, e ogni volta che si lanciavano in picchiata gli finivano addosso, lo afferravano col becco, lo sollevavano per qualche istante nell’aria, per poi lasciarlo cadere ancora una volta nel cumulo. Pallido spaventapasseri lacero, adesso anche insanguinato qua e là, eppure – per quanto ridicolo sembrasse – ancora con il cilindro in testa, come se fosse giusto rispettare l’etichetta anche per simili orrori.

-Lucy

 

PERSONIFICAZIONE DI OGNI COSA

Un lungo lamento dal suono molto umano, come se una donna ferita e urlante fosse incastrata sopra di me nel condotto.
«Piantala,» dissi.
«Uiiiiiiiiiii!»
«Non spaventarmi.»
«Uuuuuiiiiii!»
Lo fece.

-Lucy

L’autore racconta la storia con la stessa filosofia del suo mondo: descrive le cose come se fossero persone, dando loro un carattere e dei modi di fare precisi. Riesce a caratterizzare anche l’inanimato.

Le domestiche si misero all’opera, nervose e agitate; ogni volta che una finestra veniva aperta – perché le finestre vanno aperte per poter sganciare dai fermi le imposte e chiuderle – la tempesta entrava nella stanza e si metteva a ballare. Saltava e rideva e metteva tutto a soqquadro, sollevava cose, le scagliava da un capo all’altro della stanza, faceva rabbrividire i quadri. Osò persino arruffare la gran cuffia di Nonna, tanto era la sua impudenza. I miei pantaloni nuovi sventolavano come una bandiera, e la mia scriminatura di discriminò. La tempesta mi sputò, c’era pioggia sulle mie guance. Mi riempì la testa con il suo baccano e il suo alito pesante mi fece stringere gli occhi.

-Clod

 

LE ILLUSTRAZIONI

Edward Carey oltre ad essere uno scrittore è anche un illustratore. Ha creato la copertina e arricchito ogni inizio di capitolo con un’illustrazione dei personaggi, rigorosamente in scala di grigi, come il lettore immagina il suo mondo.

Essendo le sue descrizioni molto originali, il fatto che ci sia anche un’illustrazione non disturba perché, invece di ripetere, sembra arricchire.

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I COLPI DI SCENA

Nonostante accada poco, ogni colpo di scena è presentato in modo da farti rabbrividire. L’autore lo srotola con calma e accuratezza tipica del suo stile.

Tuttavia, la scena risolutiva, quella che dà le spiegazioni che stavamo aspettando non mi è piaciuta molto. L’ho trovata confusionaria, c’era troppa carne al fuoco e sembrava che l’autore avesse voluto inserire più cose possibili, come se non avesse più altre occasioni. Forse dei concetti più snelli e chiari sarebbero stati più piacevoli da leggere, invece più di una volta li ho dimenticati.

 

FINALE

Il finale ti frega, perché non esiste. Il romanzo si blocca sul più bello e tutto quello che desideri in quel momento è avere fra le mani il secondo capitolo.

L’approfondimento finale, poi, ammetto che ha fatto tremare leggermente il mio cuoricino.

 

Tiriamo le somme di questa lunghiiiissima recensione:

Pro Contro
Trama semplice resa molto interessante Stile con poca punteggiatura, con una gran quantità di congiunzioni. Va letto con attenzione.
Creazione di un mondo assurdo ma che sembra avere più senso del nostro Molto angosciante e triste, non è da leggere prima di dormire
Personaggi ben caratterizzati Qualche confusione di nomi
Solly Smith Romanzo molto soggettivo
Stili dei due protagonisti ben differenziati Troppe spiegazioni tutte insieme, concetti troppo complessi da tenere tutti a mente
Il pandemonio di domande che ti crea nel cervello
I paradossi che riflettono il nostro mondo
La personificazione degli oggetti e la spersonificazione delle persone
Metafore azzeccate
I sentimenti di Lucy
Il coraggio di Clod
“Dov’è il secondo capitolo?!”
Le illustrazioni
E’ un tributo agli oggetti dimenticati

 


CONCLUSIONE

Più che un romanzo è un’esperienza, ma per viverla al meglio bisogna scegliere il momento giusto. Lo consiglio vivamente.
Fatemi sapere il vostro oggetto natale!

Voto: 8.50/10

*Fugge via a cercare il seguito*

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Phèdre Banshee

Phèdre Banshee è un esserino fuori da ogni logica. Tutti i giorni attraversa il tempo e viaggia nei mondi per scrivere, sul suo grande libro, storie tragiche ma divertenti. Ha molte maschere, di cui ha la massima cura. Le guarda appese in ordine sulle pareti e ne sceglie una diversa ogni mattina, a volte anche più di una. Ne tiene una sul viso e l’altra in tasca, masticando Luoghi comuni. A chi? Non si sa. Il suo aspetto più frequente è quello di una vecchia gobba e sciatta che ondeggia tra la realtà e la pazzia, ma i denti sono sempre perfetti, perché su certe cose non scherza. Quando non è in giro a raccogliere storie, le piace leggere libri fantasy contemporanei e i vari sottogeneri; giocare ai videogame, in particolare i gdr; guardare film e serie tv per poi lamentarsi a voce alta con la tv quando i personaggi fanno qualcosa di stupido o sono troppo sdolcinati.

3 Comments

  1. avatar Nymerios ha detto:

    Sicuramente mi hai incuriosito con la lettura. I personaggi sembrano davvero interessanti (come lo zio Aliver). è pieno di curiosità/roba awesome e adoro le gif coi gatti. Good work!

  2. avatar Gioia Riccardi ha detto:

    Bene, io adoro i romanzi con questo tipo di atmosfere, entra nella lista dei libri da leggere con la delicatezza di un Troll 😀

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